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ⓘ Teoria marxiana del valore




Teoria marxiana del valore
                                     

ⓘ Teoria marxiana del valore

Karl Marx eredita, rielaborandola, la teoria del valore dei classici, secondo cui la fonte ultima del valore è il lavoro, e nello stesso tempo opera una rottura nei loro confronti. Quello che mutua è lidea, già rintracciabile in Adam Smith e fatta propria da David Ricardo, che il lavoro sia la fonte della ricchezza e che il valore sia determinato dalla quantità di lavoro contenuto nelle merci.

Marx tuttavia si distacca dai classici perché rifiuta una rappresentazione del modo di produzione capitalistico come qualcosa di a-storico, naturale ed eterno, sostenendo invece lidea secondo cui la società capitalistica non è che una tappa dello sviluppo storico dellumanità. Respinge inoltre la definizione del capitale come insieme dei mezzi di produzione, ma lo considera come un qualcosa di storicamente determinato, avente un carattere sociale specifico e non dato in natura una volta per tutte.

Il capitalismo è dunque per Marx un modo di produzione transitorio, caratterizzato dalla separazione dei mezzi di produzione dai lavoratori e dalla massima diffusione della produzione mercantile. In tale ottica il valore non è più una proprietà "naturale", ma risulta connesso alle determinazioni specifiche, storiche di tale modo di produzione.

                                     

1. La teoria classica del valore

Nel pensiero degli economisti classici convivevano due concezioni del valore, quella oggettiva del valore duso e quella soggettiva del valore di scambio. I diversi esponenti di tale scuola cercarono di elaborare una teoria del valore che spiegasse il rapporto fra i due aspetti del valore.

                                     

1.1. La teoria classica del valore Adam Smith

La risposta di Smith si fondava sul principio, fondamentale nella costruzione delleconomista scozzese, della divisione del lavoro. Se ogni soggetto persona o impresa si specializza nel produrre un solo tipo di beni, ed offre i propri beni in cambio di quelli prodotti dagli altri soggetti, diceva Smith, apparentemente vi è uno scambio di merci, ma in effetti vi è uno scambio di lavoro. Conseguentemente le merci e il denaro sono solamente lavoro accumulato.

                                     

1.2. La teoria classica del valore David Ricardo

David Ricardo dedicò il primo capitolo della sua opera più estesa ed organica, i Principi di economia politica e della tassazione, proprio alla teoria del valore. Qui egli sviluppò la teoria del valore smithiana, precisando ad esempio che bisogna considerare non solo il lavoro direttamente applicato al prodotto finito, ma anche quello applicato ai macchinari utilizzati per produrlo.

                                     

2. La teoria di Marx

La teoria marxiana del valore-lavoro prende come base la teoria classica, ma vi apporta alcune modifiche. Rispetto alla distinzione classica fra capitale fisso e capitale circolante, Marx opera una diversa distinzione fra capitale costante e capitale variabile, in cui il capitale costante comprende, oltre al capitale fisso, anche la porzione di capitale circolante non costituita da salari. Inoltre Marx recupera la distinzione fisiocratica fra lavoro produttivo ed improduttivo, per arrivare alla distinzione fra sovrappiù plusvalore e sfruttamento.

                                     

2.1. La teoria di Marx La merce

Nella sua principale opera economica, Il Capitale 1867, Marx inizia così la sua analisi:

"La ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come una immane raccolta di merci e la singola merce si presenta come sua forma elementare."

La merce appare con una duplice caratteristica:

  • da un lato ha la proprietà di essere utile, di soddisfare bisogni umani, ed è quindi valore duso ;
  • dallaltro è depositaria materiale di valore di scambio, ha cioè la proprietà di poter essere scambiata, in determinate proporzioni, con altre merci, ed in particolare con la merce considerata equivalente generale di tutti gli scambi e involucro del valore: il denaro.

Per Marx, lanalisi della merce come valore duso ne fa apprezzare quelle qualità che si realizzano nel consumo, le sue caratteristiche strutturali, estetiche, fisico-chimiche, la sua attitudine a soddisfare i bisogni umani prescindendo dal sacrificio necessario alluomo per appropriarsene. Diversamente, lanalisi della merce come depositaria del valore di scambio porta a prescindere dalle suddette qualità, poiché ciò che interessa sono i rapporti quantitativi che si instaurano tra questa le altre merci, e tra questa ed il denaro.

Una merce si può scambiare con tutte le altre, ed è equivalente a ciascuna di esse, purché prese in determinate quantità reciprocamente congrue. I rapporti di scambio della stessa merce con ciascuna delle altre ci suggeriscono che il valore di scambio è in generale il modo di espressione, la forma fenomenica, di un contenuto da esso distinguibile. Parliamo di valore di scambio quando mettiamo in relazione tra di loro più merci, mentre ogni merce possiede una caratteristica immanente che si manifesta esteriormente nel valore duso. La caratteristica, comune a tutte le merci, è quella di essere prodotto del lavoro.

