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ⓘ Ademprivio




                                     

ⓘ Ademprivio

L ademprivio, in diritto, è un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo. Il termine, usato al modo latino, ma apparso intorno al XIV secolo, fu diffuso in Sardegna dai sovrani giudicali durante il periodo di loro dominio sullisola e mutuava istituti analoghi già in uso in aree comprese fra la Provenza e la Catalogna. Tuttavia, malgrado la comparsa documentale dellistituto sia in relati di questa fase storica, questa particolare concezione di "possedimento comunitario", dagli Aragonesi, si ebbero minimi aggiustamenti rispetto agli usi preesistenti come i communalia ed i communia, sviluppatisi durante la dominazione romana e per effetto delle distribuzioni di terre in regime di colonia.

Lademprivio presenta una forte analogia con altri istituti che un tempo erano diffusi in tutta Europa e che permanevano, soprattutto, in zone in cui le attività forestali e quelle legate allallevamento avevano una preponderanza rispetto allagricoltura propriamente detta. Nelle Alpi ad esempio vi erano le regole ampezzane o cadorine. Nel settecento in Inghilterra con le Enclosures e nellOttocento nel resto dEuropa fu comune la tendenza a trasformare queste proprietà collettive in proprietà piene: vi era una forte spinta del mondo borghese a voler trasformare le attività agricole in senso più imprenditoriale, vedendo gli istituti tradizionali come una remora alla nascita di unagricoltura moderna.

In Sardegna lademprivio rappresenta praticamente luso civico per antonomasia.

                                     

1. Pastori, contadini e geografi

In Sardegna, in realtà, la "competizione" fra contadini e pastori contrapponeva esigenze grosso modo paritarie, e mentre lo sfruttamento peraltro intensivo delle numerose foreste era appannaggio dei carbonai venuti principalmente dal Piemonte e dalla Toscana, i pochi terreni che limpervia orografia isolana dellinterno lasciava di ragionevolmente agevole uso venivano utilizzati con un sistema che impegnava lintera comunità.

Il sistema fu oggetto di un primo timido intervento di riordino da parte del viceré duca di san Giovanni, che nel 1700 emanò un pregone che doveva servire da testo unico per le mille disposizioni in materia. Ma si trattava di un documento più generale, che riguardava da vicino gli ademprivi soltanto per un potenziamento della figura dei barracelli e per nuove figure di responsabilità civile collettiva come lincarica.

Nel 1776, padre Francesco Gemelli, un gesuita che molto conobbe e scrisse dellisola per conto dei Savoia, così scrisse nel suo Del rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura:

I serrati costituiscono la minor parte delle coltivate terre, anzi, delle seminali parlando, una menomissima, se a confronto vengano delle vidazzoni. Intendo per vidazzoni i gran corpi delle terre seminali del regno in ciascun territorio, i quali sebben composti di terren comuni, e di particolari, pure per universale invariabil costume coltivansi nel modo seguente.

Nella descrizione del Gemelli, i terreni comuni si dividevano in due o talvolta più parti, una delle quali destinata alla coltivazione e laltra allallevamento. Per la coltivazione i terreni comuni erano assegnati a coloro che ne facevano richiesta per estrazione a sorte, oppure per accettazione di una "preventiva occupazione", o in altri modi a seconda dei costumi del luogo. I terreni di proprietà privata erano invece assegnati per libera scelta dal proprietario. Lanno successivo le coltivazioni si spostavano sullaltra parte della regione, quella in precedenza assegnata allallevamento; riposavano solo le terre di proprietà privata, le altre erano sempre aperte al "comun pascolo".

