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ⓘ Aśvamedha




                                     

ⓘ Aśvamedha

Lo Aśvamedha fu uno dei riti più importanti della Religione vedica avente lo scopo di delimitare i confini di un regno.

Riportato già nel Rgveda I,162 e I,163, è descritto in dettaglio nello Śatapatha Brāhmana XIII e in altri testi recenziori, poteva essere celebrato solo da un re.

Questo rito sacrificale ha origini antichissime e appartiene alla cultura indoeuropea, conservando dei paralleli in Iran, a Roma e in Irlanda.

Scopo del rito, di natura cosmogonica, è quello di fondare la supremazia di un re rājan, il re che compie il sacrificio, sugli altri condottieri.

                                     

1. Le fonti

La fonte letteraria più antica è costituita dagli inni rigvedici I.163 e I.164. Passando ai brāhmana la fonte più copiosa è senza dubbio lo Śatapathabrāhmana XIII; l’aśvamedha è poi esposto anche dal Taittirīyabrāhmana VIII e IX prapāthaka del III kānda. Anche le upanisad contengono richiami all’aśvamedha ed è noto l’incipit della Brhadāranyakopanisad I.1 sull’interpretazione cosmologica del sacrificio equino. Gli śrautasūtra del Rgveda che trattano dell’aśvamedha sono l’Āśvalāyana X e lo Śāṅkhāyana XI-XII. Il primo testo colloca l’aśvamedha tra gli ahīna, i sacrifici somici che durano da dodici giorni a un anno, mentre il secondo lo inserisce contemporaneamente tra gli ahīna e i sattra, cioè i grandi complessi sacrificali della durata di un anno o più.25 Per quanto riguarda la letteratura degli śrautasūtra afferenti allo Yajurveda, l’aśvamedha viene esaminato nel Baudhāyana XV, nell’Āpastamba XX, nel Vārāha IV adhyāya, III vājapeyādikam, nel Kātyāyana XX, nel Mānava IX.2, nel Vādhūla nove anuvāka, XI adhyāya, nel Satyāsādha-Hiranyakeśisūtra XIV; vi sono testimonianze che pure il Bhāradvāja contenesse parti relative al sacrificio del cavallo.26 Anche il Sāmaveda ha propri śrautasūtra che comprendono sezioni dedicate al sacrificio equino: l’Ārseyakalpa VI-VIII, il Lātyāyana III-IV; IX e il Drāhyāyana XXVII patala. Il Vaitāna Sūtra VII.36.14-37.9 è invece l’unico testo appartenente all’Atharvaveda che tratta l’aśvamedha. La letteratura epica e puranica offre diverse citazioni dell’aśvamedha: nel Mahābhārata si ricorda l’aśvamedha di Yudhisthira celebrato al termine del conflitto XIV.2-3, mentre nel Rāmāyana vi sono ben tre sacrifici del cavallo, quello di Daśaratha I.11-15, quello di Sagara I.38-42 e quello di Rāma alla fine del poema VII.82-89, quest’ultimo contenuto anche nell’Ānandarāmāyana III. Nello Skandapurāna è il re Indrayumna a eseguire un aśvamedha Vaisnava II.14-19, mentre il Pātalakhanda del Padmapurāna Pātāla 1-68 riporta una serie di avventure connesse proprio all’aśvamedha di Rāma; la Gargasamhitā dedica un intero khanda all’aśvamedha X, mentre l’aśvamedha di Vasudeva è descritto nell’Harivamśa II.83.