Il lavoro possiede il duplice carattere della merce. Può essere infatti visto come:

  • lavoro astratto, pura estrinsecazione di lavoro umano, che prescinde dagli aspetti qualitativi e dalle determinazioni specifiche riferite allutilità dei singoli lavori e la cui quantità determina il valore creato.
  • lavoro concreto, qualitativamente definito, volto a produrre questo o quel valore duso; oppure come

Ma essendo il valore un rapporto sociale che si estrinseca nel mercato, ove tutti agiscono su un piano di parità, la quantità di lavoro astratto per produrre una merce è data dal tempo di lavoro socialmente necessario, secondo lintensità e la produttività prevalente in quel ramo produttivo, per produrre le merci. Il mercato "valida" questa quantità, nel senso che, se unimpresa produce una merce impiegando più tempo di quello socialmente necessario, realizzerà sul mercato solo il valore corrispondente al tempo socialmente necessario, e non quello corrispondente al lavoro effettivamente prestato nelle condizioni di minore produttività. E viceversa nel caso di produttività individuale superiore a quella media.

La "misura immanente", interna, del valore è dunque quella che risulta dal tempo di lavoro socialmente necessario, cioè di lavoro che è necessario per produrre quella merce nelle condizioni tecniche storicamente prevalenti e col grado sociale medio di abilità e intensità. La "misura fenomenica", esterna, del valore è invece quella derivante dal denaro, quale rappresentante generale della ricchezza e del lavoro astratto.

Per Marx il valore non può che esprimersi in modo fenomenico, tramite i rapporti di scambio mercantili e tramite il denaro, e dunque il valore di scambio, manifestatosi allinizio dellanalisi della merce, appare più chiaramente come forma fenomenica del valore.

Egli ritiene che lastrazione del lavoro discenda da una caratteristica peculiare del modo di produzione capitalistico, quella per cui i soggetti non agiscono in base a piani e a obiettivi prestabiliti o a esigenze sociali immediate, ma come atomi separati ed indifferenti tra di loro, i cui prodotti raggiungono un riconoscimento sociale solo attraverso lo scambio, e solo nei limiti in cui sussistano le condizioni affinché tale scambio avvenga. La socialità del lavoro, che nel sistema capitalistico esiste nella produzione solo in forma latente, si manifesta nel mercato, luogo in cui le merci possono scambiarsi proprio in quanto oggettivazione di lavoro astratto. Quando il processo di produzione non è ancora terminato e il lavoro è in corso di erogazione, anche il valore è in corso di creazione, è valore "potenziale", come potenziale è la merce. Al termine del processo produttivo, il lavoro speso per la produzione della merce diventa il valore in essa contenuto, suo valore individuale e sociale in potenza. Solo con la vendita poi – quello che Marx definisce il vero e proprio "salto mortale della merce" - il lavoro contenuto diventa la sostanza del valore sociale realizzato e avviene la "validazione della socialità del lavoro".

Marx nota inoltre come il lavoro alienato dai lavoratori possa essere reso sociale solo annullandone le particolarità concrete ed utili e riducendolo a lavoro generico, qualitativamente identico, i cui prodotti sono proprio per questo equivalenti e quantitativamente comparabili. Nella società capitalista, in cui il dominio degli sfruttatori sugli sfruttati non avviene in virtù di arbitrio o prescrizioni legislative, morali o religiose, i rapporti sociali tra gli individui assumono così lapparenza di rapporti tra cose poiché mediati dai rapporti di scambio, cioè da un meccanismo impersonale dominato dai prodotti del lavoro. Tali prodotti, vere e proprie "cristallizzazioni" di lavoro astratto, realizzano il proprio prezzo scambiandosi contro denaro.

Per Marx già dallanalisi della merce è possibile riscontrare alcune caratteristiche universali ed altre proprie del modo di produzione capitalistico. Così, è universale il valore duso dei beni, la loro caratteristica di essere utili; come pure è universale il fatto che il lavoro umano venga impiegato per produrre oggetti utili. Ad esempio anche nella comunità familiare o nellantica comunità tribale i beni disponibili per il consumo assumono tale caratteristica. Al contrario, il lavoro diviene astratto solo con un tipo di produzione storicamente determinato, con la produzione di merci, e ancor di più con la produzione capitalistica sviluppata, che generalizza la forma di merce del prodotto.



                                     

2.2. La teoria di Marx Il feticismo della merce

Marx osserva che la legge del valore si dispiega nel modo di produzione capitalista, in cui il lavoro è lavoro "alienato".

Il salariato per sopravvivere aliena le sue prestazioni lavorative al capitalista, che ne dispone liberamente. Il capitalista dispone nella società di mercato del potere sociale di comandare la forza-lavoro, e con essa della possibilità di appropriarsi dei prodotti del lavoro.

Il denaro è per Marx la forma alienata e nel contempo appropriata del valore, lo rappresenta come "equivalente generale e astratto", contrapposto ai diversi valori duso. Denaro e capitale, in quanto espressione rispettivamente del valore astratto e dellaccumulazione di valore fine a sé stesso, sono "cristallizzazioni di lavoro sociale", "coagulo di potere sociale per alcuni e di perdita di sé per altri".

