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ⓘ Martiri di Belfiore




Martiri di Belfiore
                                     

ⓘ Martiri di Belfiore

Martiri di Belfiore fu il nome dato al primo gruppo di patrioti italiani condannati a morte per impiccagione a Mantova tra il 1852 e il 1855 in pieno Risorgimento per ordine del governatore generale del Lombardo-Veneto, il feldmaresciallo Josef Radetzky.

Prendono il nome dalla valletta di Belfiore, località allentrata occidentale di Mantova, dove almeno undici delle sentenze di morte furono eseguite. Esse rappresentarono il culmine della repressione austriaca seguita alla prima guerra dindipendenza e segnarono il conseguente fallimento di ogni politica di riappacificazione.

                                     

1. La situazione di Mantova

Mantova era parte del patrimonio della Casa dAsburgo dAustria dal 1707. Capitale di un piccolo ma assai ricco ducato, il cui territorio fu governato dai Gonzaga per quasi quattro secoli, la città presentava anche degli importanti vantaggi militari: tanto per la qualità delle fortificazioni, quanto per la posizione geografica, che consentiva di controllare il passaggio dal Veneto alla Lombardia, nonché un gran numero di passaggi sul Po. Essa fu infatti al centro della campagna napoleonica del 1797, di tutte le successive invasioni austriache sino alla resa di Eugenio di Beauharnais il 23 aprile 1814 a Heinrich Johann Bellegarde.

Appare quindi logico che, a partire dal 1815, gli austriaci avessero ridotto la città a una sorta di grande piazzaforte, forse la più grande del regno Lombardo-Veneto. Con tanti militari in giro, essa si adattava a ospitare nel castello di San Giorgio un carcere di massima sicurezza per patrioti lombardi e veneti, incarcerati per la loro opposizione alloccupazione austriaca.

                                     

2. Il contesto politico

Latteggiamento del governo austriaco subì un forte indurimento dopo la sconfitta dellesercito di Carlo Alberto, che comandava lesercito sardo e truppe formate da innumerevoli volontari lombardi, veneti e di molte altre regioni italiane. In un solo anno, dallagosto del 1848 allagosto del 1849, vennero eseguite 961 impiccagioni e fucilazioni, comminate oltre 4.000 condanne al carcere per cause politiche, effettuate numerose requisizioni dei beni degli espatriati, imposti pesanti tributi e imposte straordinarie alle popolazioni.

La politica repressiva era operata direttamente dal Feldmaresciallo Radetzky, governatore generale, ma fortemente sostenuta a Vienna dalla corte. Ciò non lasciava spazio di ambiguità riguardo alle reali intenzioni della potenza occupante. Il clima era stato, se possibile, aggravato dalle due visite dellImperatore nel 1851, che avevano mostrato come la politica del feldmaresciallo Radetzky non avesse ottenuto alcun successo nellavvicinare le popolazioni e la nobiltà italiana al regime asburgico.

In coincidenza con i falliti viaggi, il governatore generale plenipoteziario, aveva emesso due proclami 21 febbraio e 19 luglio 1851 che decretavano da uno a cinque anni di carcere duro per chi fosse stato trovato in possesso di scritti rivoluzionari, re-imponevano lo stato di assedio, e ritenevano solidalmente responsabili le municipalità che avessero ospitato, anche a loro insaputa, società segrete.

                                     

3. La congiura mantovana

Come naturale, il malcontento, se possibile, crebbe ulteriormente, e i patrioti ripresero a incontrarsi e organizzarsi segretamente. Si creò un movimento cospirativo articolato e policentrico con la nascita di società segrete insurrezionali in tutto il Lombardo-Veneto. Una sezione si organizzò a Mantova con una prima riunione del 2 novembre 1850 nella casa di proprietà dellesule Livio Benintendi, ubicata nellattuale Via Chiassi al N.10, amministrata in sua assenza dallingegnere Attilio Mori.

A tale riunione costitutiva del comitato rivoluzionario parteciparono venti patrioti, tra i quali oltre al Mori, lingegnere Giovanni Chiassi, linsegnante Carlo Marchi, Giovanni Acerbi, lavvocato Luigi Castellazzo, Achille Sacchi, il medico mantovano Carlo Poma. Lispiratore del gruppo era don Enrico Tazzoli, un prelato vicino al movimento mazziniano che aveva contatti con figure notevoli dello stesso movimento quali Tito Speri il protagonista delle dieci giornate di Brescia e Angelo Scarsellini di Legnago di Verona.

