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ⓘ Battaglia del monte Ortigara




Battaglia del monte Ortigara
                                     

ⓘ Battaglia del monte Ortigara

La battaglia del monte Ortigara fu combattuta dal 10 al 29 giugno 1917 tra lesercito italiano e quello austro-ungarico sullaltopiano dei Sette Comuni, durante la prima guerra mondiale. Lo scontro vide impegnata la 6ª Armata italiana del generale Ettore Mambretti, che attaccò in forze il settore austro-ungarico difeso dall11ª Armata del generale Viktor von Scheuchenstuel. Seppur oggigiorno lattacco viene ricordato soprattutto per le cruente schermaglie che impegnarono gli Alpini per il possesso del monte Ortigara, fu invece congegnato per riconquistare le vaste porzioni di territorio perse sullaltopiano durante la Frühjahrsoffensive austro-ungarica del maggio 1916.

Questa parte del fronte, che inizialmente il capo di stato maggiore dellesercito Luigi Cadorna considerava di secondo piano rispetto al fronte isontino, assunse nel trascorrere del conflitto una sempre maggiore importanza strategica. Ciò divenne palese nel 1916, dopo che gli austro-ungarici fecero capire, ai comandi italiani, che uno sfondamento lungo quella parte del fronte avrebbe consentito al nemico di entrare nella pianura Padana e prendere alle spalle le armate situate sul Carso e sullIsonzo.

Il Comando supremo militare italiano decise che il fronte interessato dallattacco si sarebbe strutturato lungo 14 chilometri, principalmente su un terreno situato tra i 1.700 e i 2.100 metri daltitudine, che nelle zone più elevate presentava singolari caratteristiche carsiche, tali da renderlo severo, spoglio e privo di risorse, soprattutto idriche. Per assicurare il supporto logistico allenorme massa di uomini e di materiali, che gli alti comandi intendevano schierare lungo il fronte, venne avviata la realizzazione di acquedotti e di imponenti lavori stradali lungo tutto il settore degli Altipiani.

Nonostante il grande impegno profuso, i comandi italiani non seppero gestire al meglio le situazioni e gli imprevisti; i tentativi di avanzata furono diversi e spesso poco concreti e mal gestiti. Al contrario il sacrificio di vite umane fu altissimo, e dopo quasi venti giorni di battaglia la 6ª Armata ordinò il ripiegamento sulle posizioni di partenza, dichiarando di fatto il completo fallimento delloffensiva.

                                     

1. Situazione generale

La preparazione di un attacco italiano nellaltopiano dei Sette Comuni fu autorizzata dal capo di stato maggiore del Regio Esercito, Luigi Cadorna, il 27 febbraio 1917, in risposta a una lettera del comandante della 6ª Armata generale Ettore Mambretti, che sollecitava Cadorna in tal senso. I due concordavano infatti che era necessario rettificare il fronte venutosi a creare dopo il massiccio attacco austro-ungarico, svoltosi durante i mesi di maggio e giugno 1916, che aveva respinto lesercito italiano da ingenti porzioni di territorio dellaltopiano: gli austro-ungarici si erano attestati su posizioni molto favorevoli, affacciate sulla pianura Padana, dalle quali potevano minacciare alle spalle le armate nel Cadore, nella Carnia e lungo lIsonzo. Si avviarono quindi i preparativi per unoffensiva di grosse proporzioni che avrebbe permesso di riconquistare le importanti vette di cima Portule e monte Zebio e nel contempo rioccupare le posizioni perse sullAltipiano. Inoltre, a seguito della conferenza di Pietrogrado del febbraio 1917, lItalia si impegnò con gli Alleati a operare tra aprile e maggio prima sullaltopiano dei Sette Comuni e successivamente sul Carso, per adempiere alliniziativa promossa dal governo britannico, il quale, dopo il crollo della Romania, per tastare il polso dellesercito russo ormai in crisi, aveva spinto per imbastire una serie di offensive alleate sui fronti occidentale, orientale e italiano.