Marx nota come la produzione sviluppata di merci presenti anche un altro aspetto. Infatti, nel modo di produzione schiavistico o feudale i rapporti sociali che si instauravano tra i soggetti erano trasparenti e apparivano immediatamente come rapporti personali. Così, ad esempio, la corvée, al pari del lavoro salariato delle società capitalistiche, si misurava col tempo, ma ogni servo della gleba sapeva bene che egli alienava al servizio del suo padrone una quantità determinata del suo tempo di lavoro. Al contrario, nel modo di produzione capitalistico questi rapporti personali appaiono come travestiti in rapporti fra le cose, assumendo forme fenomeniche che celano sempre più le loro forme essenziali. Ciò in qualche modo nasconde lintima essenza della relazione, e questo perché gli agenti sociali hanno conoscenza immediata solo delle apparenze ad esempio il prezzo delle merci o il salario quale non meglio identificato equivalente delle prestazioni lavorative, e non riescono a percepire la realtà che si cela dietro le apparenze. Il prodotto della mano delluomo, la merce, assume in apparenza unesistenza indipendente che cela i rapporti sociali esistenti tra gli uomini; si comporta cioè come i "feticci ideologici" cui si attribuisce una vita indipendente. Così, le merci, da pure e semplici cose, prodotto del lavoro umano, assurgono al ruolo di rapporto sociale, e, nello stesso modo, anche i rapporti sociali fra gli uomini assumono laspetto, nello scambio, di rapporti tra cose.



                                     

2.3. La teoria di Marx Dalla merce al denaro

Per Marx la "forma cellulare" della società contemporanea, la merce, contiene già in potenza alcune contraddizioni che si possono sviluppare e trasferire ad un livello più generale. Per il produttore o per chi la possiede temporaneamente per venderla essa non ha valore duso immediato, "altrimenti non la porterebbe al mercato", e la sua utilità consiste solo nellessere mezzo di scambio, nel poter essere realizzata attraverso lo scambio con un equivalente. Tuttavia la merce, per potersi realizzare come valore, deve essere desiderata da altri, "dar prova di sé come valore duso"; e solo lo scambio può sancire lesistenza di tale condizione. Questa opposizione latente allinterno della natura stessa della merce, tra valore duso e valore di scambio, si dispiega con lestensione dello scambio e soprattutto con la produzione capitalistica, il cui fine ultimo non è il valore duso, ma lappropriazione e laccumulazione di ricchezza astratta in forma monetaria.

Il lavoro astratto deve così oggettivarsi in un altro "feticcio", in una merce indifferente alle proprietà naturali e avente la qualità sociale di essere scambiabile con qualsiasi altra, purché rappresenti il medesimo tempo di lavoro socialmente necessario. Le singole merci sono però immediatamente oggettivazione di lavoro individuale, determinato qualitativamente e concreto. La contraddizione tra lavoro astratto e lavoro concreto, la contraddizione tra il carattere generale della merce come valore e il suo carattere particolare come valore duso, si risolve dunque attraverso lesistenza di una "incarnazione" del valore distinguibile dalla corporeità della merce, la quale, nello scambio, deve assumere "una forma di esistenza sociale in denaro, scissa dalla sua forma di esistenza naturale".

Nello scambio le merci sono socialmente commensurabili e si presentano come quantità diverse, desumibili dal loro prezzo, di una stessa merce speciale: il denaro. Questultimo è la "forma fenomenica necessaria" della "misura immanente" del valore delle merci, del tempo di lavoro, e si contrappone alle altre merci, ai valori duso, come unica esistenza adeguata del valore di scambio. Lo sdoppiamento interno tra valore di scambio e valore duso di una merce si sviluppa quindi, per Marx, nello sdoppiamento esterno tra merce e denaro, in cui luna conta sempre come valore duso, laltro come valore di scambio.

                                     

2.4. La teoria di Marx La metamorfosi della merce

Marx osserva come la circolazione delle merci non sia altro che una infinita serie di cambiamenti di mano fra merce e denaro. Il potenziale venditore, per il quale la merce è immediatamente solo depositaria di valore, e non valore duso, la dovrà scambiare contro denaro, sola forma di equivalente socialmente valida. Dopo di che potrà appropriarsi di unaltra merce che sia finalmente per lui oggetto duso.

Il processo di scambio può essere quindi visto come composto di due mutamenti di forma:

  • la trasformazione del denaro in merce Denaro - Merce o D - M.
  • la trasformazione della merce in denaro Merce - Denaro o M - D,

Ognuno di questi due momenti vede al polo opposto un altro soggetto. La prima trasformazione M - D, la vendita, quella che Marx chiama il "salto mortale della merce", può giungere a buon fine solo se il possessore della merce incontra un compratore interessato al suo valore duso, dunque solo se la merce è utile, se cioè il lavoro in essa speso si dimostra a posteriori speso in forma socialmente utile.