Il comitato insurrezionale mantovano stampava proclami, aveva contatti con le cellule di Milano, Venezia, Brescia, Verona, Padova, Treviso e Vicenza, raccoglieva denaro vendendo le cosiddette cartelle del prestito interprovinciale organizzato da Giuseppe Mazzini per finanziare iniziative rivoluzionarie. Si trattava delle stesse cartelle che avevano portato allarresto del comasco Luigi Dottesio, impiccato a Venezia l11 ottobre 1851. Alla sua esecuzione aveva fatto seguito, a fine 1851 lesecuzione di don Giovanni Grioli, parroco di Cerese, arrestato il 28 ottobre per ordine del capitano auditore Carl Pichler von Deeben e condannato a morte il 5 novembre, in direttissima, per laccusa di aver tentato di indurre alla diserzione due soldati ungheresi e di essere in possesso di scritti rivoluzionari.



                                     

4. Larresto di Tazzoli

Nel rinnovato clima repressivo, la polizia austriaca aveva aumentato lattività di vigilanza in Mantova e, il 1º gennaio 1852, il commissario Filippo Rossi rinvenne una cartella di venticinque franchi del prestito mazziniano, nel corso di una perquisizione in casa di Luigi Pesci, esattore comunale di Castiglione delle Stiviere. Pesci era, in effetti, sospettato di falsificazione di banconote austriache e, quindi, la scoperta giunse inaspettata. Eppure il Pesci era membro di un folto centro cospirativo antiaustriaco operante nellAlto Mantovano.

Sottoposto a feroce interrogatorio, Pesci rivelò che le cartelle provenivano dal sacerdote don Ferdinando Bosio, amico di Tazzoli e professore di grammatica nel seminario vescovile di Mantova. Questi, arrestato a sua volta, dopo 24 giorni confessò e indicò in don Enrico Tazzoli il coordinatore del movimento, ciò che ne consentì larresto il 27 gennaio. A don Tazzoli vennero sequestrati molti documenti, fra i quali un registro cifrato in cui aveva annotato incassi e spese, con i nomi degli affiliati che avevano versato denari.

                                     

5. Le torture e il processo

Tazzoli non cedette agli interrogatori, condotti dallauditore giudiziario Alfred von Kraus, ma la polizia austriaca riuscì a decifrare il registro individuando la chiave del cifrario che era il testo latino del Padre nostro. Allepoca molti sostennero che vi fu la delazione di Luigi Castellazzo, coinvolto come segretario del comitato mazziniano. Collaborò anche un altro delatore, lavvocato veronese Giulio Faccioli.

Ciò consentì alle autorità austriache di procedere allarresto di Poma, Speri, Montanari e altri iscritti di Mantova, Verona, Brescia e Venezia. In totale vennero arrestati 110 patrioti, oltre a trentatré contumaci fra i quali Benedetto Cairoli e Giovanni Acerbi. La polizia austriaca e il governo occupante erano assai esacerbati e sottoposero buona parte dei prigionieri a tortura. Molti confessarono, altri morirono prima di parlare, il Pezzotto scelse di suicidarsi nella sua cella al Castello di Milano.

Al termine furono 110 le persone rinviate a processo. Alfred von Kraus sostenne lesistenza dellassociazione di Mantova e dei comitati delle altre province, i rapporti con Mazzini e gli espatriati in Svizzera, il tentativo di Montanari di mappare le fortificazioni di Mantova e Verona, un piano di Igino Sartena, patriota trentino, di attentare alla vita del Feldmaresciallo Radetzky, un altro piano di catturare Francesco Giuseppe in occasione della sua visita a Venezia tanto folle che Poma e Speri si erano allultimo rifiutati di eseguirlo.

