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ⓘ Guelfi e ghibellini




Guelfi e ghibellini
                                     

ⓘ Guelfi e ghibellini

Guelfi e ghibellini erano le due fazioni contrapposte nella politica italiana del Basso Medioevo, in particolare dal XII secolo sino alla nascita delle Signorie nel XIV secolo.

Le origini dei nomi risalgono alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dellimperatore Enrico V 1125 fra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen da cui la parola "guelfo" con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen anticamente Wibeling, da cui la parola "ghibellino". Successivamente – dato che la casata sveva acquistò la corona imperiale e, con Federico I Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno dItalia – in questo ambito politico la lotta passò a designare chi appoggiava limpero ghibellini e chi lo contrastava sostenendo il papato guelfi. Nei castelli del tempo i merli delle mura erano guelfi se squadrati e ghibellini se a coda di rondine.

                                     

1. Contesto storico

I termini "guelfo" e "ghibellino" vengono inizialmente utilizzati in relazione alle opposte fazioni fiorentine e toscane, infatti data la situazione geopolitica del tempo è tra due gruppi di alleanze interfamiliari di questa regione che la contrapposizione si fece più intensa. Nel periodo compreso tra il 1250 e il 1270 circa, il confronto tra le due parti ebbe qui le manifestazioni più virulente e creando un precedente faranno scuola per i decenni successivi. Le prime menzioni dei due termini appaiono negli Annales Florentini. Nel 1239 compare per la prima volta la parola "guelfi", nel 1242 la parola "ghibellini". Negli anni successivi le attestazioni si fanno più consistenti: ad esempio, si ha unepistola dei capitani della pars guelforum fiorentina 1246 oppure una menzione della cronaca di Giovanni Codagnello del 1248.

Ciò porterebbe a soffermarsi sul tema dei guelfi e dei ghibellini solo nellottica toscana-fiorentina, se non fosse che una tale divisione in fazioni si inserisce nel più ampio problema dello sviluppo delle partes allinterno dei comuni nellepoca di Federico II. Infatti, tra la fine del XII secolo e la metà del successivo, si formarono, allinterno di quasi tutte le città, due partes che si schieravano da una parte o dallaltra nella contesa tra papato e Impero.

Anche a Firenze nei primi decenni del Duecento esistevano le premesse che stavano portando in tutta Italia alla formazione delle parti. Più che nella contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, il fatto che le fazioni si svilupparono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico V, tra la casa di Baviera Welfen, rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia originaria del castello di Waiblingen, a cui apparteneva Federico II. A Firenze, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta.

Allinterno della città esistevano, come ovunque, una serie di conflitti, che avevano dato luogo a quella che Davidsohn chiamò una guerra civile per il controllo del consolato, cioè del comune, tra i gruppi opposti degli Uberti e dei Fifanti. I conflitti privati sfociarono poi nella creazione di vasti e tendenzialmente polarizzati schieramenti, come suggerisce la vicenda di Buondelmonti e Amidei 1216.

Fu lintervento di Federico II a scatenare la formazione di schieramenti destinati a durare. Quando limperatore fu incoronato, nel 1220, il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo attestata sin dal 1218. Inoltre Firenze, alleata con Lucca, anchessa in vertenza con il vescovo e con il papa, era in guerra per motivi di confine con Pisa che aveva cercato e ottenuto lappoggio di Federico II alleata di Siena e Poggibonsi. Così, quando limperatore aveva elargito concessioni ai suoi fedeli, Firenze era stata gravemente penalizzata a differenza di altre città toscane. Ciononostante, nel 1222, lalleanza fiorentino-lucchese aveva riportato unimportante vittoria a Casteldelbosco.

La stipulazione di una nuova alleanza nel 1228 tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il papato sia lImpero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale.

Fu chiamato in città un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, mandato dal Papa in funzione antimperiale. Il nuovo magistrato però si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo che lo accusò di eresia e trovò quindi il consenso del "popolo". Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese linvio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero allintera città, portando alla cacciata di Rubaconte. Lingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati.

Nella seconda metà del Duecento i termini guelfi e ghibellini, grazie anche allegemonia regionale e sovraregionale di Firenze, divennero le parti favorevoli rispettivamente al Papato e allImpero in tutte le realtà urbane italiane.

                                     

2. Storia

I termini guelfi e ghibellini, derivate dalle due famiglie rivali dei Welfen e degli Staufen signori del castello di Waiblingen, il cui nome si dice essere stato usato in una occasione come grido di battaglia in lotta per la successione imperiale nella prima metà del XII secolo, denominarono nella penisola italiana della seconda metà del medesimo secolo due fazioni politiche che sostenevano rispettivamente Papato e Impero. In un primo momento, quindi, i due partiti non ebbero il significato che poi acquistarono successivamente. Furono ambedue partiti imperiali: uno, quello che poi prese il nome di Guelfo, sostenne vari pretendenti della casa di Baviera, tra cui, alla morte di Enrico VI 1198, Ottone IV di Brunswick; laltro, che poi prese il nome di Ghibellino, portava sugli scudi Federico II.

Soltanto più tardi, i Guelfi si sarebbero schierati, non più dalla parte di un Imperatore, ma da quella del Papa. La stessa denominazione di Guelfi e Ghibellini fu uninvenzione linguistica di Firenze, che ebbe straordinaria diffusione in Italia prima, poi in tutta lEuropa. Come gli Hohenstaufen erano diventati gli Stuffo e gli Svevi, i Soavi, nella stessa maniera il nome di Welf divenne Guelfo, e quello di Weibling, Ghibellino.

I guelfi e i ghibellini sono diventati così popolari nelle città italiane forse perché, comè stato rilevato da un celebre medievalista, Christopher Wickham, lItalia è una nazione che celebra

In Italia tradizionalmente guelfi furono i comuni di Perugia, Milano, Mantova, Bologna, Firenze, Lucca, Padova; famiglie guelfe furono i bolognesi Geremei, i genovesi Fieschi, i milanesi Della Torre, i riminesi Malatesta, i ravennati Dal Sale le dinastie di origine obertenga come i ferraresi Este e alcuni rami dei Malaspina.

Tradizionalmente ghibellini, cioè filoimperiali e filosvevi, furono i comuni di Pavia, Asti, Como, Cremona, Pisa, Siena, Arezzo, Parma, Modena, Jesi che diede i natali a Federico II. In Italia famiglie ghibelline furono i veronesi Della Scala, i bolognesi Lambertazzi e Carrari, i comaschi Frigerio e Quadrio, i milanesi Visconti, gli astigiani Guttuari, i toscani conti Guidi e gli Ubaldini di Arezzo, i ferraresi Torelli-Salinguerra, i forlivesi Ordelaffi, i fiorentini degli Uberti e Lamberti, i pisani Della Gherardesca, i trevigiani Da Romano, i senesi Salimbeni e Buonconti, i marchesi Aleramici del Monferrato, le dinastie di origine obertenga come i Pallavicino e alcuni rami dei Malaspina.

Molto frequenti furono comunque i cambi di bandiera, per cui città e famiglie tradizionalmente di una parte non esitarono, per opportunità politica, a passare alla fazione opposta.

                                     

2.1. Storia Le origini del conflitto

Il conflitto fazioso sarebbe stato innescato da una faida, il "Convito" del 1216 tra alcune famiglie dellaristocrazia fiorentina, specialmente Buondelmonti, Amidei e Fifanti. Il racconto ci è stato tramandato da vari autori, tra i quali Dante, Giovanni Villani e Dino Compagni. Due consorterie, ovvero due gruppi di nobili legati da parentele e relazioni di clientela, fecero sfociare un litigio privato in un vero e proprio conflitto politico. Un matrimonio, previsto originariamente per ravvicinare due famiglie rivali, i Fifanti-Amidei ed i Buondelmonti, andò a monte: lo sposo, Buondelmonte de Buondelmonti, rifiutò la donna a lui promessa, figlia di Lambertuccio Amidei, e preferì contrarre unaltra alleanza matrimoniale. Lo scontro familiare finì col coinvolgere tutta la società nobile fiorentina. Gli Amidei decisero di vendicare laffronto subito e il giorno di Pasqua del 1216, insieme ad alcuni alleati, attesero il passaggio di Buondelmonte in una zona non lontana da Ponte Vecchio probabilmente lattuale Por Santa Maria per assalirlo ed ucciderlo.