Marx osserva come allM - D del possessore di merce debba corrispondere un D - M per lacquirente che gli si contrappone. Allo stesso modo la conclusione della metamorfosi, il secondo momento dello scambio, lacquisto D - M, deve necessariamente coincidere con linizio di un altro scambio per un altro soggetto, cioè con la vendita.

Il processo di scambio nel suo insieme differisce dallo scambio immediato dei prodotti: il baratto. Nel ciclo M - D - M la mediazione del denaro spezza infatti i limiti dello scambio immediato: non è più necessario lincontro di due soggetti tali che, reciprocamente e contemporaneamente, la merce delluno sia valore duso per laltro. Però tale processo spezza anche lunità del baratto: lo scambio viene spezzato in due momenti distinti M - D e D - M con conseguenze importanti. Infatti, le relazioni sociali che si instaurano tra gli individui divengono incontrollabili dagli stessi. Linizio M - D è anche la fine D - M di un ciclo analogo che si contrappone al nostro. La conclusione D - M è anche linizio di un altro ciclo M - D. Per chi ha compiuto lintero ciclo M - D - M la cosa finisce qui, perché lo scopo della sua transizione, impossessarsi di un diverso valore duso, è raggiunto, ma, a partire dal suo secondo movimento D - M, altri innescano un nuovo ciclo. La "metamorfosi" complessiva di una singola merce costituisce lanello di una catena di metamorfosi, tutte in connessione tra di loro, al di fuori del controllo dei soggetti in relazione. Per Marx ciò diventa fondamentale perché, nella separazione del ciclo in due fasi, sta anche la possibilità della sua interruzione. Tale possibilità costituisce anche la possibilità dellesistenza di quelle che egli chiama crisi di realizzo.

È da notare per inciso che Marx, partendo da questa forma astratta della metamorfosi della merce, formula una critica rigorosa alla legge degli sbocchi o legge di Say, secondo la quale non può esserci crisi generalizzata di realizzo perché ognuno vende per acquistare, si procura cioè con la vendita il denaro che gli è utile per futuri acquisti, e quindi ogni offerta dà luogo ad una domanda di pari importo. Marx osserva invece che lo spezzarsi in due fasi della metamorfosi, il fatto che il venditore può differire il suo successivo acquisto, o tesaurizzare il denaro, determina la possibilità della crisi, in ciò anticipando unimportante intuizione di John Maynard Keynes.

                                     

2.5. La teoria di Marx La metamorfosi del capitale

Ma per Marx anche la "metamorfosi della merce" deve necessariamente svilupparsi in altro: nella "metamorfosi del capitale".

Il valore, rappresentato dal denaro, ha funzionato fin qui solo come medium di uno scambio tra valori duso, ma il valore autonomizzato nel denaro non può limitarsi a questo ruolo. La sua accumulazione è infatti per lautore il fine ultimo del modo di produzione capitalista.

Il ciclo M - D - M non riesce a spiegare il fondamento di tutta una serie di fenomeni tipici di un modo di produzione che ha compiuto, attraverso il capitale, il balzo verso la generalizzazione della produzione di merci. Il primo e lultimo termine del ciclo sono due merci di valore equivalente; il movente dello scambio non può che essere lappropriazione di un valore duso che renda possibile la soddisfazione di determinati bisogni attraverso lalienazione di una merce che per noi non costituisce valore duso ma è solo depositaria di ricchezza astratta. Anche nella produzione capitalistica questo è un aspetto inevitabile del processo di scambio. Ad esempio ecco cosa si potrebbe affermare a proposito dello scambio tra capitale e forza-lavoro:

  • il lavoratore trasforma ciò di cui dispone, la propria capacità lavorativa, in denaro L - D attraverso il quale può accedere ai mezzi di sussistenza D - M.
  • il capitalista cerca di realizzare, con la vendita, il valore dei suoi prodotti e trasformarli in denaro M - D; attraverso il denaro può ora appropriarsi di merci aventi una forma materiale a lui utile al fine di iniziare un nuovo ciclo produttivo forza-lavoro e mezzi di produzione;

Le cose si presentano realmente in questi termini, ma lanalisi dei fenomeni da questa angolatura non riesce a svelare i rapporti cruciali. Non ci spiega sufficientemente, per esempio, qual è il movente che induce a ripetere questo ciclo in forma capitalistica e su scala allargata.

Se modifichiamo invece il punto di partenza del processo di scambio, partendo dal denaro D - M, le cose si chiariscono. Non si tratta di un puro espediente analitico: porre il denaro allinizio e alla fine del processo quale forma generale della ricchezza, corrisponde alla percezione corretta della produzione capitalistica, la quale è produzione di ricchezza astratta fine a sé stessa. Così, per Marx, se facciamo astrazione dal contenuto materiale della circolazione delle merci, dallo scambio dei valori duso, e consideriamo soltanto le forme economiche generate da questo processo, troviamo che il suo ultimo prodotto è il denaro. Questultimo prodotto della circolazione delle merci è la prima forma fenomenica del capitale. Se il ciclo diviene D - M - D con il denaro, punto di partenza e di arrivo il processo di scambio ha senso solo se lultimo termine è superiore quantitativamente al primo, in quanto qualitativamente si tratta della stessa merce. Il ciclo M - D - M si capovolge nel ciclo D - M - D ove D è maggiore di D e il denaro immesso nel ciclo diviene valore che si conserva e si accresce, diviene cioè capitale.