                                     

6. La condanna e lintervento del vescovo di Mantova

Il 13 novembre si riunì un primo consiglio di guerra per giudicare don Tazzoli, Scarsellini, Poma, i tre veneziani Bernardo Canal, lagente di commercio Paganoni e il ritrattista Zambelli, il negoziante milanese Mangili, il medico mantovano Giuseppe Quintavalle e don Giuseppe Ottonelli parroco di San Silvestro, frazione del comune di Curtatone. E, infine, Giulio Faccioli, che pure aveva collaborato. Subito vennero, tutti, condannati a morte.

La notizia, tuttavia, non venne subito resa pubblica, in modo da avere il tempo di eseguire la dimissione dallo stato clericale dei due preti condannati, Tazzoli e Ottonelli. Il problema non era semplicissimo, in quanto, in teoria, i sacerdoti potevano essere giudicati unicamente dal foro ecclesiastico. E, infatti, quando, un anno prima, era stato condannato don Grioli, per rimarcare il proprio dissenso, il vescovo di Mantova, monsignor Giovanni Corti, aveva rifiutato il proprio assenso e il parroco di Cerese fu assassinato dal boia austriaco ancora in abito talare. In questo caso, tuttavia, gli austriaci avevano fatto le cose con cura, ottenendo, per tempo, un ordine speciale di Pio IX, che sconfessò il vescovo.

La dimissione dallo stato clericale avvenne, quindi, il 24 novembre. Solo a quel punto, il 4 dicembre, gli austriaci diedero ai dieci processati lettura della sentenza. Lintervento del vescovo avrebbe potuto rappresentare una svolta della vicenda. Egli, infatti, in cattedra dal 1847 al 1868, aveva guadagnato grandi benemerenze presso gli austriaci, dopo che, nel marzo 1848, si era distinto nellimpedire che la sollevazione popolare pervenisse a cacciare gli austriaci dalla città, restando circoscritta allorganizzazione di una piccola guardia cittadina. E come pavido fu, perciò, bollato da Cattaneo.

Già una volta monsignor Corti aveva potuto salvare don Tazzoli quando questultimo originario di Canneto sullOglio nella diocesi, professore al seminario vescovile e impegnato nella fondazione dei primi asili dinfanzia della città, era stato arrestato, il 12 novembre 1848, al termine di una messa celebrata in una basilica di Mantova. Deferito al delegato della Fortezza di Mantova, generale Gorzkowski, che ne ordinò larresto, il successivo 23 novembre venne prosciolto, anche per lintervento del vescovo Monsignor Giovanni Corti, che ne ringraziò il Gorzkowski e gli promise di impedire, per il futuro, al suo sacerdote simili iniziative.

Nel 1852, quindi, il rifiuto austriaco alla clemenza segnò una frattura fra la Chiesa cattolica lombarda e lautorità imperiale.



                                     

7. Le esecuzioni

Il vescovo di Mantova tentò ancora un intervento, sostenuto anche da altri vescovi e dalla generale commozione che si era diffusa in tutto il Lombardo-Veneto. Il governatore generale Radetzky accettò unicamente di commutare la pena in otto-dodici anni di ferri in fortezza per alcuni patrioti condannati, ma confermò la pena per Tazzoli, Scarsellini, Poma, Canal e Zambelli. I governanti austriaci erano convinti di aver dato prova di una magnanimità cesarea. In realtà commisero un grande errore di valutazione politica, che segnò la fine di ogni prospettiva di pacificazione delle province italiane.

A rimetterci di più fu limmagine di Francesco Giuseppe, che cominciò, appena ventiduenne, a essere indicato come "limpiccatore": un marchio del quale non si sarebbe mai liberato, fino alle esecuzioni di Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro, Damiano Chiesa, Fabio Filzi e Cesare Battisti, nomi che sarebbero stati consegnati ai posteri dalla Canzone del Piave. La mattina del 7 dicembre i cinque condannati furono condotti nella valletta di Belfiore, situata fuori Porta Pradella allingresso ovest della città, ove furono impiccati.

