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ⓘ Appercezione




Appercezione
                                     

ⓘ Appercezione

Il termine appercezione sta a indicare una forma particolare di percezione mentale, che si distingue per chiarezza e consapevolezza di sé. Fu introdotto dal filosofo Leibniz per definire la "percezione della percezione", ossia la percezione massima perché situata al più alto livello di autocoscienza. In Kant è nota altrimenti come Io penso ".

                                     

1. Leibniz

Secondo Leibniz, la capacità di pensare e di rappresentarsi il mondo non appartiene esclusivamente alla vita cosciente, ad esempio agli uomini o agli animali superiori. Anche la realtà apparentemente inanimata, come la materia, ha una sua vita nascosta, fatta di piccole percezioni, che rimangono avvolte nelloscurità e nellincoscienza. Persino al più infimo livello dellessere non cè mai assenza totale di una qualche attività pensante. Non esiste una realtà che sia priva di pensiero; esistono semmai infinite gradazioni di pensiero, da quello più confuso a quello più chiaro e distinto, nel quale si ha appunto l appercezione. Lessere risulta così strutturato in uninfinità di sostanze o monadi, ognuna delle quali è un "centro di rappresentazione", vale a dire un centro di forza, dotato di unenergia spirituale che consiste in una particolarissima e individualissima prospettiva sul mondo.

La vitalità della materia, con cui Leibniz si riappropria della metafisica neoplatonica abbinandola in un certo senso all entelechia aristotelica, gli consente di confutare la filosofia di Cartesio: questi aveva assimilato tutta la conoscenza alla res cogitans, contrapponendola alla res extensa cioè alla realtà materiale fuori di noi, concepita in forma meccanica e inanimata, che diventava così un qualcosa di inerte e privo di importanza. Cartesio non negava lesistenza della materia, ma la considerava vera solo nella misura in cui riusciva ad averne una coscienza chiara ed evidente, per cui se non ne ho coscienza non esiste. Tale impostazione è per Leibniz gravemente sbagliata: in realtà esistono anche pensieri di cui non si ha consapevolezza, perché non cè nessun dualismo insanabile tra spirito e materia, tra coscienza e incoscienza, ma solo infiniti passaggi dalluno allaltro.

È soltanto negli organismi superiori, però, e in particolare nelluomo, che le percezioni giungono a diventare coscienti, cioè ad essere appercepite: luomo infatti riesce a coglierle unitariamente nella loro molteplicità, sommandole e componendole in una visione sintetica, come fossero tessere di un mosaico. In ciò consiste propriamente lappercezione, che significa in definitiva "accorgersi"; ad esempio il rumore del mare è in fondo il risultato del rumore delle piccole onde che essendo piccole percezioni noi assimiliamo inconsciamente fino a sviluppare la "percezione della percezione".

Ciò significa che anche nelluomo possono darsi percezioni inconsce, a cui non prestiamo cioè sufficiente attenzione o che releghiamo nei meandri oscuri della mente. Soltanto in Dio esiste il più alto grado di rappresentazione del mondo, ossia lappercezione più chiara e distinta che è lautocoscienza: questa riassume in sé le percezioni di tutte le altre monadi.

Leibniz si pone così agli antipodi anche rispetto allempirismo di Locke, che concepiva la realtà in termini meccanici di causa-effetto, e secondo il quale le idee della mente erano come oggetti plasmati dallesperienza, per cui in maniera simile a quanto affermava Cartesio esisterebbe solo ciò di cui ho unidea sufficientemente chiara e oggettiva, essendo questa un"impronta" del mondo sensibile. Leibniz fu invece un sostenitore dellinnatismo platonico della conoscenza: il conoscere non è un automatismo meccanico, ma atto di appercezione che coinvolge in qualche modo la libertà e lautocoscienza del soggetto. La conoscenza è quindi un atto fuori dal tempo, e non la ricezione passiva di un fatto o una semplice nozione.

                                     

2. L"io penso" kantiano o appercezione trascendentale

Kant utilizza lespressione io penso per indicare lappercezione, da lui intesa come appercezione trascendentale, cioè funzionale al molteplice, nel senso che si attiva solo quando riceve dati da elaborare. Essa si trova al vertice della conoscenza critica, perché unifica e dà un senso alle nostre rappresentazioni del mondo. La conoscenza infatti non deriva solo dalle percezioni sensibili: in virtù di queste un oggetto ci è "dato", ma con lappercezione esso viene "pensato", tramite lutilizzo di dodici categorie mentali, senza le quali il soggetto sarebbe come cieco.

Il problema che Kant cercava in particolare di risolvere, da lui affrontato nella Deduzione trascendentale della Critica della ragion pura, era il seguente: perché la natura sembra seguire leggi necessarie conformandosi a quelle del nostro intelletto? Con quale diritto questultimo può dire di conoscere scientificamente la natura, "stabilendone" le leggi in un modo piuttosto che in un altro? Secondo Kant un tale diritto è giustificato perché il fondamento delle nostre conoscenze non si trova nella natura ma nellattività stessa del soggetto. In proposito anche David Hume, prima di Kant, aveva fatto notare che le caratteristiche di necessità e universalità che noi attribuiamo alle leggi naturali sono in realtà un prodotto del soggetto, ma in tal modo egli aveva distrutto la loro pretesa di oggettività, finendo per giudicarle arbitrarie e del tutto soggettive.