Con gli Amidei si coalizzarono, quindi, gli Uberti e i Lamberti, che avevano tutti le proprie case nel settore cittadino più a meno tra il Ponte Vecchio e piazza della Signoria; dallaltro i Buondelmonti, i Pazzi e i Donati, che gravitavano tra via del Corso e la Porta San Piero. La forte fedeltà degli Uberti allimperatore fece sì che i due schieramenti cittadini si raccordarono a quelli sovracittadini delle contese tra papato e impero, anche se in realtà in origine "guelfo" ebbe un significato semplicemente di "anti-ghibellino", indipendentemente dallappoggio al papato.

Lomicidio di Buondelmonte è considerato un evento molto importante della storia medioevale di Firenze. Fu uno degli avvenimenti che letterati e storici dellepoca riportarono maggiormente, poiché questo assassinio, secondo i contemporanei, avrebbe rappresentato il pretesto iniziale delle lotte tra Guelfi e Ghibellini. La discordia tra fazioni portò sangue e distruzione e sottolineò uno dei periodi più difficili della città del giglio.



                                     

2.2. Storia Prime lotte civili

Nei primi decenni del Duecento i Ghibellini erano protetti dallimperatore Federico II, mentre per i Guelfi la tutela politica era meno definita. I Ghibellini fiorentini misero a segno una prima vittoria con la cacciata nel giugno del 1238 di Rubaconte da Mandello, il podestà lombardo, che si era acquistato tante benemerenze e che aveva fatto costruire il terzo ponte fiorentino, chiamato ponte di Rubaconte. Nonostante ciò i Guelfi non abbandonarono la lotta e combatterono tra torre e torre. In questa pesante atmosfera di terrori e prepotenze, nella quale i Ghibellini avevano quasi sempre la meglio, giunse il fulmine della scomunica che Gregorio IX lanciò contro Federico II, la domenica delle Palme del 1239.

I due partiti venivano a distinguersi nettamente: i Ghibellini, dietro lo scomunicato Federico II; i Guelfi, dietro lo scomunicante Gregorio IX. Poiché i Guelfi di Firenze non potevano contenere le forze ghibelline sempre più forti per laiuto degli imperiali, fu deciso lesodo, in volontario esilio, dei partigiani del Papa. Fu così che nei giorni della Pasqua 1239, i più irriducibili Guelfi abbandonarono le case-torri uscendo dalla città e accampandosi come un esercito nemico sopra Signa, nei pressi di Gangalandi e di Castagnolo. Ma prima che si fossero fortificati e ordinati in un forte campo trincerato, i Ghibellini, con lausilio di truppe imperiali, furono loro addosso e li disfecero. Molti rientrarono in città per salvare il salvabile; altri si dispersero. Dopo la loro prima vittoria, i Ghibellini si mostrarono blandamente tolleranti: non si ha notizia di vendette efferate né di spietate rappresaglie. Forse nella speranza che il loro governo raggiungesse una certa stabilità e durata, cercarono di attrarre dalla loro parte la cittadinanza non schierata, compreso qualche Guelfo.

Le lotte civili dentro le mura non erano tuttavia cessate anche in relazione alle guerre di Firenze contro le due città sue rivali: Pisa e Siena. Coi Pisani, i Fiorentini avevano avuto a che fare anche a Roma, nel 1220, in occasione dellincoronazione di Federico II. I contrasti successivi con Pisa del 1220-1222 si conclusero con la sconfitta dei Pisani a Castel del Bosco. Più lunga e accanita fu invece la guerra contro Siena, cominciata dieci anni dopo, e durante la quale i fiorentini catapultarono, con molti proiettili di pietra, carogne dasini dentro le mura della città nemica in segno di grande disprezzo. Tanto il Papa che lImperatore avrebbero voluto che la guerra contro Siena cessasse, ma i Fiorentini non diedero retta né alluno né allaltro. La guerra esterna aveva il merito di far sopire momentaneamente le lotte di parte.

Nel 1246 Federico II, approfittando del successo dei Ghibellini di Firenze, aveva dato alla città come Podestà un suo figlio naturale, Federico dAntiochia. Costui non ebbe sede stabile a Firenze, ma si fece rappresentare dai suoi legati, i quali, naturalmente, favorirono la parte dei Ghibellini, di fatto padroni della città. Nel 1248 i Guelfi credettero di poter risollevare la testa. Bologna tendeva loro la mano attraverso lAppennino. Si sperò di poter ribaltare la situazione con una rivolta e, rotti gli indugi, le torri ghibelline furono assalite da ogni lato. La città andò a ferro e fuoco in ogni quartiere. Firenze divenne una città terribilmente tormentata e devastata dalle lotte intestine le notizie che giungevano dalle rive dellArno preoccuparono anche il Papa. I Ghibellini resistettero, rigettando dai loro "torrazzi" gli assalti dei Guelfi. Ai piedi della torre di Scarafaggio, presso San Pancrazio, cadde il capo del partito guelfo, Rustico Marignolli. Intanto, Federico dAntiochia, richiamato dal tumulto della sua città, raccolse armati nel castello di Prato per accorrere in aiuto dei Ghibellini asserragliati nelle loro torri. Alla testa di 1600 cavalieri si presentò alle porte, mentre i Ghibellini, caricati dalla sua presenza, uscivano al contrattacco.

I Guelfi resistettero per due giorni, ma nella notte della Candelora, il 2 febbraio, del 1248 deliberarono duscire dalla città, portando prima a seppellire il corpo del loro capo, Rustico Marignolli, nella chiesa di San Lorenzo. Presero la via dellesilio, riparando nei castelli guelfi di Capraia, di Pelago, di Ristonchi e di Montevarchi, giungendo anche a Lucca, dove però non furono accolti con grande entusiasmo. Lombra di Federico si stendeva minacciosa su tutta la Toscana e tutti temevano rappresaglie e vendette. Federico dAntiochia ordinò al suo seguito di radere al suolo le torri appartenenti ai Guelfi fuggiaschi.

Il predominio dei Ghibellini in Firenze non durò a lungo. Con la sconfitta toccata a Fossalta 1249, da re Enzo, figlio di Federico II, caduto prigioniero dei Bolognesi, la forza dellImpero cominciò a calare anche in Toscana. I Ghibellini di Firenze, dopo lesodo dei loro rivali Guelfi, avevano sperato di snidare i fuggiaschi dai Castelli dove si erano rifugiati, ma le loro spedizioni furono vane. Ebbero sempre la peggio, specialmente presso Figline, dove vennero rigettati e costretti ad abbandonare il Castello dOstina. Rientrando in città trovarono la cittadinanza in rivolta. Mercanti e borghesi erano stanchi delle lotte fra torri e torri, che turbavano sempre gli interessi cittadini e portavano sempre nuovi gravami fiscali.

                                     

2.3. Storia Il "Primo Popolo"

Trentasei cittadini, né Guelfi né Ghibellini, sei per sestiere, col favore di tutta la popolazione, si riunirono perciò nelle torri di Marignolli e degli Anchioni, presso San Lorenzo, per dare alla città un nuovo governo. Il 20 ottobre 1250 uscì lordinamento politico detto del "Primo Popolo". La caratteristica della costituzione consisteva nella doppia magistratura, del Podestà e della nuova figura del Capitano del Popolo, assistito da dodici Anziani. Era evidente lintento di porre sotto il controllo popolare lautorità podestarile, che in quel momento era tendenzialmente ghibellina. Per dare al Capitano uneffettiva forza di fronte allautorità podestarile, tutta la cittadinanza venne ordinata militarmente, fu cioè posta "sotto i gonfaloni".

