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ⓘ Chakra




Chakra
                                     

ⓘ Chakra

Chakra, adattamento occidentale del termine sanscrito traslitterato come cakra, indica una "ruota", un "disco" o un "cerchio".

Il suo significato nelle tradizioni religiose dellIndia va a coprire due ambiti principali:

  • quello di un "cerchio" o di un "diagramma" mistico, nozione sovrapponibile a quello dello yantra o del mandala ;
  • quello inerente allo yoga e alla medicina ayurvedica traendo origine dalle tradizioni tantriche, sia dellinduismo sia del buddhismo; nellaccezione più comune è usualmente reso anche con "centro", per indicare quegli elementi del corpo sottile nei quali è ritenuta risiedere latente lenergia divina.

Il chakra è anche uno degli attributi di Visnu: si tratta di un disco che egli usualmente stringe in una delle mani e rappresenta il potere divino. Variamente raffigurato, con raggi o fiamme che ne fuoriescono, è attributo anche di altre divinità, come Durgā e Skanda, per esempio. Il chakra di Visnu, detto anche Sudarśana "bello a vedersi", è altresì oggetto di culto, al punto di essere spesso personificato col nome di Chakrapurusha.

In ambito tantrico con chakra si intende anche il "circolo" di culto tantrico, linsieme dei membri locali di una specifica tradizione. Allinterno di questo chakra, i seguaci si pongono al di fuori delle regole sociali e di casta. Vi sono ammesse anche le donne, cosa invero non possibile presso i culti vedici.

Alcune medicine alternative, per esempio la cristalloterapia, fanno riferimento alla nozione del chakra sebbene non vi sia alcuna evidenza scientifica circa la loro esistenza.

                                     

1. Chakra come diagramma mistico: mandala, yantra e cakra

Nellambito del primo significato, ossia quello di "diagramma mistico", va rilevato che nellimportante testo Mandalas and Yantras in the Hindu Traditions curato dallindologo austriaco Gudrun Bühnemann, con i contributi di Hélène Brunner, Michael W. Meister, André Padoux, Marion Rastelli e Judit Törzsök, pubblicato nel 2003 nella Brill’s Indological Library e citato come unica integrazione bibliografica alla voce Mandala nella seconda edizione della Encyclopedia of Religion a firma di Peter Gaeffke, lo studioso austriaco dedica il capitolo Mandala, yantra and cakra: some observations a una accurata disamina di tutta la letteratura per individuare i confini semantici di questi termini sanscriti.

Dapprima Bühnemann osserva che "i termini cakra e yantra sono utilizzati a volte come sinonimi di mandala, e tutti e tre questi termini sono spesso tradotti in modo indiscriminato come "diagrammi mistici". In effetti, nota lindologo austriaco, tutti e tre i termini si sovrappongono nellindicare dei disegni geometrici e sia gli studiosi occidentali che gli stessi testi sanscriti più tardi finiscono per usarli come sinonimi.

Dopo unattenta disamina dei contraddittori tentativi di definizione classificatoria presentati in tutta la letteratura Bühnemann conclude che: "Non è possibile riassumere tutti i tentativi di definire "mandala", "yantra" e "cakra" nella letteratura. Luso le funzioni di questi termini sono complessi e sarà impossibile arrivare a una definizione universalmente valida. Dovrebbe essere necessario studiare approfonditamente luso dei termini nei testi dei diversi sistemi religiosi e nei diversi periodi storici per determinare come i termini siano stati impiegati dai differenti autori e come luso di questi termini è cambiato nel tempo".

                                     

2. Il chakra nello yoga

Nello Hatha Yoga i chakra sono interpretati come tappe del percorso ascensionale che Kundalinī attraversa nel corpo delladepto una volta ridestata grazie a pratiche e riti opportuni. Oggi si preferisce chiamare Kundalinī Yoga laspetto dello Hatha Yoga che fa riferimento principalmente alle pratiche interessate al kundalinī, e quindi al ruolo e significato dei chakra. I testi classici sono la Gheranda Samhitā, la Hathayogapradīpkā e la Śiva Samhitā ; essi fanno comunque riferimento a numerosi Tantra di epoca ben anteriore.