Tuttavia anche la quantità accresciuta di denaro che esce dal ciclo è limitata, come lo era quella anticipata. Se venisse spesa cesserebbe definitivamente di essere capitale; se venisse tesaurizzata non avrebbe la possibilità di accrescersi nuovamente. Essa deve essere messa di nuovo in circolazione. Il "capitale valorizzato", la fine di ogni ciclo, diviene così per Marx linizio di un nuovo ciclo. Ecco perché solo con la produzione capitalistica si generalizza la produzione e la circolazione delle merci.

Il possessore di denaro diventa capitalista, in quanto veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo. Egli funziona come capitalista, ossia come capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto lunico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta. Quindi né il valore duso né il singolo guadagno vanno considerati il fine del capitalista. Suo fine è soltanto il "moto incessante del guadagnare".

La valorizzazione nellambito della circolazione attraverso lo scambio di equivalenti, come vuole la regola del mercato, sembra però impossibile: infatti il possessore di denaro deve comperare e vendere le merci al loro valore, eppure alla fine del processo trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Secondo Marx il "miracolo" può verificarsi solo se il denaro viene scambiato con una merce, la forza-lavoro, il cui consumo come valore duso avviene in maniera produttiva, non rivolto al godimento immediato, ma alla conservazione e allaccrescimento del suo valore.

La circolazione semplice generalizzata è un presupposto del capitale, ma la caratteristica specifica della produzione capitalistica sta però nellesistenza sul mercato di soggetti che, avendo perso ogni possibilità di comando sui mezzi di produzione e di sussistenza, sono costretti a "mettere in vendita, come merce, la loro stessa forza-lavoro", in quanto impossibilitati a vendere i prodotti autonomi del loro lavoro. Quindi il capitale deve scaturire dalla circolazione, dallo scambio con la forza lavoro, il cui risultato è la trasformazione del lavoro in capitale, in quanto dà al capitale il diritto di proprietà sul prodotto. Ma solo andando oltre lesame di questa sfera della circolazione, dello scambio di valori equivalenti, si può comprendere, per Marx, la vera natura dello sfruttamento. Occorre esaminare luso della forza-lavoro, e non solo il suo scambio.

Il generalizzarsi dello scambio, attraverso lintroduzione del capitale, il farsi merce della forza-lavoro, lo scambio tra capitale e lavoro, determina il diritto dei capitalisti di appropriarsi del lavoro altrui, rovesciando il presupposto della circolazione semplice, in cui ognuno è proprietario del prodotto del proprio lavoro.

                                     

2.6. La teoria di Marx Processo lavorativo e processo di valorizzazione

Il capitalista consuma la forza lavoro acquistata secondo il suo valore duso, cioè facendola lavorare. Visto che il lavoro deve rappresentarsi in merci, questo deve essere speso in forma utile, per la produzione di valori duso. Infatti nessuna cosa può essere valore senza essere oggetto duso. Se è inutile, anche il lavoro contenuto in essa è inutile, non conta come lavoro e non costituisce quindi valore Capitale I pag. 73.

Se consideriamo il processo lavorativo rivolto alla produzione di valori duso come un mezzo per regolare il ricambio organico delluomo con la natura, come unattività di appropriazione ed utilizzazione delle forze della natura conforme ad uno scopo precedentemente programmato, ci poniamo per Marx dal punto di vista delle determinazioni naturali di tale processo, comuni nella forma a tutte le società. I valori duso prodotti possono essere destinati al consumo o impiegati come mezzi di produzione in nuovi processi lavorativi. In questultimo caso diventano fattori oggettivi del "lavoro vivente", condizioni di esistenza del processo lavorativo. Contemporaneamente questo processo costituisce lunico mezzo per conservare come valori duso questi prodotti del lavoro, che non avrebbero nessuna utilità al di fuori di esso.

Le determinazioni storiche, allinterno del modo di produzione capitalistico, di questo processo, visto come processo di consumo della forza lavoro da parte del capitale, sono invece che:

  • non è il lavoratore che utilizza i fattori oggettivi della produzione, ma il lavoro morto, "cristallizzato" nel capitale, che utilizza e "succhia il lavoro vivo";
  • il prodotto è di proprietà del capitalista;
  • il lavoratore è sottoposto al controllo del capitalista;
  • dal processo produttivo scaturisce un plusvalore.

Tale processo coincide col "processo di valorizzazione del capitale".