Unaltra descrizione minuziosa venne, poche decadi più tardi, dal generale Alberto Della Marmora, che la Sardegna esplorò a fondo come commissario straordinario e soprattutto come geografo di intensa attenzione. Scrisse il militare in Voyage en Sardaigne: Si chiama vidazzone una porzione di terra coltivata a cereali per un anno. E descrivendo la partizione delle terre in tre o quattro sezioni, indicò che una ne veniva lasciata a coltivazione le altre a pascolo. Anche i proprietari privati, confermò la Marmora, dovevano sottopore i loro possedimenti alluso comunitario. Il generale fornì anche nozioni utili per la linguistica, precisando che il contrapposto termine di paberile si riferiva alle terre lasciate a riposo, mentre il vidazzone era propriamente il terreno seminato o già in piena vegetazione. Osservò La Marmora che il sistema conteneva in sé un vizio strutturale: coloro cui i terreni erano stati concessi per la semina, non avevano in seguito grande interesse a lasciarli in buono stato, dacché i campi non sarebbero più stati a loro disposizione almeno per un po; soprattutto dato che le assegnazioni avvenivano principalmente per sorteggio, la probabilità di rientrare nel medesimo appezzamento precedente erano infatti del tutto irrisorie.

                                     

2. Solo un usufrutto?

La questione degli ademprivi fu oggetto di indagine di molti altri studiosi, specialmente del diritto.

Uno studio che si sarebbe rilevato importante per le sue conseguenze sullorientamento della politica del regno in questa materia, fu quello del Sanna Lecca, reggente del Supremo Consiglio, che nel 1767 munì il Bogino di una relazione nella quale lanalisi della pratica ademprivile, osservata eminentemente come esercizio di una sorta di usufrutto, si concludeva con la proposta di diffusione della proprietà privata dei suoli. Sanna Lecca però ricalcava in parte lo studio più profondo effettuato per una relazione amministrativa presentata al viceré nel 1737 nella quale il problema principale era identificato per il fatto che non ostante la vastità dei territori e la scarsezza degli abitanti non può nessuno chiudere il proprio terreno e farne quelluso che più li tornerebbe a conto per ricavarne maggior frutto. La causa, sempre secondo lignoto funzionario, sarebbe stata linteresse di città e baroni a disporre di territori liberi per eventuali forestieri che decidessero di affittare pascoli temporanei in Sardegna.

Al principio del Novecento furono pubblicati fra gli altri due saggi di buona rinomanza nella disciplina di riferimento, il primo fu di Ugo Guido Mondolfo, Terre e classi sociali in sardegna nel periodo feudale, subito dopo seguito da Arrigo Solmi, Ademprivia, studi sulla proprietà fondiaria in Sardegna. Venne poco più tardi Enrico Besta con la sua La Sardegna medioevale. Quelle di Besta e del Solmi furono lungamente considerate le principali ricerche in argomento. Assai meno apprezzato fu il contributo di Raffaele Di Tucci, il quale ipotizzò influssi degli ordinamenti germanici pervenuti a mezzo della dominazione vandalica sullisola, ma questa teoria ebbe scarso se non proprio alcun seguito.

Lo studio dei giuristi mirava alla corretta identificazione, nei termini di questa dottrina, dellademprivio. Fu Besta a raccogliere alcune delle interpretazioni che al principio del XX secolo, ad ademprivi ormai aboliti ma con molte conseguenze civilistiche ancora da affrontare, riscuotevano il maggior credito presso gli esperti. Se Besta ed alcuni altri attribuirono ad una "ispirazione" siciliana listituto, molti più studiosi convennero sullescludere che il principale punto di osservazione dovesse esser quello degli iura in re aliena; questo poiché i feudatari di fatto si sostituirono allo stato se ne surrogarono nei diritti. Diritti non solo potestativi, cioè diritto di disposizione su quanto loro spettante, ma anche una sorta di diritto di veto, di limitazione o di esclusione dei diritti spettanti ad altri. Lambito nel quale esercitare questa pretesa di discrezionalità era quello delle terre non già assegnate in proprietà privata ai "particolari"; queste furono, rilevò efficacemente il Besta, "senza distinzione riassunte in una sola categoria e gli usi collettivi, amalgamati sotto il concetto di ademprivia, che poterono essere ademprivia venationum, pascuorum, nemorum, erbagiorum, aquarum, ecc., allora non restarono gratuiti se non eccezionalmente". Effettivamente delle prestazioni erano in genere dovute, ad un titolo che - non ancora ben investigato - può forse situarsi a mezza via fra la remunerazione corrispettiva della cessione del godimento, ed una mera tassa di concessione. Si trattava di corresponsioni in natura: un decimo per il gregge che pascolava in salti demaniali, un sesto per le terre coltivate a cereali. Besta proseguiva con lattribuzione agli Aragonesi dellintroduzione degli ademprivi e come detto questa visione è contestata, e nellipotesi che si potesse considerarli, almeno in una fase iniziale, dominii collettivi, vi scorse una successiva violenta riconduzione agli iura in re aliena. Degli usi collettivi segnalò poi la variabile forma del correlato diritto che si vide talora concesso alla persona, in quanto appartenente ad una comunità titolata, talaltra concesso invece in conseguenza del dominio di certi beni, in guisa di pertinenza.