In mezzo e al di sopra di questi gonfaloni, quello del Capitano del Popolo che portava i colori del Comune, a due strisce, bianca e rossa. Lo stemma della città era stato fino ad allora un giglio bianco in campo vermiglio. Non potendo mutare quel simbolo, il nuovo governo ne invertì i colori, come avevano già fatto i Guelfi, e si ebbe, da allora, non più come emblema di parte, ma come stemma comune dei fiorentini, il giglio rosso in campo bianco. La lotta tra Guelfi e Ghibellini fu raffigurata simbolicamente con unaquila, insegna dellImpero, che artigliava un leone e con un leone, animale araldico avversario dellaquila, che sbranava unaquila.

Limperatore Federico II morì proprio nellanno in cui costituì a Firenze il Primo Popolo 1250, e la sua scomparsa indubbiamente contribuì al rinfrancamento del partito guelfo. I Guelfi esiliati e banditi rientrarono in città e ripresero la loro azione, sostenuti dal Capitano del Popolo e, in questa circostanza, anche dal Podestà, Uberto di Mandello, anchegli guelfo, figlio di quel Rubaconte costruttore del terzo ponte fiorentino. Ben presto le sorti sinvertirono, e nellagosto del 1251, furono i Ghibellini a uscire dalle porte, in volontario esilio. I Ghibellini fuggiaschi dovettero perciò rifugiarsi nei Castelli di Romena e di Montevarchi, vicini alla ghibellina città di Arezzo.

                                     

2.4. Storia La battaglia di Montaperti

Nel 1251 i Senesi erano legati ai ghibellini di Firenze in un patto di reciproca assistenza. Nella guerra del 1255, Siena ebbe la peggio e venne spinta a sottoscrivere un impegno a non ospitare alcun esiliato dalle città di Firenze, Montepulciano e Montalcino. Tuttavia, nel 1258, la città aveva accolto i ghibellini fuggiaschi da Firenze, rompendo così i patti giurati: questo episodio viene considerato il casus belli del successivo scontro.

Ovviamente, gli interessi delle due città erano da tempo in conflitto, sia per questioni economiche che di pura egemonia sul territorio. Nella prima metà del XIII secolo, i confini fiorentini, infatti, si spingevano a sud fino a pochi chilometri da Siena. La rivalità economica si traduceva anche in una rivalità politica. A Firenze avevano la supremazia i guelfi, che sostenevano il primato papale, mentre a Siena il partito predominante era quello ghibellino, alleato dellImperatore, che in quel periodo era il re di Sicilia Manfredi di Svevia, figlio naturale di Federico II.

Unambasceria di fuoriusciti ghibellini, con a capo Manente, detto Farinata degli Uberti, corse in Puglia da Manfredi per ottenere un rinforzo di cavalieri tedeschi. Non ne ottennero che cento – comandati dal vicario regio, il conte Giordano dAgliano – pur avendone richiesti più di mille. Lidea era che, una volta che le bandiere di Manfredi fossero state coinvolte nello scontro, questi sarebbe stato costretto a inviare ulteriori rinforzi.

La battaglia fu combattuta a Montaperti, pochi chilometri a sud-est di Siena, il 4 settembre 1260, tra le truppe ghibelline capeggiate da Siena e quelle guelfe capeggiate da Firenze.

La lega guelfa comprendeva, oltre a Firenze, Bologna, Prato, Lucca, Orvieto, Perugia, San Gimignano, San Miniato, Volterra e Colle Val dElsa. Il suo esercito si mosse verso Siena, con la giustificazione della necessità di riconquistare Montepulciano e Montalcino. Per quanto consigliati altrimenti da Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, i comandanti fecero passare lesercito alle porte di Siena e si accamparono nelle vicinanze del fiume Arbia, a Montaperti, il 2 settembre 1260.

Le forze ghibelline ammontavano a ventimila unità, composte da ottomila fanti senesi, tremila pisani e duemila fanti e ottocento cavalieri germanici di re Manfredi di Sicilia. A loro, si aggiungeva la storica e più accanita città ghibellina umbra: Terni. A questa si aggiungevano altre città e fazioni toscane: i fuorusciti fiorentini, Asciano, Santafiora e Poggibonsi.

La mattina del 4 settembre lesercito ghibellino, superato il fiume Arbia, si preparò alla battaglia. A determinare la disfatta dei Fiorentini fu il tradimento dei Ghibellini che si erano infiltrati nella cavalleria e avevano avuto coi fuoriusciti segrete intese. Bocca degli Abati, appena i Senesi attaccarono i Fiorentini, con un colpo di spada tagliò la mano a Jacopo de Pazzi, reggente linsegna di Firenze. Fu il segnale del tradimento. Gli altri Ghibellini, che si trovavano tra le file della cavalleria fiorentina, strappandosi le rosse croci guelfe, le sostituirono con quelle bianche ghibelline; e si volsero a ferire i loro stessi commilitoni. I Fiorentini furono poi attaccati alle spalle dalla cavalleria tedesca e il comandante generale Iacopino Rangoni da Modena fu ucciso; lepisodio causò linizio della rotta dei guelfi fiorentini. I ghibellini si lanciarono allinseguimento e iniziarono lo strazio e l grande scempio che fece lArbia colorata in rosso durato fino allarrivo della notte. Si calcola che le perdite siano ammontate a diecimila morti e quindicimila prigionieri in campo guelfo solo i fiorentini ebbero 2500 caduti e 1500 furono catturati a fronte di 600 morti e 400 feriti in campo ghibellino. La notizia della disfatta di Montaperti, in quel 4 settembre 1260, si diffuse ovunque molto velocemente. I Ghibellini rimasti celatamente a Firenze si sollevarono abbattendo i gigli rossi e strapazzando il Leone, simbolo della potenza guelfa.

I guelfi rimasti in città non pensarono neppure alla resistenza contro lesercito ghibellino, che certamente si sarebbe rovesciato su Firenze. Essi videro scampo solo nella fuga, timorosi non tanto dei nemici di fuori, quanto degli avversari di dentro. Il 13 settembre del 1260 i guelfi fiorentini abbandonarono la loro città e si rifugiarono a Bologna e a Lucca.



                                     

2.5. Storia Congresso di Empoli

Alla fine dello stesso mese fu convocata a Empoli una dieta delle città e dei signori della Toscana di parte ghibellina per discutere come rafforzare il ghibellinismo toscano e consolidare nella regione lautorità del re. Ad Empoli, il Vicario generale, conte Giordano di Agliano, portò nel consiglio la volontà del Re: Firenze doveva essere cancellata dalla faccia della terra. Molti capi ghibellini, chi per odio verso Firenze, chi per compiacenza verso Manfredi, acconsentirono al progetto. Alla base di una simile scelta si possono con facilità individuare ben precise ragioni politiche ed economiche: per Manfredi ed altre città toscane si trattava di eliminare la città che fino ad allora si era opposta più fermamente allo sviluppo del dominio ghibellino e che deteneva una posizione strategica al centro della penisola. Da anni Firenze sfidava impunemente lautorità regia e tra i molti episodi di tale sfida, non certo solo militare, si segnalava la coniatura del fiorino doro, autentica usurpazione di un privilegio fino ad allora esclusivamente imperiale. È dunque comprensibile come Manfredi scrivesse, congratulandosi, ai vittoriosi senesi:" E non basti a voi ed ai vostri discendenti che Firenze sia deflorata del fiore della sua giovinezza, la spada vincitrice non si fermi se non quando il fuoco da essa scaturito non distrugga ed annichilisca, affinché non possa più avvenire che risorga”.

