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ⓘ Revisionismo del marxismo




Revisionismo del marxismo
                                     

ⓘ Revisionismo del marxismo

Fu chiamato revisionista il processo storico e latteggiamento teorico di revisione dei fondamenti della concezione ideologica del marxismo. Il rappresentante più autorevole fu il tedesco Eduard Bernstein, che, procedendo dalla constatazione che le previsioni marxiane riguardo allinasprimento della lotta di classe e alla proletarizzazione dei ceti medi non si erano realizzate, negò limminenza di un processo rivoluzionario.

                                     

1. Storia

Sorse verso la fine del XIX secolo, traendo origine dal fatto che la realtà delleconomia capitalistica non sembrava corrispondere alle previsioni del marxismo. Infatti, dopo la grande depressione degli ultimi decenni dell800, era iniziato un nuovo periodo di espansione e di prosperità che riabilitava la forma del libero commercio ed alimentava nuova fede nel capitalismo.

Questo sviluppo parve smentire le previsioni catastrofiche del marxismo mentre, per altro, al crescente processo di concentrazione delle imprese nelle forme di trusts e cartelli, non sembrava corrispondere un inasprimento della lotta di classe, bensì una maggiore cautela del proletariato nellavanzare le proprie rivendicazioni.

I revisionisti, di cui il più autorevole rappresentante fu il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein 1850-1932, ne trassero la conseguenza che, non essendosi verificati nello sviluppo capitalistico il peggioramento ed il crollo teorizzati dal marxismo, i metodi rivoluzionari erano da considerarsi superati ed andavano sostituiti da lente e successive riforme sociali. Ne seguì un fondamentale dibattito Bernstein-Debatte allinterno della socialdemocrazia tedesca e nei principali movimenti socialisti europei; una netta condanna fu espressa da Karl Kautsky e Rosa Luxemburg, ma forme di revisionismo furono tuttavia presenti nelle correnti vive del socialismo europeo, in parte nellesperienza dei sindacalisti rivoluzionari revisionismo di sinistra, ed in larghissima maggioranza nelle scelte in senso riformistico che accompagnarono lo sviluppo dei partiti socialisti europei, provocandone il graduale allontanamento dallideologia marxista revisionismo di destra e la costruzione di un percorso politico, allinterno del quale la prassi politica avrebbe dovuto fondarsi su di una tattica di alleanze con la borghesia democratico-progressista, attraverso pratiche di carattere riformista.

                                     

1.1. Storia In Italia

In Italia, le tendenze revisionistiche presero lavvio nella seconda metà degli anni novanta, da pensatori non marxisti come Achille Loria, Francesco Saverio Merlino e Benedetto Croce. Antonio Labriola vi si oppose.

A partire dal 1904 circa, unala del revisionismo seguì una diversa tendenza. Questo "revisionismo di sinistra" fu diffuso dai fautori di una revisione del testo marxista in senso rivoluzionario e consono alle teorie del sindacalismo rivoluzionario. Questo revisionismo ebbe il suo teorico in Georges Sorel ed i suoi motivi furono ripresi in Italia da Arturo Labriola e Enrico Leone. Il revisionismo ebbe pure approdi teorici riformisti con ledonismo economico di Giovanni Montemartini o esiti singolari con il "marxismo senza valore" di Antonio Graziadei.

Sul revisionismo sorelliano si inserì Benito Mussolini - nel periodo che va dalla sua fuga in Svizzera per evitare la leva, alla sua espulsione dal Partito Socialista Italiano fino alla costituzione dei Fasci di Combattimento nel 1919. Mussolini, durante la sua militanza socialista, assunse fin da principio posizioni critiche al revisionismo bernsteiniano, attaccandole violentemente sulle pagine del suo giornale "Lotta di Classe", seppur rivendicando una certa autonomia nei confronti dellortodossia di Marx ed Engels. Inizialmente introdotto al marxismo dalla Balabanoff, Mussolini - scoprendo poco dopo Nietzsche, durante il suo soggiorno in Svizzera fra il 1903 e il 1904 - tentò una prima sintesi dei due sistemi, considerando il marxismo "del sistema degli epigoni di Marx" "soffocato" e "svirilizzato". Nel 1911, alla conferenza socialista di Cesena intitolata "Ciò che vha di vivo e di morto nel Marxismo", Mussolini riassunse la sua posizione dallora sul pensiero del filosofo di Treviri in tre punti essenziali: dottrina del determinismo economico, lotta di classe e teoria della catastrofe, traendo quindi come conseguenza limpossibilità di un riformismo efficiente.

Tuttavia, già nel 1912 da Lotta di Classe Mussolini apre anche alle tesi revisioniste di Antonio Labriola e Benedetto Croce e influenzato sempre più da Sorel, Pareto e da Mazzini, già a partire dal 1910, ma soprattutto dopo la Guerra italo-turca, Mussolini innestò nel suo pensiero socialista istanze nazionaliste ed elitiste oltre che ladesione allinterventismo tali che la variante che ne risultò era inaccettabile ai suoi compagni, conducendolo allespulsione dal PSI nel 1914 e alla perdita della direzione del quotidiano "Avanti". In seguito alluscita dal PSI e allo scoppio della Grande Guerra, Mussolini definì il proprio pensiero politico di quel periodo "Sindacalismo Nazionale", ed esso rappresenta lultima forma del suo revisionismo marxista di stampo antimaterialista e nazionalista. Essa assumerà negli anni successivi forme del tutto antitetiche nel confronto - e scontro - politico con il marxismo più o meno ortodosso, fino ad un distacco pressoché totale.

Su questo punto si inserisce la controversa tesi di Augusto del Noce, secondo cui tra fascismo e marxismo vi sarebbe una sostanziale continuità, essendo il primo una forma revisionista del secondo.

                                     

2. Lantirevisionismo

In seguito alla trasformazione marxista-leninista dei movimenti comunisti, revisionismo è diventata anche laccusa che i partiti comunisti, che fino a tutti gli anni settanta del 1900 si ispiravano alle direttive di Mosca, rivolgevano non solo alla socialdemocrazia europea, ma anche a tutti quei partiti comunisti che non riconoscevano il primato le direttive del PCUS.

Fino a tutti gli anni settanta-ottanta, la polemica contro le correnti revisioniste fu un motivo che riaffiorava regolarmente allinterno dei partiti comunisti.

Accuse di revisionismo furono, ad esempio, portate dai sostenitori della politica stalinista al maresciallo Tito per la sua re-interpretazione del comunismo nel suo paese lallora Jugoslavia e, poi, a Nikita Khruščёv per la negazione della coesistenza pacifica.

Il governo della Repubblica Popolare Cinese, nel 1976, con la scomparsa del leader Mao Tse-tung, indicò come revisionisti i partiti comunisti italiano e sovietico, respingendo i rispettivi telegrammi di cordoglio.