                                     

3. Le specificità di questo uso civico

Allanalisi di un altro geografo, quel Le Lannou che ne parlò nel suo Pastori e contadini di Sardegna uscito nel 1941, lademprivio sardo qualche sua specialità parrebbe averla avuta: Niente di simile, almeno per lestensione e in epoche così vicine a noi, è stato mai descritto per i paesi del Mediterraneo occidentale ". Ed affermò che tutta lisola, "senza alcuna eccezione di zone", praticava rigorosamente questo sistema di sfruttamento delle terre. Fu Le Lannou a riesumare le tracce documentarie delluso antico già nel Condaghe di Silki XI secolo, in cui il terreno ademprivile era detto populare dessa villa ", comune al paese. Le terre "popolari" al tempo si dividevano in lotti detti "funi" perché la partizione si effettuava appunto con una fune, e prendevano proprio il nome di "terre di fune", come nel 1210 si reperisce in un atto di donazione della nobile Maria De Thori in favore dei Camaldolesi.

Sempre Le Lannou riassunse il concetto del vidazzone nella terra "arabile", distinta dalla vigna soggetta ad appropriazione individuale e dal poco vantaggioso salto, ne seguì il percorso terminologico nella sua evoluzione dalla habitacione ", menzionata nella Carta de logu di Eleonora dArborea, attraverso il bidattone del primo periodo aragonese, sino al vidazzone dei tempi più recenti. Il termine paberile, invece, deriverebbe secondo questo studioso non già da pabulum pascolo, ma da pauper povero, attraverso una probabile forma intermedia di pauperile.

La giudichessa usò la locuzione "habitacione dessa villa", che per esclusione Le Lannou tradusse come il terreno coltivato del paese ne dedusse essere ripartito in arativo e maggese a pascolo.

Il pascolo era riservato ad alcune specie di animali domestici: buoi da tiro, asini e cavalli, per lo più. Le altre specie, il cosiddetto "bestiame rude", avrebbero dordinario popolato i "salti", zone di difficoltoso sfruttamento, lontane dai paesi, a vegetazione quasi esclusivamente selvatica, e di assoluto isolamento quindi con problemi di protezione e privi di vigilanza. Il bestiame rude poteva tornare in prossimità dei vidazzoni a raccolto completato, quando le coltivazioni non erano più a rischio di danneggiamento. Anche nella Carta de logu si stabiliva un termine ben preciso per questo pascolo sul vidazzone: dallinizio di luglio alla fine di settembre.

Si trattava quindi di una vera propria rotazione colturale, una tecnica agricola praticamente imposta.



                                     

4. Lademprivio nella società rurale sarda

Il dato di facile suggestione di una gestione comunitaria dei beni va doverosamente ricontestualizzato ricordando che le attività agricole non erano svolte sempre o esclusivamente per proprio conto, ma innanzitutto la proprietà dei beni poteva considerarsi assorbita nel diritto feudale e secondariamente gli abitanti erano tenuti a prestazioni in favore del feudatario, ad esempio la roatia. In pratica, quindi, mentre la proprietà delle terre restava saldamente intabellata ai nobili, la plebe si organizzava per lamministrazione del suo possesso.