Per Siena distruggere Firenze significava eliminare per sempre quella che già era ed ancor più sarebbe divenuta in futuro lodiata egemone della regione. Solo la ferma opposizione dei Ghibellini fiorentini salvò Firenze. Farinata degli Uberti chiese e ottenne la parola come capo dei Ghibellini di Firenze. Egli avrebbe protetto, contro tutti, la propria città. La coraggiosa presa di posizione di Farinata salvò Firenze dalla totale distruzione e a lui fruttò lammirazione di tutti i cittadini, compresi i guelfi. Tutti i cronisti, Dante con i suoi celebri versi ed anche la tradizione storiografica, indicano concordi in Farinata degli Uberti colui che "solo", "a viso aperto", difese Firenze dalla certa rovina. La battaglia di Montaperti fu decisiva per la nascita dell" animo” guelfo: ". il popolo di Firenze chera più guelfo che ghibellino danimo per lo danno ricevuto, chi di padre, chi di figliuolo, e chi di fratelli alla sconfitta di Monte Aperti.".

Tra il 1260 e il 1266, tra la battaglia di Montaperti e quella di Benevento – si crearono in effetti a Firenze le premesse per la formazione di unidentità guelfa. Nellaprile del 1267 i Guelfi rientrano in città e in quelloccasione la parte guelfa e Carlo dAngiò iniziarono a giocare un ruolo da protagonisti nel governo della città.

Intanto, il 27 settembre 1260, i Ghibellini vittoriosi di Montaperti avevano fatto il loro ingresso veramente trionfale da Porta di Piazza, e i Guelfi non avevano neppure atteso di vederli spuntare dalla salita di San Gaggio. Si insediarono al governo della città e a tutti i cittadini fu fatta giurare fedeltà al re Manfredi. I Ghibellini, dopo la partenza dei Guelfi, stavano facendo quello che già avevano fatto i Guelfi, dieci anni prima, cioè abbattevano le case le torri dei loro avversari. Centotré palazzi, cinquecentottanta case e ottantacinque torri completamente rase al suolo; due palazzi, sedici case e quattro torri demoliti in parte. E poi mulini, tiratoi, in città; castelli e corti nel contado. E insieme con le case e con le torri, venne demolita la costituzione del Primo Popolo. Abbattuta linsegna e lautorità del Capitano del Popolo; abolito il Consiglio degli Anziani, dispersi i Buonomini. Il Podestà, di nomina imperiale, venne reintegrato in tutte le sue prerogative e nella piena autorità di primo magistrato cittadino. Alla carica di podestà fu eletto il conte Guido Novello, che aveva comandato lesercito ghibellino nella battaglia di Montaperti.

Il governo guelfo, detto del Primo Popolo, era durato dieci anni, dal 1250 al 1260, cadendo a Montaperti sotto i colpi dei cavalieri di Manfredi; quello ghibellino durò sei anni, dal 1260 al 1266, cadendo a Benevento sotto i colpi di re Carlo dAngiò.

                                     

2.6. Storia La battaglia di Benevento e i tre gruppi politici

La battaglia di Benevento fu combattuta il 26 febbraio 1266 fra le truppe guelfe di Carlo dAngiò e quelle ghibelline di Manfredi di Sicilia. La sconfitta e la morte di questultimo portarono alla conquista angioina del Regno di Sicilia.

Nel 1267 finì per sempre la dominazione del partito ghibellino in Firenze e la fortuna politica di quelle grandi famiglie che con esso si erano identificate. Tre gruppi politici dunque si contesero in questi mesi il dominio del più importante centro della Toscana: i Ghibellini che tentarono a tutti i costi di mantenere il potere, fidando anche sul notevole deterrente costituito dal forte nucleo di cavalieri tedeschi al soldo del conte; il Popolo, che si trovò insperatamente in una posizione di privilegio, dal momento che, al contrario dei Guelfi, molti dei suoi membri più in vista erano rimasti in città e avevano più immediate possibilità di tornare alla guida del Comune, sfruttando lo stato di insicurezza e di crisi dei Ghibellini; i Guelfi, infine, sebbene in esilio, potevano contare sullappoggio del Papa Clemente IV e si aspettavano un aiuto militare da parte di Carlo dAngiò, non appena questi avesse consolidato la conquista dellItalia Meridionale.

I primi a muoversi furono i Ghibellini, che in un Consiglio unanime, pochi giorni dopo Benevento, decisero di inviare quattro ambasciatori al Papa per cercare di togliere le scomuniche che da anni gravavano sul Comune. Dal canto suo Clemente IV, dotato di notevole accortezza politica, non disdegnò questo atto di sottomissione preventivo: in cuor suo avrebbe certamente preferito cacciare i Ghibellini da Firenze e dalle altre città della Toscana, ma al momento non aveva forze militari disponibili, poiché non poteva contare sullaiuto dellAngioino, ancora impegnato nel Sud. Egli volle innanzi tutto che lubbidienza dei Fiorentini fosse garantita pecuniariamente da sessanta mercanti. Unaltra garanzia, ben più precisa politicamente, venne inoltre richiesta: lassoluzione definitiva fu subordinata infatti alla riconciliazione delle autorità fiorentine con i Guelfi esiliati; se alla data del 16 maggio, giorno di Pentecoste, la pace non fosse stata conclusa, sarebbe stato lo stesso Pontefice a fissarne le condizioni.

Sembrava dunque tutto risolto, ma i contrasti erano ben lungi dallessere appianati: i Ghibellini nonostante le minacce papali rimandavano di mese in mese la pacificazione con i Guelfi e si rifiutavano di licenziare i cavalieri tedeschi mal visti dal Papa. Clemente IV dal canto suo andava a rilento nellassolvere i Ghibellini più potenti e pericolosi. Si instaurò così sulla scena politica fiorentina una sorta di gioco delle parti nel quale ogni attore, sia esso il Papa o i Ghibellini o il Popolo, cercò di mantenere o di riconquistare il dominio della città. Fu una situazione di precario equilibrio che si protrasse ad alterne vicende fino all11 novembre 1266, quando una mossa avventata eliminò definitivamente i Ghibellini da questa scena.

Si suppone che dopo la battaglia di Benevento si sia creata in Firenze una sorta di alleanza tra il Popolo e i Ghibellini, attraverso la quale il primo tendeva a riconquistare i privilegi perduti nel 1260 e gli altri, venuto a mancare il principale sostenitore esterno, cercavano nuovi accordi interni per evitare, o almeno rimandare il più possibile, il ritorno dei Guelfi. In virtù di questa alleanza i Ghibellini riuscirono a resistere alle imposizioni del Papa, trattenendo in città i cavalieri teutonici e lasciando confinati i Guelfi. Come contropartita il Popolo doveva aver chiesto probabilmente la restaurazione del Consolato delle Arti e di tutti i diritti connessi, cioè tutte quelle prerogative che i Ghibellini avevano abolito nei sei anni precedenti ed ora erano costretti a ripristinare.

Il tumulto dell11 novembre 1266 segnò il tramonto della stella ghibellina nel cielo di Firenze. Contemporaneamente alleclisse ghibellina si ebbe il breve ed effimero ritorno al potere degli esponenti popolari. Subentrarono invece i Guelfi, che si erano dati una struttura associativa saldamente organizzata, cementata nel corso dei sei anni di esilio. Quando le truppe angioine consegnarono nelle mani dei loro sostenitori fiorentini il potere del Comune, la parte guelfa era, probabilmente, lorganismo più robusto ed efficace che si trovasse dentro le mura della città e fu così che divenne a partire dal 1267 un vero organo di governo, influente in patria ed eminente nelle sue relazioni con lestero.

Sua prima preoccupazione fu quella di sopprimere le magistrature popolari, sostituendo ad esse i propri istituti, come il Capitano della Massa di Parte Guelfa che doveva rappresentare, agli occhi del popolo, una sorta di beffa nei confronti del precedente Capitano del Popolo. Era la prima volta che il nome di un partito appariva negli ordinamenti repubblicani, in luogo del "comune" o del "popolo". Ciò significava che il governo della Repubblica si trovava nelle mani di una sola "parte" e non di tutta la città. In più voleva dire che dipendeva esclusivamente da Carlo dAngiò, il quale non dissimulava il progetto di assoggettare tutta la Toscana con le forze e con le ricchezze di Firenze, specialmente quando le speranze dei Ghibellini caddero con la testa dellultimo degli svevi, Corradino 1268.