La 6ª Armata di Mambretti fu costituita sulla preesistente struttura del Comando truppe Altopiano, già dipendente dalla 1ª Armata, riconoscendo al territorio una fondamentale importanza strategica, accresciuta dopo la controffensiva italiana del giugno-luglio 1916, volta a rioccupare velocemente i territori persi durante la Strafexpedition: essa era tuttavia fallita nel novembre dello stesso anno a causa delle abbondanti nevicate. Data la riservatezza del piano, il capo di stato maggiore invitò Mambretti a utilizzare convenzionalmente il termine "Difensiva ipotesi uno", per far credere a tutti che i preparativi fossero predisposti solo in chiave difensiva. Durante il periodo successivo, la 6ª Armata richiese linvio di artiglierie e truppe da montagna e allo stesso tempo Cadorna ventilò lipotesi di estendere il fronte dattacco a sud verso monte Zebio, trovando lapprovazione di Mambretti che precisò come il fronte, in questo modo, sarebbe stato lo stesso che prevedeva loffensiva sospesa nellautunno dellanno prima, ossia l "Azione K". Lampliamento delloffensiva venne approvato dal comando supremo l8 maggio, assicurando linvio di unaltra divisione di fanteria, quattro batterie di bombarde, dodici batterie di medio calibro e un gruppo di artiglieria da montagna, mentre nel frattempo sarebbero dovute rientrare quattordici batterie inviate sullIsonzo nonostante limminente inizio della decima battaglia sul fronte isontino e quelle di monte Cengio.

Il comando della 6ª Armata predispose l "ordine di operazioni n° 1" il 28 maggio 1917, dove erano comunicati il giorno dellattacco le direttive delloffensiva. La data venne poi anticipata, come riporta la testimonianza del generale Mambretti: "Loffensiva, prevista in dipendenza dei trasporti in corso di artiglierie e truppe, e delle condizioni della neve, per la seconda quindicina di giugno, venne anticipata al 10 di detto mese, su richiesta del Comando Supremo cui premeva di alleviare la 3ª Armata dalla energica pressione nemica". La necessità di anticipare lattacco fu in parte decisa dal contrattacco austro-ungarico a seguito della decima battaglia dellIsonzo, che investì proprio la 3ª Armata sul fronte del Carso tra il 4 e il 7 giugno, e che comportò la perdita del settore di Flondar e quella di ben 21.888 uomini tra morti, feriti, dispersi e prigionieri quasi la metà per questultimo caso.

Il 7 giugno lUfficio operazioni della 6ª Armata comunicò che "il giorno X sarà il 9 corrente" e il giorno seguente Cadorna scrisse a Mambretti un fonogramma in cui precisava: "Rimane inteso che la mia raccomandazione per lanticipo della nota azione non deve però eventualmente indurre a decidere di intraprenderla in condizioni meteorologiche non favorevoli". La data dellattacco fu decisa, oltre che dai mezzi a disposizione, dalla dislocazione delle artiglierie e dal meteo, soprattutto dallesito negativo delloffensiva sullIsonzo e non dalla decisione dei comandanti sul campo, i quali avevano ben in mente che un esito favorevole dellattacco si avrebbe avuto solo con la certezza del bel tempo. Il generale Antonio Di Giorgio, allepoca comandante del IV Raggruppamento Alpini, scrisse poi al riguardo: "La data del 9 giugno non fu scelta liberamente, ma in certo modo imposta dal desiderio di alleggerire la pressione austriaca contro la 3ª Armata, e laiuto che dalloperazione sullaltopiano derivò alle due armate sul fronte giulio, fu trascurabile, e non proporzionato certo agli inconvenienti ai quali si andò incontro proprio nel momento in cui lo scioglimento delle nevi le notti ancora troppo rigide rendevano insopportabile il disagio della tenda.".