Va poi ricordato che se il sistema funzionò regolarmente su base annuale per molti secoli, a partire dal XIII secolo le assegnazioni sempre per sorteggio cominciarono ad essere concesse per periodi superiori da 2 a 5 anni e nel XVII secolo cominciarono a vedersi assegnazioni vitalizie. Pertanto, brani di terra comune venivano via sottratti alla disponibilità collettiva anche se non più per sorteggio per la vita natural durante degli assegnatari. Queste assegnazioni prendevano il nome di "divisioni". La sottrazione alla consuetudine con le riassegnazioni consentiva che della minore attenzione generale verso la gestione di queste terre tentassero di profittare alcuni soggetti disinvolti i quali forzosamente occupavano i beni ed obbligavano le comunità a costose azioni legali di reintegro. Che non mancavano di spunti curiosi come quando, nel 1620, in accompagnamento ad una lamentazione al procuratore del Re in ordine ad un impossessamento abusivo, una comunità inviò la proposta di vietare la costruzione di case in campagna, obbligando chi volesse edificare a farlo allinterno della città.

Gli sconfinamenti del bestiame sui campi furono praticamente sempre la principale causa di problemi in questi rapporti comunitari. Nota infatti il Murgia che seppure talvolta le comunità di paesi confinanti si accordassero per gestioni più armoniche, il più delle volte luso pacifico del territorio a fini produttivi veniva continuamente messo in discussione da abusi e soprusi dogni genere, commessi indistintamente dalle stesse comunità interessate per cui i conflitti sociali, per questioni dipendenti dal controllo del territorio, esplodevano con regolare frequenza. Non si trattava di conflitti solo individuali o familiari: talvolta era proprio un paese intero in lotta armata contro un altro in genere vicinante, come accadde ad esempio fra i paesi di Isili e Villanovatulo in disputa per il Salto del Sarcidano. Il tipo di accordo che legava le comunità era detto "atto di promiscua ", ed era un vero e proprio contratto con il quale si sancivano i patti fra due o più comunità/paesi anche appartenenti a diverse giurisdizioni feudali; il termine promiscua ovviamente era usato ad intendere anche il modo duso del terreno.

Se quindi da molta letteratura la stagione ademprivile è stata filosoficamente o proprio politicamente idealizzata per alcuni dei suoi aspetti di "potere" comunitario, dallaltra parte resta il dato di un sistema che poteva forse considerarsi insufficiente a provvedere ai bisogni comunitari, dato anche il rilevante tasso di criminalità che intorno ad esso si manifestava.

Sulla critica al sistema civico che dal Gemelli in avanti orientò le decisioni dei Savoia, critica intesa come teoria economica per la quale il sistema ademprivile sarebbe stato di ostacolo alla crescita produttiva rurale, è stata promossa nella seconda metà del Novecento qualche riserva riguardante due aspetti: da una parte il "costo feudale", una locuzione volutamente analoga al "costo fiscale" dei tempi moderni, che indica nei pesantissimi tributi la ragione delle condizioni di assoluta impossibilità di accantonamento di capitali per successivi investimenti, in assenza assoluta di opportunità di credito se non usurario o di alternative se non illegali. Dallaltra parte si richiama la gravissima deforestazione patita dallisola per effetto delle due azioni di approvvigionamento da parte dei carbonai e dei commercianti di legname, oltre che per la soluzione diffusamente "incendiaria" opposta alla necessità di ricavare altri spazi sfruttabili per la coltivazione e per la pastorizia.

Come per tutti gli usi civici, lademprivio si lascia dietro un lascito di problemi pratici principalmente afferenti alla certezza del diritto tuttora altamente condizionanti.