Gli anni dal 1267 al 1280 rappresentarono un periodo in cui le vecchie famiglie del guelfismo fiorentino dominarono la città senza contrasti troppo acuti. Accanto a questo gruppo convisse, abbastanza pacificamente, tutto un vasto ceto che proveniva dallattivissimo mondo mercantile di Firenze e che contese fin dallinizio del secolo la guida del Comune ai vecchi governanti. Furono questi i gruppi sociali che formarono di fatto la classe dirigente guelfa: la vecchia aristocrazia, i futuri magnati e i popolani più ricchi e potenti.

                                     

2.7. Storia "Rampini" e "Mascherati" nella Repubblica di Genova

Le lotte tra guelfi e ghibellini, che nella Repubblica presero il nome rispettivamente di rampini e mascherati ", iniziarono già ai tempi di Federico Barbarossa e progredirono fino al 1270, anno in cui Oberto Doria e Oberto Spinola, a seguito di uninsurrezione ghibellina, divennero di fatto "diarchi" e riuscirono a governare la città per circa 20 anni, in pace. Il pretesto per la rivolta venne dopo la sfortunata ottava crociata in cui, a seguito di unepidemia, trovò la morte Luigi IX di Francia. Carlo dAngiò prese le redini della crociata il cui obiettivo fu Tunisi invece della Terrasanta e fece rapidamente la pace con lemiro per proseguire il suo piano di consolidare il potere in Italia e attaccare Costantinopoli per ripristinare lImpero Latino. Questa minaccia allantico alleato bizantino oltre alla crescente supremazia guelfa in Italia, alla disfatta della crociata effettuata con navi genovesi e al tentativo di imporre su Ventimiglia un podestà anchegli guelfo, furono le cause dellinsurrezione ghibellina a Genova. Allinsediamento dei diarchi e allistituzione di un "abate del popolo" in affiancamento ai due Capitani, con funzione di rappresentante della borghesia e dei ceti popolari, seguì lespulsione della nobiltà guelfa cittadina, guidata tradizionalmente dalle casate Grimaldi e Fieschi. I primi si rifugiarono nel ponente ligure, mentre i Fieschi trovarono riparo nei loro feudi dello spezzino. I Doria e gli Spinola condussero con successo campagne militari contro ambedue le casate guelfe e ripristinarono lordine nella Repubblica, grossomodo fino alla fine del secolo.

                                     

2.8. Storia La Pace sullArno

Quando Clemente IV morì nel 1268, invece di un papa francese come sperava Carlo dAngiò, venne eletto nel 1271 il piacentino Tebaldo Visconti, che prese il nome di Gregorio X. Egli perseverò nella politica di pacificazione, che significava anche limitazione del potere di Carlo dAngiò. Difese così i Ghibellini dalleccessiva persecuzione guelfa. Nellillusione di comporre linsanabile dissidio, arrivò egli stesso a Firenze nellestate del 1273, in compagnia di re Carlo e di Baldovino II imperatore di Costantinopoli. Il papa volle che in una vasta piazza sotto il ponte di Rubaconte si svolgesse la cerimonia di pacificazione. Quel tentativo sul greto dellArno non durò neppure un giorno. La sera stessa si diffuse la voce, fatta spargere da Carlo dAngiò, contrario alla concordia, che tutti i capi ghibellini sarebbero stati presi e uccisi. Nella nottata essi fuggirono, rompendo i patti giurati. Il papa, fortemente adirato, se ne andò da Firenze.



                                     

2.9. Storia La Pace del Cardinale Latino

Fallita la pace sul greto, tentata da Gregorio X, ne fu tentata unaltra, sei anni dopo, sulla piazza vecchia di Santa Maria Novella. Sedeva sulla cattedra di San Pietro un romano, della famiglia Orsini. Per ristabilire un certo equilibrio, Niccolò III si fece così, in qualche modo difensore dei Ghibellini perseguitati, nei confronti dei Guelfi persecutori, protetti e sorretti dal re Carlo. Ma lintento del papa non era quello di rovesciare le sorti: desiderava, come Gregorio X, la pacificazione delle due parti, o la coesistenza dei due partiti, in un bilanciato equilibrio di cui egli, che aveva ricevuto dallimperatore Rodolfo dAsburgo il territorio della Romagna, sarebbe stato limparziale arbitro. Pochi giorni dopo la sua elezione, si era presentato a lui labate di Camaldoli, il quale gli aveva fatto presente la condizione di Firenze, ancora divisa, ancora discorde, e dove gli stessi guelfi, rimasti padroni della città, avevano tra di loro continue brighe.

Niccolò III fece ritogliere dallimperatore Rodolfo il Vicariato della Toscana a re Carlo dAngiò, e assunse egli stesso larbitrato su quella città troppo importante per essere lasciata in balia delle discordie e alla mercé di un sovrano straniero. Era evidente nel papa Orsini lintenzione, non tanto di dominare Firenze, quanto di pacificarla, per farne una grossa pedina tra Roma e Bologna. A tale scopo inviò come paciere il cardinale Latino Malabranca Orsini, che già si trovava nella Romagna, dove aveva dato prova di saggezza e di ferma autorità.

Il Cardinale paciere per la grande cerimonia della pacificazione scelse la piazza di Santa Maria Novella nella quale esortò i Fiorentini alla concordia, esaltò il dono della pace, chiese al popolo che gli venissero concessi tutti i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari. Convocò inoltre gli esponenti dei due partiti; con un" lodo” fece richiamare in città molti Ghibellini esiliati, restituendo loro i beni confiscati. Anchegli combinò nuovi sposalizi tra giovani davverse famiglie, e quando gli parve che la pace fosse finalmente matura, nel gennaio del 1280, ritornò sulla medesima piazza, per la solenne e pubblica cerimonia della conclusa pace.

Lintervento del cardinale Latino in Firenze apportò notevoli mutamenti al quadro politico della città. Più che una reale pacificazione tra le parti che nel cinquantennio precedente si erano accanitamente date battaglia, il risultato della lunga opera di mediazione attuata durante il periodo di permanenza del cardinale in Firenze fu un sostanziale mutamento costituzionale e linizio di un nuovo clima politico.

Dopo la pace del gennaio - febbraio 1280, infatti, cominciò un periodo di transizione che terminò con listituzione del Priorato. Il nuovo ordine costituzionale istituito dal cardinale paciere, basato su una teorica pariteticità tra Guelfi e Ghibellini, se da una parte contribuì in maniera notevole ad incrinare lindiscussa egemonia della parte guelfa che aveva dominato il Comune nei tredici anni precedenti, dallaltra favorì allinterno della città la formazione di un nuovo ceto sociale. Lobiettivo del cardinale e quindi del Papa Niccolò III era quello di instaurare un nuovo e stabile equilibrio di potere, che trovò la sua espressione nella Magistratura dei XIV, aperta ad entrambe le opposte fazioni e allelemento popolare, e nellufficio del Capitano Conservatore della Pace, che aveva il compito di mantenere lordine così faticosamente raggiunto. Si volevano eliminare, una volta per sempre, abolendo tutte le organizzazioni di parte, gli antichi rancori le antiche divisioni che avevano costituito gran parte della storia interna della città fino ad allora. La pace però era solo fittizia e diversi fattori contribuirono a vanificarla: le organizzazioni di parte, ad esempio, e soprattutto la parte guelfa restarono meno potenti politicamente, ma pur sempre influenti.

I Ghibellini riuscirono così, dopo molti anni di esilio, a rientrare in una città che aveva ormai preso un indirizzo guelfo, soprattutto nel suo settore più vitale, quello dei commerci.

La convivenza forzata tra i vecchi nemici, daltra parte, indeboliva in generale la classe più alta della popolazione a favore del ceto più produttivo. Si stava dunque attuando progressivamente non solo una profonda trasformazione istituzionale, ma, di pari passo, un ricambio allinterno della classe dirigente.