                                     

2.7. La teoria di Marx Il plusvalore

Questultimo risultato è per Marx possibile perché il lavoro necessario alla reintegrazione del valore della forza-lavoro assorbe solo una frazione dellintera giornata lavorativa. Così, ad esempio, mentre la giornata lavorativa è di otto ore, nellequivalente pagato per luso giornaliero della forza lavoro, nel salario, sono oggettivate solo cinque ore. Il lavoro svolto nelle rimanenti tre ore pluslavoro determina il plusvalore di cui si appropria il capitale e rappresenta lentità della sua valorizzazione.

In termini formali, se L è la quantità di lavoro impiegata per una determinata produzione e V il lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro, il plusvalore Pv sarà dato dalla differenza:

P v = L − V {\displaystyle \ Pv=L-V}

Il plusvalore è per Marx lunica fonte del profitto, la cui realizzazione ed accumulazione costituiscono il fine essenziale del capitale.

Pertanto ogni capitalista pratica metodi per accrescere il plusvalore. Tali metodi sono classificati da Marx nel modo seguente:

  • Plusvalore relativo. Sono questi i metodi che consentono di ridurre le ore di lavoro necessario o, che è lo stesso, del capitale variabile. Infatti, ponendo costante la durata della giornata lavorativa, al diminuire delle ore di lavoro necessario il pluslavoro aumenta. Poiché il salario non può scendere al di sotto del livello di sussistenza, il modo tipico di ridurre il tempo di lavoro necessario è laumento della produttività del lavoro: se occorrono meno ore di lavoro per produrre i beni di consumo dei lavoratori, si riduce il lavoro necessario anche senza diminuire i consumi dei lavoratori, cioè i salari reali.
  • Plusvalore assoluto. Si tratta di tutti i metodi che cercano di espandere, a parità di altre condizioni, il lavoro assoggettato al capitale. Tra questi il più classico è il prolungamento della giornata lavorativa, che consente di ampliare le ore di pluslavoro quando siano date e costanti le ore di lavoro necessarie alla riproduzione della forza-lavoro necessario. Anche lestensione dei soggetti sottomessi allo sfruttamento si pensi ad esempio al lavoro minorile possono rientrare in questa classificazione.
                                     

2.8. La teoria di Marx Capitale costante e capitale variabile

Per Marx laltra condizione per la valorizzazione del capitale è che il valore dei mezzi di produzione si trasferisca completamente nel prodotto, che il lavoro speso nel processo abbia la duplice proprietà di creare nuovo valore e di trasferire nel valore del prodotto – parallelamente alla creazione di nuovo valore, senza nessun lavoro supplementare – il "lavoro morto" contenuto nei mezzi di produzione. Questo duplice effetto scaturisce dalla duplice proprietà del lavoro di essere lavoro astratto e lavoro utile.

I mezzi di produzione, attraverso il lavoro utile, via che si consumano, si trasformano in un nuovo valore duso e trasferiscono il loro valore in quello del nuovo prodotto. Senza lintervento del lavoro utile il filato ed il telaio non si trasformerebbero in tessuto e perderebbero il loro valore. Ma il valore esiste in un valore duso, in una cosa. Se si perde lutilità di un oggetto si perde anche il suo valore. Tuttavia nel processo produttivo, mentre i mezzi di produzione vedono perso il loro valore duso, non viene parallelamente disperso il loro valore, che si trasferisce interamente nel prodotto. Tali mezzi perdono così solo la forma originaria del loro valore duso e raggiungono la forma di un altro valore duso, quella del prodotto. Per il capitale è del tutto indifferente in quale valore duso materializzarsi. In questo modo, grazie al carattere di utilità del lavoro, si verifica il trapasso di valore dal mezzo di produzione al prodotto. Il prodotto acquista cioè solo il valore perso dal mezzo di produzione e i mezzi di produzione cedono il loro valore al prodotto solo in quanto durante il processo lavorativo perdono valore nella forma dei loro vecchi valori duso.

Al contrario il lavoro, in quanto lavoro astratto sociale, aggiunge nuovo valore al prodotto. Esso aggiunge una determinata grandezza di valore, non in quanto dotato di un particolare contenuto utile, ma perché svolto in un tempo determinato, nella sua qualità astratta e generale, come dispendio di forza lavoro umana, la quale è fonte di nuovo valore in quanto la sua messa in movimento è oggettivazione di tempo di lavoro in un valore duso. La messa in atto della forza-lavoro per lintera durata della giornata lavorativa consente quindi sia la riproduzione del suo valore, sia la creazione del plusvalore, il quale è lunica fonte delleccedenza del capitale valorizzato su quello impiegato.

Per questi motivi Marx chiama queste due diverse forme di esistenza assunte dal capitale anticipato, una volta abbandonata la forma di denaro, cioè la forza lavoro e i mezzi di produzione, rispettivamente capitale variabile e capitale costante: luna è creatrice di nuovo valore, mentre gli altri cedono al prodotto, senza alcun incremento, il proprio valore. Con questa formulazione egli respinge così le teorie che spiegano il profitto come remunerazione dei servizi produttivi del capitale.