                                     

5. La lotta agli ademprivi

Lademprivio, così come sviluppatosi in Sardegna, contrastava molti interessi di natura politica generale e diversi principi di teoria economica. Già il Gemelli si era espresso in modo fortemente critico circa lobbligo della rotazione colturale che le comunità locali si auto-infliggevano e combinando questo assunto negativo con laltrettanto negativa osservazione della mancanza di proprietà privata delle terre, concluse che ciò ostasse ad un miglioramento della produzione agricola complessiva. Ma sino al principio dellOttocento furono solo 3 i provvedimenti del governo di Torino in argomento, timoroso di tensioni con i locali feudatari. Il problema rappresentato dai feudatari traeva le sue cause dal trattato di Londra, il quale consentiva ai feudatari spagnoli, in percentuale ingente sul totale della categoria nellisola, di mantenere le stesse autonomie e gli stessi privilegi di cui avrebbero goduto in Spagna. Queste garanzie furono oggetto di contestazione in sede diplomatica da parte di Prospero Balbo, allora ambasciatore a Madrid e successivamente capo del governo incaricato di risolvere la questione terriera sarda.

Balbo prese la strada di ricercare la privatizzazione delle terre, ma dopo aver trovato il contrasto della classe nobiliare feudale, sostenne di aver incontrato resistenze presso le stesse comunità locali, che si opponevano a qualunque forma di chiusura dei terreni.

Se il possesso generico delle terre spettava al feudatario, con poco disturbo della quotidianità lo si sarebbe potuto rendere privato proprietario di un latifondo, e pian piano sconfiggere il feudalesimo; nel timore sì di qualche scontro fra classi sociali, o fra popolo e baroni, ma anche nella convinzione di riuscire a migliorare la ricchezza del giovane regno. In realtà, rifletteva Balbo, i feudatari avrebbero avuto dalla loro parte i pastori, anchessi contrari alle chiusure, ma anche questo governante accettava limpostazione del Gemelli che dedicava tutta la sua attenzione allagricoltura, considerata attività più aperta allo sviluppo rispetto allallevamento. Fu Giuseppe Manno, in corrispondenze private, a segnalare lo scarsissimo interesse dei feudatari per una privatizzazione, constistendo anzi nella prevedibilissima riduzione degli introiti dal cosiddetto diritto di bestiame il principale ostacolo al programma governativo. Così, secondo la Scaraffia, il governo sabaudo si schierò, fin dallinizio, a favore degli agricoltori, considerati la classe progressiva al confronto con i pastori, che contribuivano grandemente, con le loro esigenze, alla permanenza del regime comunitario delle terre, e che erano appoggiati dai feudatari ".

Di essi, 200.000 ettari furono assegnati alla Compagnia Reale delle Ferrovie Sarde che si era impegnata a realizzare la rete ferroviaria, 500.000 invece passarono ai comuni che li vendettero alla nascente borghesia che sicuramente trasse da essi un reddito maggiore, ma con criteri fortemente speculativi che compromisero anche gli equilibri ecologici. Le riserve forestali furono grandemente intaccate, anche per la forte richiesta di carbone di legna.

Non mancarono intellettuali e politici che si batterono per un utilizzo diverso, maggiormente corrispondente agli interessi dei ceti più disagiati.

Con la medesima legge venne anche abolita la cussorgia, un istituto sostanzialmente simile, ma che si poteva trasmettere di padre in figlio

                                     
  • in presenza di uso civico in L Ufficio tecnico n. 10 2012 Communalia Ademprivi Bene immobile Proprietà collettiva Pascolatico Fonte del diritto Usi e
  • all abolizione di ulteriori diritti civici in particolare quella degli ademprivi con conseguenti rivolte popolari, anni sessanta dell Ottocento nei
  • Studi sui demani comunali delle province napolitane e siciliane e sugli ademprivi di Sardegna, 1864, p. 168. León Galindo y de Vera, Historia, vicisitudes
  • leur permettant d obtenir du crédit. Per la Sardegna si veda anche ademprivio de la même façon, le code civil ne prévoit pas, et interdit même, la
  • Studi sui demani comunali delle province napolitane e siciliane e sugli ademprivi di Sardegna, 1864, p. 168. Carlo d Aragona a S.C.R.M. in Documenti per
  • all asta, altre finirono comunque per essere trasformate nel 1800 in ademprivi che, ancora oggi, sono presenti come aree pubbliche gravate da uso civico

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