Man mano che Kundalinī sale, i chakra verrebbero attivati, lasciando quindi sperimentare alladepto stati psicofisici via differenti.

Il fine principale attribuito a questi riti e pratiche propri dellinduismo tantrico e non è lacquisizione di poteri straordinari, ma è e resta sempre la liberazione moksa, intesa come affrancamento dal ciclo delle rinascite samsāra; un fine salvifico dunque, soteriologico, e non di ordine pratico, utilitaristico, anche se poi nei testi si fa anche menzione dei "poteri" vibhūti o siddhi che sarebbe possibile conseguire.

Secondo la visione tantrica shivaita, di cui il Kundalinī Yoga fa parte, nellemanare il mondo, Paramaśiva, la Realtà Assoluta, si è espanso generando quella pluralità che noi chiamiamo mondo, nella sua accezione più vasta. Perché ciò fosse possibile Egli si è autolimitato, dando così luogo al tempo, allo spazio, alla materia, al dualismo, alla causalità, e di conseguenza, al samsāra. Queste autolimitazioni sono rese possibili grazie al śakti, la Sua stessa energia, di cui Kundalinī non è altro che un aspetto, appunto quello presente nel corpo umano. Kundalinī che ascende dal primo allultimo chakra segue quindi, al livello del microcosmo umano, il percorso inverso a quello di emanazione cosmica. È la potenza di Paramaśiva che ricongiungendosi in Śiva medesimo, consente di liberarsi delle limitazioni che hanno consentito ciò che è manifesto, il mondo, trasmigrazione compresa. Il termine yoga, ricordiamo, vuole significare "unione": unione del Dio e della Sua energia, di Śiva e Śakti, Śakti che "riposava" nel primo chakra come Kundalinī o Kundalinī-śakti.

Questa energia quiescente è immaginata e simboleggiata come un serpente che giace arrotolato su se stesso: kundalinī significa infatti "arrotolata", "ricurva". Lattivazione è visualizzata dal serpente che si drizza come allimprovviso, liberando calore e permettendo ad altre energie sopite, ai "soffi" altrimenti bloccati prāna, di circolare. I chakra sono immaginati come fiori di loto padma variamente colorati che sbocciano in tutta la loro bellezza, liberando potenzialità celate.

Nei testi i chakra sono variamente descritti e anche raffigurati con molti particolari. Ognuno di questi elementi ha una valenza simbolica precisa, con riferimenti sia al processo di emanazione del cosmo, sia a quello di riassorbimento in esso.

Il simbolo prevalente per i chakra è quello del fiore di loto, rappresentato come osservato dallalto e coi suoi petali aperti e variamente colorati. Il numero dei petali e il relativo colore varia a seconda del chakra. Su ogni petalo è riportato un grafema dellalfabeto sanscrito, la "lingua perfetta", perché ogni cosa nel mondo ha un nome grazie a questi suoni. Allinterno del fiore è generalmente riportato uno yantra, ossia un diagramma simbolico che è in relazione con un elemento costitutivo del cosmo tattva. Troviamo inoltre un mantra scritto in caratteri devanāgarī, anchesso in relazione col tattva, il suo suono generatore; e una divinità che lo presiede. Sono spesso altresì raffigurate altre divinità, deputate a presiedere quel determinato chakra. Completano la rappresentazione iconografica lo yoni, rappresentato con un triangolo con la punta verso il basso, e il liṅga, simboli di Śakti e Śiva rispettivamente, i due poli del divino: il trascendente e limmanente, la luce e il suo riflesso, lessere e il divenire, il maschile e il femminile.