                                     

2. Terreno

Il terreno su cui si svolsero i combattimenti presenta molte affinità con la regione carsica, con la quale condivide la natura calcarea delle rocce e parecchie particolarità geomorfologiche. La vegetazione costituita da boschi di conifere si dirada man mano che si procede verso la cintura settentrionale dellaltopiano, dominato dallarco montano cima Undici–cima Dodici–cima Portule, che si elevano allaltezza di 2.300 – 2.200 metri. Caratteristiche della regione sono le cosiddette "buse" o "doline", veri catini naturali assai simili alle doline carsiche del monte San Michele, taluni profondi con sponde ripide, talaltri ampi a dolce declivio con orli boscosi. Di fronte al sistema orografico monte Ortigara–monte Campigoletti si eleva cima Caldiera quota 2.127 dalla quale si diparte una dorsale che si articola con cima Campanella, monte Lozze, cima delle Saette e poi, agganciandosi alla cresta di monte Palo si collega al complesso montuoso che delimita la sinistra orografica della val di Nos. In particolare il terreno che si interponeva fra la linea italiana e quella austro-ungarica, nella sua parte settentrionale, è costituito da un profondo avvallamento, un vero e proprio corridoio contenuto fra i ripidi fianchi dellOrtigara e cima Caldiera, denominato il vallone dellAgnellizza che si interrompe affacciandosi, col passo dellAgnella, ai ripidi canaloni che scendono in Valsugana.

Procedendo verso sud, il corridoio si apre allargandosi nella "pozza dellOrtigara", vasta conca in cui sbocca da nord–ovest, con facile declivio il Vallone dellAgnella, che stacca lOrtigara dal monte Campigoletti. Larea della battaglia è dunque un terreno accidentato, frastagliato da buche, aspro, con pendici a volte ripide, brulle e sassose, dagli aspetti talvolta lunari, dove le acque superficiali sono pressoché assenti data la natura calcarea della roccia.

                                     

3.1. Forze in campo La 6ª Armata italiana

Alla vigilia della battaglia la 6ª Armata, dalla quale dipendeva anche il XII Gruppo aereo poi 12º Gruppo caccia, poteva schierare nel fronte nord, tra monte Fiara e il ciglio più settentrionale dellaltopiano, il XX Corpo darmata sotto il comando del generale Luca Montuori, composto dalla 29ª Divisione fanteria gen. Enrico Caviglia che avrebbe attaccato verso monte Forno e dalla 52ª Divisione fanteria gen. Angelo Como Dagna Sabina - con nel suo organico diciotto battaglioni di Alpini allineata fra cima delle Saette e cima della Caldiera che avrebbe attaccato più a nord verso monte Ortigara e il retrostante passo di val Caldiera, per poi virare a sud-ovest e occupare cima Portule. A sud del fronte era schierato il XXII Corpo darmata sotto il comando del generale Ettore Negri di Lamporo che schierava la 57ª Divisione fanteria tra Camporovere e monte Katz composta da una sola brigata, la 25ª Divisione fanteria fra monte Rotondo e lestremità meridionale di monte Zebio, la 13ª Divisione fanteria fra monte Zebio compreso e monte Fiara, e infine la 27ª Divisione fanteria che stazionava nelle retrovie. Lazione principale del XXII Corpo sarebbe stata svolta dalla 25ª e dalla 13ª Divisione che avrebbero attaccato rispettivamente da sud e da nord limportante rilievo di monte Zebio per poi affacciarsi sulla val Galmarara.

A disposizione era presente anche il XXVI Corpo darmata del generale Augusto Fabbri schierato sulla riva sinistra della val dAssa con le divisioni 12ª e 30ª. In questo settore inizialmente la sola Brigata "Cremona" si sarebbe impegnata nellazione concorrente" su monte Rasta, mentre le altre forze si sarebbero limitate ad azioni oltre lAssa onde tenervi impegnato lavversario. Infine al fronte fu schierato anche il XVIII Corpo darmata del generale Donato Etna con la sola 51ª Divisione fanteria, dislocata in Valsugana per l"azione sussidiaria" di raccordo con il XX Corpo che sarebbe avanzato; questa unità rimase pressoché inattiva nel corso della battaglia se non per la tragica fase conclusiva.