Il significato della pace del cardinale Latino stava nella vittoria di quella politica papale antiangioina che, iniziatasi con Gregorio X, si era potuta concludere con il Pontificato di Niccolò III, che aveva saputo barcamenarsi tra le opposte forze di Carlo dAngiò e del nuovo imperatore Rodolfo dAsburgo. Sul piano interno questo si traduceva in una sostanziale diminuzione di potere per i seguaci fiorentini di Carlo dAngiò, che rappresentavano il guelfismo intransigente e facevano capo alla famiglia dei Donati. In quel periodo ebbero particolare influenza certe famiglie dellalto ceto mercantile come i Mozzi, che favorirono i trattati di pacificazione e quindi il ritorno dei ghibellini.

Il momento era dunque favorevole per lattuazione del nuovo mutamento costituzionale, che seguiva di poco un altro rivolgimento di rilevanza internazionale: i Vespri Siciliani. Il 30 marzo 1282 infatti, scoppiò a Palermo un tumulto che liberava la Sicilia dai francesi, mettendo in crisi la potenza angioina in Italia.

                                     

2.10. Storia Il Priorato e lascesa del ceto mercantile

Listituzione del Priorato, determinata in parte dal declino della potenza angioina in Italia, ma soprattutto dallemergere in Firenze di un nuovo ceto, espressione della parte più attiva del mondo mercantile, era la logica conclusione di un processo che, iniziato con la pace del cardinale Latino, aveva visto un lento spostamento allinterno della classe dirigente a favore della grande "borghesia" mercantile e artigiana. I mercanti, gli artigiani maggiori, avevano il vantaggio rispetto ai grandi di essere meno divisi politicamente, poiché se è vero che esistevano mercanti di tendenza guelfa e mercanti di tendenza ghibellina, il comune interesse commerciale e la consapevolezza di rappresentare il ceto produttivo della città, rendevano ormai superati i contrasti di partito. In questo senso essi rappresentavano una classe, sia pure dai confini non troppo rigidi, di fronte al discorde blocco delle grandi famiglie.

I Bardi, protetti di Carlo dAngiò, gli Spini, protetti del Papa, i Becchenugi, ricchi mercanti di Calimala, si erano politicamente affermati durante i tredici anni della dominazione guelfa. Il loro processo di ascesa, che li aveva visti salire ai vertici della classe dirigente, si consolidò in questo periodo se in precedenza questi casati avevano svolto il ruolo di comprimari nellélite dirigente guelfa, essi arrivarono a detenere in prima persona le sorti del Comune.

Il Priorato, più che una magistratura rivoluzionaria, fu quindi la necessaria trasformazione costituzionale che i mutati rapporti sociali le mutate condizioni politiche ed economiche rendevano ormai inevitabile.

Se la parte guelfa e i suoi prestigiosi sostenitori riuscirono a mantenere un notevole ascendente nelle decisioni politiche che si presero allinterno dei consigli e degli organi di governo della città, altrettanto non si può dire di quelle famiglie che, dal 1260 al 1266, avevano formato lélite ghibellina. Il peso delle numerose sanzioni politiche e degli esili di massa aveva ormai indebolito e disperso le forze dei vecchi sostenitori filo-svevi, impedendo loro di ricostituire su basi sufficientemente solide una parte ghibellina che potesse contrastare in Firenze quella dei tradizionali nemici. Linfluenza politica delle grandi famiglie ghibelline era, di conseguenza, praticamente nulla dopo il 1280, cosicché alcuni casati come i Caponsacchi, i Guidi, i Lamberti, gli Ubriachi, i Bogolesi- Fifanti, i Cappiardi, i Galli e gli Schelmi, gran parte cioè della nobiltà ghibellina, non comparivano più in alcun incarico politico. La parte ghibellina mancava dunque dei suoi tradizionali capi, condannati ad un esilio che si protraeva ormai da quasi una generazione e destinati a scomparire per sempre dalla storia della classe dirigente fiorentina.

                                     

2.11. Storia La battaglia di Campaldino

In Toscana rimaneva un unico focolaio di ghibellinismo: Arezzo. Nel maggio del 1289 vennero drizzate le insegne di guerra alla Badia di Ripoli, in direzione del Valdarno. Ciò significava dichiarazione di guerra di Firenze ad Arezzo.

Lesercito attaccante non era formato da soli fiorentini. Sotto i gonfaloni gigliati si trovavano anche Guelfi di Bologna, di Pistoia, di Prato, di Volterra, di Siena che, nel frattempo, era diventata guelfa. Era tutta la Toscana guelfa che muoveva contro Arezzo ghibellina.

L11 giugno 1289 si combatté nella piana di Campaldino, fra Poppi e Pratovecchio: i fiorentini, guidati da Neri de Cerchi, Corso Donati e altri, riportarono una grande vittoria contro gli aretini e gli altri ghibellini guidati dal vescovo di Arezzo e da Buonconte da Montefeltro. Tra i combattenti si trovavano anche Dante Alighieri e Guido Cavalcanti come feditori a cavallo e Paolo Malatesta in supporto a Firenze. Guido Novello comandava la cavalleria di riserva ghibellina, Corso Donati quella guelfa.

La mattina di sabato 11 giugno cominciò la battaglia. Dopo vari scontri, la cavalleria ghibellina fu accerchiata. Guglielmino degli Ubertini affrontò i nemici con i suoi fanti e fu abbattuto dopo un aspro combattimento. Caddero anche Buonconte da Montefeltro e Guglielmo Pazzo. La battaglia era ormai giunta a conclusione in favore dei Guelfi.

Si cominciarono a raccogliere e a cercare di riconoscere i moltissimi caduti: da parte ghibellina si contarono circa 1700 morti; da parte guelfa se ne contarono circa 300. Vennero sepolti in grandi fosse comuni in prossimità del convento di Certomondo.

Furono condotti, inoltre, più di mille prigionieri a Firenze che in parte furono rilasciati in cambio di un riscatto. Chi non fu riscattato morì in breve tempo nelle prigioni fiorentine: furono alcune centinaia. Questi furono sepolti a lato della via di Ripoli, a Firenze, in un luogo che ancora oggi si chiama "Canto degli aretini". Il luogo della battaglia è oggi ricordato da un monumento, detto "Colonna di Dante".

                                     

2.12. Storia Gli Ordinamenti di Giano della Bella

Nello stesso anno tornò a Firenze, ricco di sostanze e desperienza acquistate in Borgogna, Gianni Tedaldi della Bella, che era stato tra i Priori, nel 1289. Venne rieletto anche nel 1292, e fu allora che, con destrezza e decisione, operò il suo colpo di mano, in favore delle Arti minori e di quello che fu chiamato "il secondo popolo". Ormai nella città non si poteva più parlare né di guelfi né di ghibellini. Firenze era tutta guelfa, ma comunque divisa in varie fazioni. Approfittando della loro rivalità, varò prima nel Consiglio dei Cento, poi nel Consiglio speciale del Capitano, una deliberazione con la quale anche le Arti minori venivano ammesse nel governo della città. Ciò gli assicurò immediatamente il favore dei popolani e suscitò le ire dei Magnati, che lo considerarono traditore della propria classe. Perché costoro, ricevuto il duro colpo, non rialzassero la testa, Giano della Bella, il 15 febbraio 1289, chiamò tre giuristi ad elaborare una nuova costituzione, detta poi degli Ordinamenti di giustizia. Per applicare immediatamente ed efficacemente gli Ordinamenti, fu istituita la nuova magistratura del Gonfaloniere di Giustizia, al quale venne data "larme del popolo", cioè la croce rossa nel campo bianco, e che doveva vigilare che i grandi non recassero ingiurie ai popolani.

                                     

2.13. Storia Guelfi bianchi e neri

Firenze, ormai stabilmente guelfa, risultava comunque divisa in due fazioni: i Bianchi, riuniti intorno alla famiglia dei Cerchi, fautori di una moderata politica filo papale, che riuscirono a governare dal 1300 al 1301; e i Neri, il gruppo dellaristocrazia finanziaria e commerciale più strettamente legato agli interessi della chiesa, capeggiato dai Donati, che salirono al potere con laiuto di Carlo di Valois, inviato dal papa Bonifacio VIII.