                                     

2.1. Il chakra nello yoga Mātrkācakra

Nelle tradizioni tantriche del Kashmir la mātrkā-cakra "ruota delle madri" è lemissione dei fonemi dellalfabeto sanscrito a partire dallAssoluto, in questo caso Paramaśiva, lo Shiva Assoluto, o più semplicemente Anuttara "senza niente sopra". Riassumendo, secondo il filosofo indiano Ksemarāja le sedici vocali rappresentano larticolazione della Coscienza Assoluta nelle sue potenze; le venticinque consonanti occlusive da K a M il dispiegamento del Cammino impuro; le quattro semivocali le Corazze da Y a V; le tre sibilanti e laspirata il dispiegamento del Cammino puro; KS, il cinquantesimo fonema, è infine simbolo dellintera emissione fonica, il "seme della sommità", formato dalla prima e ultima consonante, la S, che nellunione da dentale diventa retroflessa. Questa emissione è invero, secondo queste tradizioni, solo unangolazione differente dalla quale si può vedere il processo di emanazione dellAssoluto.

Ritroviamo i cinquanta fonemi in scrittura devanāgarī sui petali dei chakra principali, proprio a simboleggiare questa emissione che, quando interpretata in senso inverso, dal primo allultimo chakra, diventa simbolo di ricongiungimento con lAssoluto. I fonemi sono detti madri perché, essendo forme foniche della potenza divina, sono personificabili come altrettante divinità femminili. Di queste sono composti i mantra le scritture sacre dei Veda.



                                     

3. Il corpo sottile e i chakra: origini e contesti

Secondo lo storico delle religioni britannico Gavin Flood, il testo più antico nel quale è descritto il sistema dei sei chakra, quello attualmente più diffuso, è il Kubjikāmata Tantra: testi precedenti menzionano infatti un numero differente di chakra variamente e differentemente collocati nel corpo sottile. La tradizione tantrica alla quale questo testo appartiene è la cosiddetta tradizione kaula occidentale, risalente allXI secolo e.v. e originaria dellHimalaya occidentale, probabilmente nel Kashmir, e attestata con certezza nel XII secolo in Nepal. Kubjikā, la Dea "gobba", o "curva", è associata con Kundalinī, l"attorcigliata", quella forma del potere divino che ordinariamente giace quiescente nel corpo in corrispondenza del primo chakra. Così la Śiva Samhitā, un testo del XVI-XVIII secolo:

Le "arterie" cui il testo fa riferimento sono le nadi trascrizione di nādī, termine traducibile con "tubo", "canale", per indicare qui condotti simili a quelli nei quali scorre il sangue o la linfa. Le tre "arterie" principali sono: la susumnā, il canale centrale, dritto e verticale; idā e piṅgalā, due canali situati alla sinistra e alla destra della susumnā.

Nādī e chakra, insieme ad altri componenti quali il prāna "respiro" o "energia vitale", i vāyu "soffi", "venti" e i bindu "punti", sono i principali componenti anatomici di quello che nella letteratura contemporanea è noto come "corpo sottile": lenergia vitale vi scorre attraverso i canali sotto forma di soffi, mentre lenergia divina si trova latente nei centri. Laccademico francese André Padoux fa notare che il termine "corpo sottile" è invero improprio, perché si presta a essere confuso con il corpo trasmigrante, il suksmaśarīra, che letteralmente sta proprio per "corpo sottile". Egli, come altri studiosi contemporanei, preferisce usare il termine "corpo yogico". Così si esprime laccademico statunitense David Gordon White:

Il corpo yogico o sottile, fondamentale in quasi tutte le pratiche meditative e rituali tantriche, è una struttura ovviamente immateriale, inaccessibile ai sensi, che ladepto crea immaginandola, visualizzandola. Il tāntrika, ladepto, costruisce così, con queste pratiche, un corpo complesso nel quale coesistono il corpo grosso quello fisico che si riceve alla nascita e il corpo sottile: è il corpo di un "uomo-dio", concetto nucleare nel tantra, ma di concezione ben anteriore.