Discostandosi dalle definizioni precedenti, Marx viene in questo modo a far coincidere il capitale variabile con il monte salari.

Si noti poi che tutto il capitale anticipato è dapprima in forma di denaro, e solo dopo lacquisto dei mezzi di produzione e luso della forza-lavoro esso si materializza in altro. Il valore del capitale costante e del capitale variabile non può che essere quindi dato dal lavoro astratto rappresentato dal denaro che è stato speso per lacquisizione di tali fattori, che poi è anche il lavoro speso e socialmente validato dal mercato per la produzione dei mezzi di produzione e per la riproduzione della forza lavoro.

                                     

2.9. La teoria di Marx Funzione della teoria del valore in Marx

La teoria del valore, nellanalisi di Marx, è pertanto uno strumento per indagare i rapporti sociali le caratteristiche specifiche delle società contemporanee. Essa è inoltre uno strumento per indagarne le "leggi di movimento".

Caratteristica del modo di produzione capitalistico, in cui predomina laccumulazione di valore astratto, è che il processo lavorativo con cui si producono oggetti utili, non è altro che il mezzo per tale accumulazione, il fine essendo il processo di valorizzazione del capitale. La produzione diviene così fine a sé stessa ed il lavoro interessa solo in quanto produttore di plusvalore, sorgente unica della valorizzazione del capitale, e non in quanto produttore di singoli beni utili, di valori duso. L"autovalorizzazione" del capitale è possibile perché è caratteristica della forza-lavoro poter fornire uneccedenza di lavoro rispetto a quello necessario per la riproduzione della classe lavoratrice. Questa eccedenza, definita in termini di lavoro astratto, è un elemento strategico, e ogni intoppo al processo di valorizzazione può costituire un elemento di crisi.

Marx individua così le possibili cause delle crisi capitalistiche:

  • la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.
  • le crisi di realizzo, e

Da un lato le crisi di realizzo in cui:

  • una distribuzione ineguale, che limita il mercato dei beni di consumo della classe lavoratrice,
  • la scissione tra il carattere sociale, utile, e quello astratto del lavoro;
  • il carattere anarchico, non governato da un piano, della produzione;

determinano ricorrentemente la mancata conferma nel mercato della socialità del lavoro, e quindi la mancata realizzazione di tutto il valore oggettivato nella produzione cioè di tutta la ricchezza prodotta altra anticipazione di Keynes.

Dallaltro lato, essendo il lavoro lunica fonte del plusvalore, limitata dal numero di lavoratori impiegati e dalla durata della giornata lavorativa e contrapposta al valore incessantemente crescente già oggettivato nel capitale impiegato, viene a determinarsi unaltra causa di crisi nella tendenza alla diminuzione del saggio del profitto che è il rapporto tra queste due grandezze il plusvalore e il valore del capitale impiegato. Questa seconda causa viene denominata legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.

                                     

2.10. La teoria di Marx La determinazione del valore nel Libro I del Capitale

Nel Libro I de Il Capitale, lunico giunto a pubblicazione vivo lautore - in cui si tratta limmediato processo di produzione e valorizzazione astraendo dalla mediazione operata dalla competizione tra capitali - Marx non prende in considerazione loperare della tendenza alluguaglianza del saggio di profitto nei diversi settori produttivi, risultato della concorrenza esterna dei capitali alla ricerca della migliore allocazione, e ipotizza di conseguenza che le merci si scambino in proporzione alla quantità di lavoro astratto sociale in esse contenuto, o meglio che i rapporti di scambio effettivi nel mercato oscillino attorno a questo "centro di gravità". Assume in pratica luguaglianza tra prezzi di produzione e valori di produzione.

Data la convinzione di Marx circa luguaglianza tra i profitti totali realizzati nelleconomia e il plusvalore totale, il caso reale, quello in cui i valori di produzione differiscono normalmente dai prezzi di produzione, costituiva solo una complicazione analitica tale da non modificare la sostanza dei rapporti sottostanti, come verrà mostrato nel terzo libro.

Schematizzando dunque quanto fin qui accennato: il valore delle merci è dato dalla somma tra il valore del capitale costante C, e il lavoro vivo messo in atto durante la produzione attuale L, il quale si distingue a sua volta in valore del capitale variabile V, cioè il valore dei salari corrisposti ai lavoratori, e il plusvalore Pv, cioè la quantità di lavoro prestata dai lavoratori in eccedenza rispetto a quella contenuta nei salari.

In simboli, indicando con W il valore, abbiamo che:

W = C + L = C + V + P v {\displaystyle \ W=C+L=C+V+Pv}

e il valore del capitale anticipato, K, è dato da:

K = C + V {\displaystyle \ K=C+V}

Il rapporto tra il valore del capitale costante e quello del capitale variabile, C / V {\displaystyle C/V}, è denominato composizione organica del capitale ed è in qualche modo connesso allo sviluppo delle forze produttive, in quanto indica che uno stesso numero di lavoratori mette in movimento un valore accresciuto di materie prime, macchinari, ecc.