In definitiva la 6ª Armata poteva schierare 114 battaglioni di fanteria, 22 di Alpini e 18 di bersaglieri, per 154 battaglioni ai quali vanno aggiunti 10 del genio e i vari reparti mitraglieri, genieri, servizi, artiglieri e bombarde oltre alle aliquote di due batterie francesi da 320 mm su pianali ferroviari, schierate a Chiuppano e Grigno in Valsugana, dove si trovavano anche sei cannoni da 190 mm, servite in parte da personale senegalese. Il totale si avvicinava a 300.000 uomini di cui poco più della metà appartenevano al XX Corpo, 1.072 pezzi dartiglieria e 569 bombarde, vale a dire una bocca da fuoco ogni 9 metri, la massima densità dartiglieria registrata fino ad allora sul fronte italiano e assai vicina a quella raggiunta sul fronte occidentale durante loffensiva del generale Nivelle. Per lartiglieria, in particolare, erano state ammassate un gran numero di munizioni ed erano state predisposte tabelle di tiro sugli obiettivi, da colpire secondo la cadenza meticolosamente descritta negli ordini che erano stati trasmessi alle varie batterie.



                                     

3.2. Forze in campo L11ª Armata austro-ungarica

Il fronte austro-ungarico investito dalla "Difensiva ipotesi uno", era sotto il controllo dell11ª Armata del tenente generale Viktor von Scheuchenstuel ed era presidiato dal III Corpo del generale Joseph Krautwald von Annau. Lintera sponda destra terminale della val dAssa, compresa tra il fondo della val dAstico e Roana, era presidiata da cinque battaglioni che formavano il gruppo di comando del colonnello brigadiere Rudolf Vidossich, mentre da Roana a monte Colombara a nord di monte Zebio era presente la 22ª Divisione Schützen 22. Schützen-Division del generale Rudolf Müller. La 6ª Divisione di fanteria 6. Infanterietruppendivision sotto il comando del generale Artur Edler von Mecenseffy, composta da diciassette battaglioni, presidiava il territorio da monte Colombara al ciglio settentrionale dellaltopiano, punto in cui correva la linea di demarcazione con la 18ª Divisione di fanteria 18. Infanterietruppendivision del generale Vidalè, composta da sette battaglioni che al momento dellattacco italiano fronteggiavano il numeroso XX Corpo di Montuori. Infine, di riserva nel settore, gli austro-ungarici avevano sei battaglioni e mezzo battaglione dassalto dell11ª Armata, per cui in definitiva circa quarantotto battaglioni si opponevano alla 6ª Armata italiana, stabilendo una proporzione di 3 a 1 a favore degli italiani. Sul fronte gli austro-ungarici potevano contare sul supporto di circa quattrocento bocche da fuoco di vario calibro e altrettante mitragliatrici. Nonostante il rapporto numericamente inferiore, lartiglieria austro-ungarica era però ben organizzata e piazzata in posizione centrale nei confronti del fronte, cosicché avrebbe potuto in ogni momento dirigere il tiro verso tutti i punti del fronte e avere quindi un vasto raggio dazione.

                                     

4. Il piano dattacco

Il piano predisposto nell "ordine di operazioni n° 1" della 6ª Armata fu approvato da Cadorna il 31 maggio e prevedeva sullaltopiano un "azione principale" e un "azione concorrente", mentre la Valsugana sarebbe stata teatro di un "azione sussidiaria".