Questa coesistenza ha fatto sì che spesso, soprattutto in epoca più recente, si sia tentato di localizzare allinterno del corpo grosso elementi che sono invece peculiari del corpo sottile, localizzazione ipotizzata reale e non immaginale, dando così luogo a confusioni e indebite interpretazioni. Lesempio più eclatante è lidentificazione dei chakra coi plessi nervosi, identificazione che sembra ormai corrente:

Così lindologo tedesco Georg Feuerstein sintetizza:

I chakra restano elementi fisicamente non individuabili né sperimentabili al di fuori del contesto in cui hanno valenza:

                                     

4. I sette chakra principali nellinduismo

Nella letteratura orientale è possibile riscontrare molteplici descrizioni del corpo sottile, e di conseguenza anche del sistema dei chakra, in relazione alle differenti collocazioni, visualizzazioni e funzioni:

Le descrizioni più note del sistema dei chakra nella letteratura accademica e in quella divulgativa contemporanee risalgono a quelle diffuse dallorientalista britannico Sir John Woodroffe, magistrato britannico presso la Corte suprema del Bengala, appassionato di tantrismo che con lo pseudonimo di Arthur Avalon pubblicò nel 1919 un testo su questo argomento, Il potere del serpente. Egli aveva parzialmente tradotto e commentato un testo delle tradizioni tantriche, lo Satcakranirūpana. Il testo di Avalon e lo Satcakranirūpana rappresentano ancor oggi le principali fonti di diffusione in Occidente di questi concetti. A questi si rifanno, ad esempio, il summenzionato David Gordon White, accademico statunitense, lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade, lindologo francese Jean Varenne.

Nel trattato sono presentati i sette chakra principali, e di ognuno di questi riportati la collocazione nel corpo sottile; gli yantra, i bījamantra le divinità associati; i rapporti le corrispondenze con gli elementi del cosmo.

                                     

4.1. I sette chakra principali nellinduismo I chakra: mūlādhāracakra

Situato alla base della colonna vertebrale, tra lano e gli organi genitali esterni nella zona del plesso coccigeo, è rappresentato da un loto cremisi con quattro petali riportanti i fonemi dellalfabeto sanscrito in scrittura devanāgarī व, श, ष, स nella traslitterazione IAST rispettivamente: "v", "ś", "s", "s". Un quadrato giallo è situato nel centro del loto, a sua volta recante in mezzo un triangolo dalla punta rivolta verso il basso. Il quadrato è simbolo dellelemento grosso Terra prthivī, il triangolo della vagina yoni. È in relazione con lelemento sottile Odore gandha. Il mantra associato è LAM लं, la divinità Brahmā.

Allinterno del triangolo è posto un liṅga, e avvolto intorno a esso come un serpente è Kundalinī, che con la propria bocca ostruisce lapertura sommitale del liṅga, la "porta di Brahman", e quindi laccesso alla susumnā, la via principale di risalita di Kundalinī.

                                     

4.2. I sette chakra principali nellinduismo II chakra: svādhisthānacakra

Lo svādhisthāna è situato alla base dellorgano genitale, nella zona corrispondente al plesso sacrale. Rappresentato da un loto a sei petali di colore vermiglio riportanti i fonemi ब, भ, म, य, र, ल rispettivamente: "b", "bh", "m", "y", "r", "l", ha nel suo interno una mezzaluna bianca.

Il mantra associato è VAM वं, mentre la divinità è Vishnu. È in relazione con lelemento grosso Acqua ap e con lelemento sottile Sapore rasa.

                                     

4.3. I sette chakra principali nellinduismo III chakra: manipūracakra

Si trova nella regione del plesso epigastrico, allaltezza dellombelico. Il loto è di colore blu e ha dieci petali, associati ai fonemi ड, ढ, ण, त, थ, द, ध, न, प, फ rispettivamente traslitterati come: "d", "dh", "n", "t", "th", "d", "dh", "n", "p", "ph". Al centro del loto è un triangolo rosso. È relazionato con lelemento grosso Fuoco tejas.

Il mantra associato è RAM रं, la divinità è Rudra.

                                     

4.4. I sette chakra principali nellinduismo IV chakra: anāhatacakra

Questo chakra è situato nella regione del plesso cardiaco. Il loto ha dodici petali dorati ed è di colore rosso. I fonemi sono क, ख, ग, घ, ङ, च, छ, ज, झ, ञ, ट, ठ nella traslitterazione IAST rispettivamente: "k", "kh", "g", "gh", "ṅ", "c", "ch", "j", "jh", "ñ", "t", "th". Il mantra associato è YAM यं, la divinità è Agni o Ishvara.