Caso particolare è quello di un poema risalente a epoche più recenti: l’Īśvaravilāsamahākāvya IV-V racconta dell’aśvamedha celebrato da Savāī Jaysimh II di Jaipur nel XVIII sec. Questo testo è in qualche modo paradigmatico perché, pur pretendendo di esporre fatti reali, è un’opera assolutamente letteraria e non conferma la storicità dell’aśvamedha di Jaysimh II.Una serie di sacrifici del cavallo sono citati o presentati nel Bhāgavatapurāna: tre sono celebrati da Yudhisthira I.8.6; I.10.2; I.12.34, un centinaio da Bali VIII.15.34, alcuni alla presenza di Vasistha e Gautama IX.4.22, tre vengono eseguiti da Parīksit I.16.3 e uno dal popolo degli Aṅga allorché gli dei non rispondono alle invocazioni IV.13.25; infine cento sacrifici sono compiuti da Prthu IV.16.24; IV.19.1 e uno da Indra IV.13.18-20. In diversi purāna sono poi inserite vicende collegate alla celebrazione di un aśvamedha: nel Brahmapurāna II.30.10; II.31.67; II.34.24; III.5.7; III.7.268; III.11.13-16; III.64.17; III.68.26; III.70.24 e 27; III.71.119; III.72.28; IV.12.31, nel Vāyupurāna XX.16; XXX.291; XXXII.52; L.221; LVII.52; LX.23; LXVII.50; LVII.53-8; LXXII.66; LXXV.60 e 75; XCIX.456; CIV.84; CV.10.32; CXI.17.51; CXII.31-2., nel Visnūpurāna IV.1.56; VI.8.28 e 34 e nel Matsyapurāna XII.10; XXII.6; XXVIII.6; LIII.15; LVIII.54; CVI.29; CXLIII.6-26; CXLIV.43; CLXXXIII.71 e 80.

                                     

2. Preparazione del sacrificio

Questo importante rito vedico consiste nello scegliere uno stallone, che impersona il Sole e la Potenza Ksatra, a cui viene fatto bere il Soma e quindi lasciato libero per un anno, ma circondato da una mandria di cento cavalli castrati e scortato da quattrocento giovani guerrieri i quali devono proteggerlo e accertarsi che la vittima designata non si accoppi con qualche giumenta o si bagni in acque impure o ancora si muova allindietro.

Lavvio del rito consiste nel re sacrificante che sussurra nellorecchio destro dello stallone prescelto dei mantra inerenti alla sua nuova condizione di "campione". Il destriero viene quindi lasciato libero.

Il re sacrificante non segue direttamente questa seconda fase del rito, rimanendo nella sua residenza ove apporta i necessari sacrifici le necessarie recitazioni, il suo ruolo è tuttavia rappresentato da un adhvaryu lofficiante dello adhvara, nonché colui che recita le formule dello Yajurveda in qualità di re-putativo, il quale segue lo stallone durante il suo peregrinare, allestendo i doverosi riti.

Qualora tali condizioni vengano rispettate, e i rājan dei territori attraversati dal destriero non siano riusciti, o non abbiano voluto, con i propri guerrieri, catturare o uccidere lo stallone, questi re confinanti si sottomettono al re sacrificante.

Ottenuto ciò, il cavallo viene sacrificato affinché gli dèi proteggano i nuovi confini del regno, apportandovi ricchezze e benessere.

                                     

3. Il sacrificio del cavallo

L’asvamedha è un triratra, cioè un sacrificio di tre giorni,23 ma le cerimonie preparatorie durano un anno. Occorre poi considerare i dodici giorni di diksa iniziazione e i dodici giorni di upasad omaggio che precedono i tre giorni del sacrificio vero e proprio.

L’asvamedha si celebra in primavera o in estate: per alcuni si inizia l’ottavo o il nono giorno della quindicina chiara del mese jyaistha maggio-giugno oppure del mese di asadha giugno-luglio, per altri invece l’asvamedha inizia a primavera, l’ottavo o il nono giorno del mese phalguna febbraio-marzo. L’Apastambasrautasutra afferma che il sacrificio deve compiersi quando la luna è in congiunzione con la stella citra: è nel giorno di luna piena del mese caitra marzo-aprile che il sacrificante comincia ad offrire le oblazioni.La stessa indicazione è contenuta nel Baudhayanasrautasutra.

Il primo giorno si erige la mahāvedi, il grande altare destinato ai sacrifici degli animali paśubandha, nel mentre si sacrificano vari animali e si provvede allavvio della spremitura del soma:

In particolare la zona sacrificale deve essere grande due o tre volte rispetto all’area per un normale sacrificio del soma o per una forma normale dell’agnicayana. È importante che a est del luogo del sacrificio vi sia una fonte d’acqua.