Le fazioni prendono nome dai due partiti in cui si divideva la città di Pistoia, chiamati i cancellieri bianchi e neri. Le principali famiglie di Firenze si schierarono tutte con luna o laltra fazione. Giunse a Firenze il cardinale Matteo dAcquasparta, legato pontificio. Ma poiché i Bianchi rifiutarono di dimettersi dagli uffici, il cardinale legato lasciò Firenze, lanciando linterdetto sulla città. Si crearono disordini in città al termine dei quali il Comune mandò in esilio i capi delle fazioni. I Neri, con Messer Corso Donati, furono confinati a Castel della Pieve, i Bianchi a Sarzana. Fra i Bianchi costretti allesilio cera Dante.

                                     

2.14. Storia Siena

A Siena, la pace del cardinale Orsini 1280 aveva riammesso in città i ghibellini, ma dal 1289, a causa degli intrighi orditi da costoro alla morte di Carlo dAngiò, venne ripristinato un governo guelfo di ricche famiglie popolari e mercantili, il cosiddetto" governo dei Nove”, che durò fino al 1355, mantenendo rapporti di amicizia con Firenze. Fu il miglior governo di Siena: la città raggiunse la maggiore prosperità e grandezza, con più di 70.000 abitanti.

                                     

2.15. Storia Pisa

Il comune di Pisa era in declino. Sul finire del XII secolo, alla storica rivalità marittima con Genova, soprattutto per il controllo della Sardegna e della Corsica, si era aggiunto il contrasto con Firenze. Fin dal primo scontro, conclusosi con la conquista fiorentina di Empoli nel 1182, Firenze, seppe trarre vantaggio dalla debolezza interna del comune pisano, spaccato dal conflitto di interesse fra gli industriali e il ceto mercantile ai primi la concorrenza di Firenze nuoceva, i secondi dal transito delle merci fiorentine per il porto traevano lauti guadagni. Lacerata da conflitti interni e indebolita dai decenni di pressione di Firenze e Genova, Pisa subì nel 1284 la definitiva sconfitta della Meloria, nei pressi di Livorno.

                                     

2.16. Storia Primi decenni del Trecento

Nei primi decenni del Trecento Firenze subì ripetuti attacchi dalle città toscane ghibelline; mentre Siena, retta stabilmente dal governo guelfo dei Nove, era passata fra gli alleati. Nel 1315, a Montecatini, Firenze fu sconfitta dalle truppe di Pisa, capeggiate da Uguccione della Faggiola e da Castruccio degli Antelminelli, detto Castracani per lardore della combattività. Dallo stesso Castruccio, divenuto nel frattempo signore di Lucca, Firenze subì nel 1325 anche la disfatta di Altopascio. Nominato nel 1327 Duca e Vicario imperiale da Ludovico IV il Bavaro, Castruccio minacciò seriamente la supremazia di Firenze, progettando un ampio dominio territoriale. Solo la sua morte, nel 1328, al termine dellestenuate assedio di Pisa, consentì a Firenze di riprendere le proprie mire espansionistiche, a danno di Pistoia 1331, Cortona 1332, Arezzo 1337, Colle Val dElsa 1338.

                                     

3.1. Araldica di Guelfi e Ghibellini toscani Parte Guelfa

Nel 1265, papa Clemente IV fece dono a una delegazione di Guelfi fiorentini fuoriusciti, del proprio personale stemma: unaquila rossa su campo bianco che artiglia un drago verde. Dalla Cronica del Villani, che è lunica fonte disponibile circa la notizia dellesistenza di uno stemma personale di papa Clemente IV e il dono da lui elargito, emerge come, successivamente, la Parte Guelfa di Firenze vi aggiunse un piccolo giglio rosso - simbolo del Comune fiorentino dal 1251 - collocato sopra la testa dellaquila. Tale bandiera, fu quella sventolata dal pistoiese Corrado da Montemagno sulla piana di Grandella nella battaglia di Benevento il 26 febbraio del 1266.

NellApocalisse, il Drago rappresenta

Limmagine dellaquila che artiglia un serpente è, comunque, un tema antico che simboleggia la lotta tra il Bene e il Male. Risulta dunque chiaro come il simbolo prescelto fosse un messaggio di crociata contro gli Svevi e contro Manfredi e i suoi alleati ghibellini. Ma lAquila, per dirla con Dante, era il "pubblico segno", "il sacrosanto segno" dellImpero e, pertanto, lAquila rappresentata nellatto di artigliare il Drago risulta essere unappropriazione pontificia del simbolo peculiare dellImpero. Essa appariva, nel vessillo di Clemente IV, di colore rosso, anziché nero, e con il capo rivolto verso sinistra, invece che verso destra. Lo stemma corretto era, per lImpero, lAquila nera su campo oro. A Terni invece, la parte guelfa era rappresentata da un angelo crucifero.

                                     

3.2. Araldica di Guelfi e Ghibellini toscani Parte Ghibellina

Un sigillo della fazione ghibellina, datato agli ultimi decenni del XIII secolo e conservato presso il Bargello, viene descritto nel volume dedicato ai Sigilli Civili del Museo del Bargello: "Ercole a cavallo del Leone Nemeo, in atto di sganasciarlo; nel fondo alcune pianticelle con trifogli". Lo stemma raffigurato sul sigillo fiorentino raffigura un uomo vestito che, a cavalcioni della bestia, ne disarticola le fauci prendendolo alle spalle. Linterpretazione di tale sigillo risulta controversa: inizialmente, nel personaggio viene identificato Ercole e nel leone la fiera di Nemea, la prima delle fatiche erculee. Dunque Ercole sarebbe stato scelto come simbolo della Parte Ghibellina per la sua forza e il suo coraggio contro il maligno Leone.

Successivamente, si giunge ad una diversa lettura della raffigurazione: il personaggio rappresentato non è Ercole, e il leone non è la fiera di Nemea. Si tratta, invece, di Sansone che smascella il leone. Lanimale era diventato, infatti, il simbolo della città, in cui la Repubblica si riconosceva. A rafforzare il legame tra la città e lanimale contribuì lalluvione del 1333 che spazzò via la statua di Marte, considerato il protettore di Firenze, posta presso Ponte Vecchio. Per questo, letimologia più probabile del Marzocco, è quella della contrazione di un diminutivo di Marte, Martocus.

Resta il dubbio sul motivo per cui i Ghibellini fiorentini avessero scelto di rappresentare la morte del Leone. Secondo alcune ipotesi, per simboleggiare la fine della Firenze popolare e filoguelfa; secondo altre, rappresentava la vittoria del Bene sul Male poiché spesso lanimale è divenuto simbolo di superbia, ferocia e forza incontrollata, in Dante come nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Se dunque lo stemma di Parte Guelfa sottendeva il simbolismo della lotta della Giustizia contro il Demonio, altrettanto valeva per il sigillo della Parte Ghibellina. Dallinterpretazione dei due vessilli, risulta evidente come entrambe le fazioni combattevano sotto legida di Dio per scardinare un sistema guidato dal Maligno.

                                     

4. Evoluzione dei termini

I due termini, guelfo e ghibellino, che così tanto successo hanno avuto nella storia italiana, hanno però subìto unevoluzione semantica complessa e molto interessante. Se i Guelfi e i Ghibellini sono legati, almeno nellimmaginario collettivo, alle vicende del XIII secolo ed eternati dalle parole del guelfo Dante Alighieri, ancora nel XV secolo Bernardino da Siena richiedeva leliminazione dei due epiteti. E altrettanto faceva il vescovo di Venezia, Pietro Barozzi, nel suo De factionibus extinguendis ; obiettivo non conseguito affatto se Andrea Alciato, quasi un secolo più tardi, affermava che il conflitto tra Guelfi e Ghibellini era giunto sino ai suoi tempi. Bisogna poi ricordare la ripresa Ottocentesca dei due termini, quando sorsero il partito Neoguelfo e il movimento Neoghibellino, capitanati da figure come Gioberti o Guerrazzi e che indicavano sostanzialmente un atteggiamento filopontificio o decisamente laico se non anticlericale nellItalia risorgimentale.