Anāhatacakra è in relazione con lelemento grosso Aria vāyu e con lelemento sottile Tatto sparśa.

Nellinterno del loto due triangoli equilateri di colore grigio si sovrappongono a formare un esagramma, che a sua volta include un liṅga risplendente.

                                     

4.5. I sette chakra principali nellinduismo V chakra: viśuddhacakra

Il chakra è situato al livello del plesso laringeo. Il loto è di colore blu con 16 petali rosso-cenere, e i fonemi riportati nei petali sono le vocali अ, आ, इ, ई, उ, ऊ, ऋ, ॠ, ऌ, ॡ, ए, ऐ, ओ, औ, più il visarga अः e l anusvāra अं nella traslitterazione IAST rispettivamente: "a", "ā", "i", "ī", "u", "ū", "r", "r", "l", "l", "e", "ai", "o", "au", "h", "m". Il mantra associato è HAM हं, Shiva la divinità, nel suo aspetto Sadashiva, Shiva leterno.

Allinterno dello spazio blu è collocato un cerchio di colore bianco che racchiude un elefante.

                                     

4.6. I sette chakra principali nellinduismo VI chakra: ājñācakra

Il sesto chakra è collocato fra le due sopracciglia, nel plesso cavernoso. Il loto che lo rappresenta è bianco con due petali che recano iscritti i fonemi ह e क्ष traslitterati come "h" e "ks". Nel loto trova posto un triangolo con allinterno un liṅga, entrambi di colore bianco. Non è associato ad alcun elemento, essendo in numero di cinque sia gli elementi grossi sia quelli sottili. Il mantra associato è Om ॐ, la divinità ancora Shiva nel suo aspetto Paramashiva, Shiva il supremo.

                                     

4.7. I sette chakra principali nellinduismo VII chakra: sahasrāracakra

Posto sopra la testa, è raffigurato con un loto rovesciato e munito di mille petali sahasrā vuol dire appunto "mille", dove mille è il risultato di 50x20: i cinquanta fonemi dellalfabeto sanscrito ripetuti venti volte. Al centro del fiore è luna piena che racchiude un triangolo.

Sahasrāracakra non è associato ad alcun mantra, né ad alcuna divinità, ma:

È qui, in questo chakra, che ladepto sperimenta lunione col divino, la liberazione, il samādhi:

                                     

5. Altre descrizioni del sistema dei chakra

Nella letteratura tradizionale esistono altri sistemi di chakra, in relazione sia alle tradizioni sia ai testi. Nella tradizione della Śrīvidyā si contano nove chakra principali. Il Kaulajñānanirnaya ne descrive invece undici.

Rispetto al sistema sopra presentato, cioè quello dello Satcakranirūpana, nella gran parte delle tradizioni tantriche sono usati altri nomi per indicare gli stessi chakra, col settimo situato non sulla sommità del capo, bensì circa dodici dita sopra di questo: si tratta dello dvādaśānta. Dvādaśānta vuol dire appunto "fine delle dodici dita".

                                     

5.1. Altre descrizioni del sistema dei chakra I chakra nello shivaismo kashmiro

I sistemi dei chakra trovano le loro prime descrizioni nei testi delle tradizioni del Kaula, tradizioni religiose tantriche per lo più sviluppatesi nellIndia del nord, nel Kashmir e regioni adiacenti. Queste tradizioni hanno origini non facilmente identificabili, si tratta infatti di tradizioni popolari che probabilmente hanno le loro radici in epoche molto lontane, e che sono state tenute in vita al margine del mondo vedico, per poi fiorire in epoche più recenti e produrre testi.