Essendo il plusvalore lunica fonte del profitto, e prescindendo da altri prelievi di plusvalore, quali rendite, tasse e oneri finanziari e della distribuzione, il saggio di profitto, r, è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo impiegato, in simboli:

r = P v C + V {\displaystyle r={\frac {Pv}{C+V}}} 1

o anche:

r = P v K {\displaystyle r={\frac {Pv}{K}}}

Se dividiamo per V numeratore e denominatore del membro a destra dellequazione 1 otteniamo

r = P V C V + 1 {\displaystyle r={\frac {\frac {Pv}{V}}

Questultima relazione ci dice che a parità di saggio di sfruttamento della forza lavoro P v / V {\displaystyle Pv/V} il saggio del profitto è una funzione decrescente della composizione organica del capitale C / V {\displaystyle C/V}. Infatti, quando aumenta questa seconda espressione, si accresce il denominatore dellultima equazione.

                                     

2.11. La teoria di Marx Il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione

Nel Libro III del Capitale, pubblicato postumo da Friedrich Engels, Karl Marx, abbandonando il livello di astrazione del libro I, introduce i molteplici capitali, e i loro movimenti tra i settori, che determinano la tendenza alla formazione di un saggio medio del profitto. A questo nuovo livello assumono importanza le diverse composizioni settoriali del capitale, mentre i risultati del libro primo sarebbero riproducibili solo ipotizzando luniformità della composizione organica del capitale tra settori. Tale uniformità, infatti, è condizione sufficiente a garantire luguaglianza tra i valori, che risultano dalle quantità di lavoro incorporato, e i prezzi di produzione, cioè i prezzi di vendita delle merci così come sperimentati nelle economie capitalistiche, risultato della tendenza alluniformità dei saggi di profitto settoriali.

Nonostante il venir meno nel caso più generale della coincidenza tra valori e prezzi, Marx ritiene che questa sia solo una complicazione analitica non tale da inficiare il nucleo fondamentale della sua teoria, rimanendo per lui vero che lunica fonte del profitto dei capitalisti è il plusvalore: la competizione non può alterare la legge del valore nel suo complesso, perché è convinzione di Marx che il valore non può essere creato nellambito della circolazione e che la competizione non può alterare il complessivo valore creato nellambito della produzione, ma tuttal più redistribuirlo.

Il problema diventa dunque solo quello di individuare le leggi di trasformazione che permettono di passare dai valori ai prezzi di produzione.

Tuttavia, il modo in cui Marx affronta e sembra risolvere il problema è tuttaltro che pacifico. Si discute ancor oggi sullesattezza della convinzione di Marx circa linvarianza della legge del valore nel caso generale, sulle contraddizioni del modo in cui Marx imposta il problema nel Libro III e, non ultimo, sulleventuale discordanza tra il modo in cui Engels ricostruisce il pensiero dellamico morto le reali convinzioni di Marx sullargomento.

                                     

3. Gli economisti contemporanei di Marx

Quattro anni dopo la pubblicazione del Capitale, nel 1871 vennero pubblicati i due libri che avrebbero apertamente criticato la teoria classica del valore-lavoro ed inaugurato quella neoclassica dellutilità marginale: i Principi di economia pura di Carl Menger e la Teoria delleconomia politica di William Stanley Jevons.

                                     
  • sul problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, nodo centrale della teoria marxiana del valore tra gli accademici, con il tempo, prevalse
  • Marxian Economic Theory, Cambridge University Press, Cambridge, 1981. Teoria marxiana del valore G. Lunghini e F. Ranchetti sulla Teoria del Valore
  • La teoria del lavoro socialmente necessario è la parte della teoria marxiana del valore che intende spiegare quel processo di livellamento dei valori delle
  • economici, alla teoria dal valore dei prezzi e della distribuzione di derivazione classico - marxiana Proprio in tema di teoria del valore - lavoro si deve
  • Price in the Marxian System 1952, IEP. Opere, Nuova biblioteca scientifica Einaudi 33, Torino, Einaudi, 1971. Teoria marxiana del valore Problema della
  • contraddizioni del primo - è tradizionale nella teoria marxiana l analisi della società mercantile semplice è l analisi di un solo aspetto del capitalismo:
  • Il Capitale Teoria marxiana del valore Interpretazioni alternative della teoria marxiana del valore Problema della trasformazione dei valori in prezzi di
  • novembre del 1937. Il lavoro principale di Rubin è Saggi sulla teoria del valore di Marx, opera fondamentale nel campo della teoria marxiana del valore L originalità
  • quegli esperti della scienza economica che seguono e sviluppano la teoria economica marxiana Michel Aglietta, 1938 - Jack Amariglio Giovanni Arrighi, 1937 - 2009
  • mentre il lavoro che produce valore è quello mentale, creativo. Ciò, tra l altro, mette in crisi la teoria marxiana del valore - lavoro, che presuppone un