                                     

4.1. Evoluzione dei termini Le origini

"I maladetti nomi di parte guelfa e ghibellina si dice che si criarono prima in Alamagna, per cagione che due grandi baroni là aveano guerra insieme, e aveano ciascuno un forte castello luno incontro allaltro, che luno avea nome Guelfo e laltro Ghibellino". In realtà il nome della fazione guelfa non derivava dal maniero familiare, ma dal nome stesso del duca Welf, mentre Weiblingen era proprio il nome del castello degli Hohenstaufen. Lorigine dei nomi fu oggetto di studio molto presto e però, già nel corso del 300, diverse e fantasiose versioni legavano i due epiteti chi a nomi di demoni, chi di cani, chi di castelli, chi, infine, li legava a citazioni bibliche.

                                     

4.2. Evoluzione dei termini Firenze e Federico II 1220-1250

Le ripetute discese di Federico Barbarossa in Italia scatenarono, prevalentemente nei comuni del Centro Nord, idee nuove sullatteggiamento da tenere nei riguardi dellImpero, specie in materia di autonomia. Le due fazioni, una più condiscendente, laltra più contraria alla volontà imperiale, non sono però ancora denominate coi nomi di Guelfi e Ghibellini. Con larrivo sulla scena politica italiana di Federico II 1250 iniziano ad essere citate nelle fonti "le parti della Chiesa e dellImperio". Queste due denominazioni andarono a complicare decisamente il panorama comunale italiano che sino ad allora aveva solo utilizzato i nomi delle famiglie preminenti come etichetta di gruppi contrapposti: Lambertazzi e Geremei a Bologna, Uberti e Buondelmonti a Firenze e così via. Ma proprio a Firenze, i due gruppi familiari contrapposti assunsero i nomi di Guelfi e Ghibellini. La divisione del Comune fiorentino in Guelfi e Ghibellini divenne poi sinonimo di lotta tra Papato ed Impero, tra filopapali e filoimperiali, se non, in qualche caso, fra cattolici ed eretici.

                                     

4.3. Evoluzione dei termini Leclissi sveva

Con linsuccesso politico e la morte di Federico II il significato dei due termini cambiò notevolmente. Federico e i suoi erano stati al centro di una serie di campagne diffamanti da parte della Curia culminanti nella crociata indetta contro lAnticristo, identificato nello Svevo. In questa fase il discrimine non era essere filopapali e buoni cristiani o meno. Il clima era quello di uno scontro di tipo religioso. Non fu perciò un caso che papa Clemente IV dotasse la Lega Guelfa di uno stemma inequivocabile: lAquila rossa che artiglia il Drago, dove questultimo, simbolo biblico del Male per eccellenza, rappresentava certamente i Ghibellini. Ma negli stessi anni la Lega Ghibellina rispondeva fregiandosi del simbolo di Ercole che strangola il Leone. Questo, più che al Marzocco fiorentino, rinvia a uno degli animali venefici del bestiario medievale. In questo vibrante ventennio, che possiamo far concludere col 1268, con la morte dellultimo Hohenstaufen a Napoli, lopposizione era dunque non tanto tra filopontifici e filoimperiali, quanto piuttosto tra i filosvevi e gli antisvevi o, meglio, i filoangioini.

                                     

4.4. Evoluzione dei termini Uso religioso dei termini

Luso dello strumentario religioso nelle guerre, che oramai riguardavano tutta lItalia, assume toni di vera e propria strategia politica a ridosso della duplice vittoria di Carlo dAngiò, a Benevento 1266 e Tagliacozzo 1268. Negli anni successivi vennero intentati alcuni processi religiosi per eresia contro i Ghibellini, il cui nome era ora associato sia allopposizione politica al nuovo sovrano come allopposizione ai precetti della Chiesa. Così, nella fase che coincise col successo guelfoangioino, se lessere guelfo tornava a significare essere "Parte della Chiesa", lessere Ghibellino, che già significava essere avverso a Carlo di Angiò, divenne sinonimo di nemico della vera fede e quindi eretico.

Il caso della famiglia di Farinata diventò il simbolo dellaccanimento contro il ghibellinismo fiorentino: tra il 1283 e il 1285 furono riesumate e bruciate le ossa di alcuni membri della famiglia Uberti, accusati di essere eretici patarini.

                                     

4.5. Evoluzione dei termini Nuove lotte dal 1330 in poi

Nel XIV secolo, i due epiteti avevano perduto buona parte i loro significati originari. Agli inizi del 300, papa Giovanni XXII, affermò che rimane il vulgus ad utilizzare tali nomi, un uso che oramai da tempo non era più limitato alla Toscana, ma esteso a tutta lItalia. I nomi erano rimasti, i significati, decisamente mutati. Dante, nel VI canto del Paradiso prega i Ghibellini, e probabilmente si riferisce a quelli di Firenze, a far "lorarte sot-taltro segno" che non sia laquila imperiale, un simbolo grandioso e sacro dietro cui invece ormai si nascondevano per lo più solo interessi di poche e sfortunate famiglie fiorentine esuli. Non è possibile fornire una definizione soddisfacente dei due termini, poiché da essi sorsero tanti e variegati significati utilizzati nei modi più svariati.

                                     

4.6. Evoluzione dei termini Sviluppi successivi

I sostantivi di guelfo e ghibellino sono stati utilizzati nei secoli successivi per definire, nel primo caso, posizioni politiche prossime al potere papale e al regno di Francia e, nel secondo, al Sacro Romano Impero. Ad esempio, Cesare Hercolani, "colpevole" di aver procurato agli imperiali loccasione della vittoria di Pavia 1525 contro Francesco di Francia, venne poi ucciso da attentatori guelfi.

In seguito i due nomi di partito hanno generato diversi toponimi e nomi di persona o di famiglia riconducibili ad essi. Un esempio per entrambi i casi: Guffanti = Guelfi-fanti; Giubellini = Ghibellini.

                                     

5. Maggiori città ghibelline

  • Monte San Pietrangeli
  • San Miniato ghibellina fino al 1291, poi guelfa
  • Lodi ghibellina fino al 1259, poi guelfa durante le signorie dei Torriani e dei Fissiraga
  • Chieti
  • Verona
  • Grosseto
  • Forlì ultima città ghibellina, storica la vittoria contro duemila soldati francesi; battaglia ricordata da Dante come il "Sanguinoso mucchio"
  • Todi
  • Urbino
  • Spoleto
  • Pistoia
  • Genova predominio 1270-1317
  • Fabriano
  • Ceccano
  • Penne
  • Terni
  • Pavia
  • Ascoli Piceno
  • Castiglion Fiorentino
  • Modena
  • Osimo
  • Pisa
  • Jesi
  • Gualdo Tadino
  • Gubbio con schieramento guelfo durante la signoria dei Gabrielli
  • Mantova
  • Poggibonsi
  • Palermo
  • Foligno
  • Arezzo
  • Sulmona
  • Trieste
  • Como
  • Siena ghibellina fino al 1287, poi guelfa con linstaurazione del Governo dei Nove
                                     

6. Maggiori città guelfe

  • Orvieto
  • Lecco
  • Fabriano
  • Brescia
  • Ripatransone
  • Macerata
  • Crema
  • Mondovì
  • Alessandria
  • Faenza
  • Prato per lunghi periodi ghibellina
  • Roma
  • Milano guelfa fino allarrivo dei Visconti, coi quali fu ghibellina
  • Montepulciano
  • Padova
  • Camerino
  • Colle di Val dElsa
  • Bologna
  • Fermo ghibellina dopo il 1242
  • Ancona
  • Atri
  • Volterra
  • Perugia
  • Aquila
  • Pizzino
  • Genova brevi periodi: 1256-1270; 1317-1319
  • Firenze tranne un breve governo ghibellino dal 1248 al 1250 e tra il 1260 e il 1267
  • Lucca ghibellina tra il 1314 e il 1328