Più che come loti padma, in queste tradizioni i chakra vengono visti come "ruote" pronte a girare, o vibrare, quando le energie divine le attivano. Distanti circa tre pugni di mano luno dallaltro, il Trika, una scuola religiosa derivata dalla tradizione del Kaula detta Pūrva-āmnāya "tradizione orientale", descrive cinque chakra:

  • Mūlādhāracakra
Qui, normalmente inerte, giace lenergia divina sotto forma di kundalinī inferiore adhahkundalinī; o anche śaktikundalinī, termine che si può rendere con "energia arrotolata", cioè non ancora dispiegata, quiescente. In questo stadio, che è quello delluomo ordinario, costui confonde la sua vera natura col proprio corpo grossolano. Quando risvegliata, śaktikundalinī può diventare prānakundalinī, "energia dei soffi vitali", e circolare così nel corpo sottile dello yogin e far vibrare le altre ruote. Il fine è il ritorno alla fonte di emissione di ogni cosa, Paramaśiva, lAssoluto. A tale scopo prānakundalinī deve ancora compiere un altro passo, diventare parakundalinī, "energia assoluta". Quando parakundalinī si fonderà con Śiva nello dvādaśānta, tutto sarà tornato nello stadio indifferenziato prima dellemissione del cosmo. Questo dinamismo incessante fra lassoluto e limmanente, fra lemissione del cosmo e il suo riassorbimento nel corpo sottile dello yogin, fra lessere e il divenire, è una qualità essenziale dellAssoluto nelle tradizioni non dualiste del Kashmir. È anche nota come spanda, "vibrazione", fisicamente sperimentabile dalladepto non appena egli riesce a dirigere correttamente la prānakundalinī.
  • Nābicakra
È situata allaltezza dellombelico, e da questo si irradiano le dieci nādī più importanti del corpo sottile.
  • Hrdayacakra
Si trova allaltezza del cuore hrdaya, ed è un importante centro di mescolamento e diffusione dei soffi vitali.
  • Kantacakra
Posto alla base del collo, nella parte interna della gola, è ritenuto un centro di purificazione.
  • Bhrūmadhyacakra
È posto fra le due sopracciglia. Quando lo yogin riesce a colmare di energia questa ruota, egli è pronto per abbandonare ogni dualismo fra sé e il mondo, ogni legame col divenire delle cose: è pronto cioè per il samādhi: non gli resta che proiettare fuori dal corpo lenergia, oltre la sommità del capo. Invero, questo stadio è raggiunto assai raramente.
  • Dvādaśānta
Questultimo non è considerato un chakra, in quanto non appartiene a tutti ma soltanto a chi ha realizzato lunione cosmica, si è cioè completamente identificato con lAssoluto, Ṡiva, divenendo un liberato in vita. Il dvādaśānta è situato fuori dal corpo, dodici dita al di sopra della testa, ove effonde in continuazione beatitudine.


                                     

6. I chakra secondari

Il secondo gruppo per importanza è composto da chakra minori che si troverebbero nei polpastrelli, al centro del palmo delle mani, in alcune aree dei piedi, nella lingua o altrove. Il terzo gruppo è composto da un numero praticamente incalcolabile di chakra di dimensioni piccole e minuscole; infatti, in ogni punto in cui si incontrano almeno due linee energetiche, anche infinitesimali, si troverebbe un chakra.

                                     

7. I chakra nella visione occidentale

In Occidente la dottrina dei chakra deve la sua diffusione principalmente alla traduzione di un testo indiano, lo Satcakranirūpana, a opera dellorientalista britannico Sir John Woodroffe, alias Arthur Avalon, nel suo The Serpent Power 1919. Il testo di Woodroffe è al centro de La psicologia del Kundalini-yoga. Seminario tenuto nel 1932 da Jung. Laspetto forse più interessante dellinterpretazione junghiana è il tentativo di correlare un simile fenomeno a ciò che oggi la psichiatria definirebbe disturbo da somatizzazione, in cui però la psicosomatica prevale sul somatopsichico.

Il vescovo e chiaroveggente C. W. Leadbeater, pubblicò un libro contenente i propri studi le proprie osservazioni relative ai centri di forza nel testo The Chakras 1927.

Rudolf Steiner, fondatore dellAntroposofia, parla dello sviluppo dei chakra nel libro Initiation and Its Results 1909, fornendo istruzioni progressive per lo sviluppo di tali centri di forza.