I quattro spazi della mahāvedi vengono assegnati ai quattro principali sacerdoti, unitamente alle quattro mogli del re sacrificante:

  • allo adhvaryu il mormoratore dello Yajurveda si accompagna la pālāgalī, la moglie di "bassa nascita".
  • allo hotr il recitatore del Rgveda si accompagna la vāvātā, la "favorita" del re;
  • al brāhmana il recitatore dello Atharvaveda nonché soprintendente allintero rito si accompagna la regina consacrata, la mahīsi ;
  • allo udgātr il cantore del Sāmaveda si accompagna la parivrkti, la "sfavorita", colei che non ha figli;

Il secondo giorno, il più importante dellintero rito, lo stallone viene dedicato a Prajāpati unitamente ad altri due animali: una capra priva di corna e un gomrga gayal, bos frontalis.

Lo stallone viene quindi legato al palo centrale yūpa dellarea sacrificale. Centinaia di animali di diverse specie, addomesticate e selvatiche, lo circondano legati ad altri pali. A questo punto le tre mogli principali si fanno avanti, unitamente al loro seguito, lavando e ornando lo stallone, spalmandolo di ghrta.

Il re sacrificante in armi monta il cavallo, recitando le lodi agli antenati, alle armi, ai cavalli.

Lo agnīdhra, il sacerdote rappresentante di Agni che nella sua qualifica di agnīdh ha acceso il fuoco sacrificale, si avvicina al cavallo portando tale fuoco in una grande coppa, girando quindi intorno al destriero e agli altri animali. Gli animali selvatici vengono a questo punto liberati unitamente a quattro cavalle e a quattro capre prescelte. Restano legati ai pali sacrificali solo gli animali addomesticati.

Quindi lo stallone, la capra senza corna e il gomrga vengono uccisi per mezzo del soffocamento: il primo mediante un telo di lino, gli altri due vengono invece strangolati con delle corde.

A questo punto si forma un corteo sacro composto da sacerdoti, dalla mahīsi, accompagnata da cento principesse, quindi dalla vāvātā, con al seguito cento giovani donne di famiglia ksatriya, dalla parivrkti, accompagnata da cento figlie dei capi villaggio, e infine dalla pālāgalī, con cento figlie di ksattr servitori, più una vergine.

Tale corteo compie per nove volte la circumambulazione dello stallone. Le donne, principesche, sventagliano le vesti e si battono le cosce, invocando Indra. Il numero nove simboleggia i tre mondi Terra, Spazio e Cielo, le sei stagioni dellanno degli hindū e i nove soffi vitali che muovono il corpo.

Tutte le mogli, tranne la mahīsi, si siedono intorno al corpo del destriero, quindi lo adhvaryu accompagna questultima verso lo stallone avvicinando il pene dellanimale alla vagina della regina consacrata. Nel mentre ciò accade, vengono profferiti mantra osceni tra le donne e i sacerdoti. Tale oscenità, impensabile nella puritana cultura vedica, viene successivamente sanata con una recitazione collettiva allo stallone Dadhikrāvan, al Sole albeggiante, quindi a forma di ferro di cavallo.

Lo scopo di questa "ierogamia" è quello di incanalare la potenza lo ojas del sacro stallone che per un anno non si è accoppiato, come il re sacrificante che è rimasto casto dormendo per un anno intero tra le braccia della vāvātā, nel ventre della regina consacrata, così che in futuro ella possa generare un figlio ricco di potenza divina.



                                     

4. La divisione del corpo sacrificale del cavallo

Le tre regine si apprestano quindi a cucire con oro e argento delle linee sul corpo dello stallone per marcare le linee della corretta sua macellazione. Stesso rito compiono sul corpo della capra e del gomrga. Estratti gli omenti, il re sacrificatore taglia anche lorecchio destro, lì dove aveva sussurrato il mantra al destriero.

Gli omenti vengono quindi cotti e distribuiti, insieme alle carni delle altre vittime. Il sangue viene raccolto insieme alla zampa anteriore destra.

Il re sacrificante siede quindi sul trono, questo ricoperto da una pelle di tigre, e viene asperso con dellacqua mentre si recita il Purusasūkta Rgveda X,90.

A questo punto lo adhvaryu prende le parti sezionate del cavallo e degli altri due animali principali, ricomponendole per terra ponendo la testa della capra verso Ovest, mentre quella dello stallone e del gomrga viene collocata ad Est.