Il passo decisivo della riflessione di Kant, a cui egli arduamente approdò per sua ammissione, consiste allora nel riconoscere loggettività nel cuore stesso della soggettività. Un oggetto infatti è tale solo in rapporto a un soggetto, cioè solo se esso viene pensato da me. È la coscienza che io ho di me come soggetto pensante che mi consente di avere delle rappresentazioni del mondo, poiché la semplice coscienza del dato esteriore "io penso" non può prescindere dalla coscienza critica, attiva, della propria interiorità "io penso che penso". Se non ci fosse questa appercezione di me, cioè che io resto sempre identico a me stesso nel rappresentarmi la mutevolezza e la molteplicità dei fenomeni, dentro di me non ci sarebbe pensiero di nulla, perché non sarebbero una "mia" rappresentazione, e quindi non potrei averne coscienza.

Prendere consapevolezza che un dato oggetto è un prodotto del mio pensiero significa collocarlo entro il quadro unitario di tutte le mie rappresentazioni: conoscere vuol dire infatti collegare, unificare, fare una sintesi.

L Io penso, o "unità sintetica originaria", è propriamente lattività che svolge questa funzione, la quale si esplica quando il legame che lio pone tra due fenomeni, espresso dalla copula "è", assume un valore necessario e oggettivo, diverso dal caso in cui due percezioni, che per esempio siano date successivamente nel tempo, risultino legate da un nesso puramente arbitrario e variabile. Nel primo caso, infatti, a differenza del secondo, interviene l Io penso a dare fondamento oggettivo a quella connessione.

Il modo in cui la natura si presenta ai nostri occhi è dunque il risultato di una nostra funzionalità suprema. Questo però non significa che l io penso arrivi a modellare loggetto fino a crearlo materialmente da solo; la sua non è unattività creatrice ma soltanto ordinatrice, è un "legislatore della natura" che unifica o sintetizza il materiale amorfo proveniente dallesterno consentendo di dargli una "forma", secondo il criterio della reciproca corrispondenza di soggetto e oggetto. Una tale corrispondenza vale pertanto su un piano puramente conoscitivo o formale, dovuto al fatto che noi non conosciamo la realtà per come è in sé noumeno, ma appunto per come noi la recepiamo fenomeno.

Essendo formale, lappercezione non può essere ridotta ad un semplice "dato" oggettivo, perché essa si attiva solo in rapporto a un oggetto: non la possiamo conoscere in se stessa ma solo quando si accompagna alle nostre rappresentazioni. In altre parole, essa non è una semplice conoscenza empirico-fattuale della realtà interiore dellindividuo, ma è la condizione formale di ogni conoscenza, il contenitore della coscienza, non un contenuto. Si tratta di unattività di pensiero che appartiene a tutti gli uomini ma a nessuno di essi in particolare, strutturalmente identica in tutti. Essa si distingue perciò dall io empirico o appercezione empirica, che è invece la coscienza di ognuno basata sulla singola sensibilità individuale e tale da appartenere solo a noi stessi singolarmente.

                                     

2.1. L"io penso" kantiano o appercezione trascendentale Leredità di Kant

Dopo Kant lappercezione pura io penso diventerà il fondamento dellidealismo di Fichte e di Schelling, che lo trasformano nellIo assoluto. Fichte riconosce a Kant il merito di aver dato grande valore allattività del soggetto, ma gli contesta di avere slegato la conoscenza umana dalla cosa in sé, facendo dellunità soggetto/oggetto unentità puramente formale. Ad una forma deve corrispondere una sostanza, un contenuto, che Kant aveva bensì riconosciuto ma soltanto su un piano concettuale relegato allambito del fenomeno; egli svuotava così loggettività della sua stessa valenza oggettiva. Per Fichte, invece, il soggetto è "forma trascendentale" proprio in quanto crea da sé il suo contenuto, non potendo esserci soggetto senza un oggetto. Lappercezione viene pertanto da lui identificata con lintuizione intellettuale, ossia con la capacità che ha lintelletto di accedere alla cosa in sé, essendo questultima diventata una parte dellio, un momento della sua attività di autocostruzione. Perché si sviluppi lautocoscienza rimane tuttavia essenziale che loggetto non venga per ciò stesso dissolto nel soggetto, pertanto Fichte ricorre alla kantiana immaginazione produttiva per spiegare come la creazione delloggetto operi pur sempre inconsciamente, e vi si debba accedere per una via diversa da quella teoretica.

Laspetto essenzialmente pratico, concreto, dellappercezione, con cui lIo non solo conosce ma agisce, sarà anche il nucleo dellidealismo attuale di Giovanni Gentile, il quale sottolinea che la natura trascendentale dell "Io penso" non può essere compresa come una realtà compiuta, bensì unicamente quale "atto in atto", ossia un atto mai definitivamente concluso, costantemente in attività e in continuo divenire: per questo non lo si può mai trascendere né oggettivare, essendo la nostra stessa soggettività.



                                     

3. Lappercezione psicologica

In psicologia lappercezione è definita come il processo attraverso il quale una nuova esperienza viene assimilata e trasformata entro i residui del vissuto precedente di una persona, combinandosi con questi e formando così un nuovo insieme. In sintesi, consiste nel vedere una nuova situazione nellottica di quelle passate. Questo concetto è utilizzato nei test di appercezione tematica TAT, che studiano le proiezioni e i costrutti mentali che i nostri apparati conoscitivi mettono in atto nel rapportarsi al mondo circostante.