Nel marzo 1853 furono irrogate le ultime condanne contro i restanti ventitré cospiratori. Prima Tito Speri, Carlo Montanari e don Bartolomeo Grazioli, arciprete di Revere, furono condannati a morte e impiccati a Belfiore il 3 marzo 1853. Ai restanti venti imputati la condanna a morte venne commutata in ventanni di reclusione. Più tardi venne condannato Pietro Frattini, impiccato il 19 marzo. Lultima delle esecuzioni avvenne due anni dopo, il 4 luglio 1855, con limpiccagione di Pietro Fortunato Calvi, avvenuta poco oltre il ponte di San Giorgio. Per somma ingiuria, e con gran dispetto alla pietà cristiana, il governo austriaco vietò il seppellimento degli impiccati in terra consacrata. Ciò doveva suonare a ulteriore umiliazione della Chiesa mantovana.

                                     

8. Eventi successivi

Le vicende non erano finite ed ebbero un seguito con il rinvenimento delle salme, avvenuto nel 1866. Dopo la seconda guerra di indipendenza, infatti, Mantova era rimasta allImpero austro-ungarico. Nel corso del mese di giugno, in preparazione della terza guerra di indipendenza, il genio militare austriaco ordinò dei lavori di rafforzamento delle fortificazioni della città nella zona di Belfiore. Nel quadro di questi lavori si rese necessario effettuare degli scavi per ricavare la sabbia necessaria alle opere murarie.

In questa occasione, i capimastri mantovani Andreani, padre e figlio, rinvennero delle salme che identificarono come le spoglie dei martiri mancavano solo quelle di Pietro Frattini e di don Grazioli, che furono rinvenute lanno seguente. Gli Andreani mantennero ovviamente nascosta la notizia, ma chiesero ai loro appaltatori austriaci di poter lavorare anche di notte per accelerare i tempi dello scavo e costoro naturalmente assentirono. Così i muratori poterono trasportare le salme in un cimitero cittadino in gran segreto. I funerali cristiani vennero, finalmente, celebrati alcuni mesi dopo appena la città di Mantova poté riunirsi al Regno dItalia, insieme al Veneto, al termine della guerra.

Daltronde don Tazzoli continuò a essere onorato dalla diocesi, sempre retta da monsignor Corti, che autorizzò la pubblicazione delle prediche da lui composte in carcere. Egli aveva reso un gran servigio alla Chiesa quando, interrogato dagli austriaci, aveva scritto loro che il clero mantovano era segnato dallinsurrezione poiché fedele alla tradizione cattolica, "con spirito aderente al sociale e al concreto dei valori educativi e formativi delluomo. e per attuarne le esigenze occorreva essere liberi". Infine, la notte prima di salire al patibolo, scrisse un biglietto nel quale perdonava chiunque poté in queste faccende o in altro danneggiarmi. Così Dio mi perdoni ".

                                     
  • 19 aprile 1812 Belfiore 7 dicembre 1852 è stato un presbitero e patriota italiano, uno dei più noti tra i martiri di Belfiore Nato a Canneto sull Oglio
  • carceraria. Una lapide in marmo ricorda il martirio di Belfiore Carlo Poma 1823 - 1852 uno dei Martiri dei Belfiore giustiziato il 7 dicembre 1852 Pietro
  • mantovano Anselmo Cessi 1877 - 1926 Mantova, 2000. Martiri di Belfiore Monumento ai Martiri di Belfiore Altri progetti Wikimedia Commons Wikimedia Commons
  • alla Gazzetta di Mantova SENTENZA 8 dicembre 1852 Commemorato il martirio di don Grazioli a Belfiore Costantino Cipolla, Belfiore Costituti documenti
  • insegnante presso il seminario vescovile di Mantova, fu tra i congiurati antiaustrici che portò ai Martiri di Belfiore Il 1º gennaio 1852, durante una perquisizione
  • Achille Sacchi, vicino ai Martiri di Belfiore partecipò ai moti rivoluzionari del 1850 e venne condannato a morte dal consiglio di guerra austriaco il 13
  • Legnago, 8 giugno 1823 Belfiore 7 dicembre 1852 è stato un patriota italiano, uno dei Martiri di Belfiore Iniziò la sua carriera di cospiratore nel 1848
  • di Belfiore Martiri di Fiesole Tredici Martiri di San Piero a Ponti Martiri del Turchino Martiri della Benedicta A Napoli, nella piazza dei Martirii a
  • inquisitore dei martiri di Belfiore del 1852 - 1853 e dei processi di Parma del 1854 - 1856. Alfred Kraus nacque a Pardubice in Boemia nel 1824, figlio di un fattore

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