L "azione principale" interessava il fronte di 14 chilometri tenuto a nord dal XX Corpo e a sud dal XXII Corpo, da cima della Caldiera al solco della val dAssa presso labitato di Camporovere. Le masse destinate allattacco dovevano irrompere a nord in corrispondenza di monte Ortigara e monte Forno, e a sud fra quota 1.626 di monte Zebio e monte Rotondo. Si trattava perciò in pratica di due azioni principali contemporanee in due settori del fronte molto diversi tatticamente; infatti a sud le linee italiane, seppur posizionate in basso rispetto alle linee nemiche e aggredibili con poco slancio, correvano parallele e distanti poche centinaia di metri da quelle austro-ungariche, mentre a nord un vasto avvallamento separava i rispettivi fronti tracciati su due opposti crinali, e ciò comportava un poderoso sforzo fisico già prima di poter arrivare alle linee nemiche.

L "azione concorrente" fu affidata allala destra del XXVI Corpo, dislocato sulla sinistra del grande solco della val dAssa e perciò interessato solo marginalmente dallattacco. Questazione sarebbe stata lanciata in simultanea alloffensiva principale e consisteva principalmente nellassaltare il caposaldo meridionale avversario su monte Rasta, subito a ridosso dellabitato di Camporovere. Infine dell "azione sussidiaria" venne incaricato il XVIII Corpo dislocato in Valsugana, il quale doveva in un primo tempo tenere impegnato lavversario e successivamente muovere su monte Civeron, onde creare il collegamento con il XX Corpo che nel frattempo sarebbe avanzato lungo il ciglio del sovrastante altopiano.

Nonostante le misure precauzionali prese dai comandi italiani, gli austro-ungarici si resero presto conto che la "Difensiva ipotesi uno" non era altro che il piano per un attacco sullaltopiano. Il comandante del Gruppo darmate Tirolo, il feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, in una sua relazione stesa dopo la battaglia dellOrtigara scrisse che già da aprile l11ª Armata aveva richiesto rinforzi di truppe e artiglierie in risposta a un evidente irrobustimento del XX Corpo italiano. Inoltre in base alle informazioni ricevute, agli spostamenti dell8º e 9º gruppo Alpini da Bassano del Grappa a Enego, alla costruzione di un osservatorio su monte Paú per il XXVII Corpo appena giunto al fronte e allinstallazione di una stazione radio a monte Bertiaga, fu segnalato al Comando supremo a Baden bei Wien che ci si poteva attendere un forte attacco già verso la fine di maggio, secondo un piano analogo a quello non attuato nellautunno 1916.

Il 2 maggio poi i comandi austro-ungarici sullaltopiano stimarono con molta precisione la consistenza delle forze italiane in circa centosette battaglioni, contro i quali potevano schierare appena trentatré battaglioni, che il Comando supremo di Baden si rifiutò di aumentare di numero in considerazione che la partita decisiva in Italia si sarebbe giocata sullIsonzo e che non si sarebbe potuto ritirare truppe dal fronte orientale. Il 5 giugno, grazie alle informazioni avute da alcuni disertori e al rilevamento di unavvenuta macellazione di 1.103 capi di bestiame, il feldmaresciallo von Hötzendorf poté intuire con estrema precisione sia la consistenza numerica del XX Corpo, sia il giorno dellattacco, che secondo quanto trasmesso dal generale al comando del fronte sud-ovest, sarebbe avvenuto in qualsiasi data a partire dal 9 giugno.

                                     

5.1. Svolgimento della battaglia Imprevisti iniziali

Il giorno precedente la data prevista per lattacco ventidue ufficiali appartenenti ai due battaglioni del 145º Reggimento fanteria "Catania", incaricati di irrompere nel cratere aperto dalla mina predisposta a monte Zebio, si recarono presso quota 1.603 chiamata "lunetta di monte Zebio" o più semplicemente "lunetta" per rilevare il terreno nel quale avrebbero dovuto attaccare. La postazione era costituita da una parete rocciosa alta 7 metri, alla cui base stavano gli italiani e pochi metri oltre il ciglio iniziavano le trincee austriache, sotto le quali, partendo dalla base della parete, gli italiani avevano scavato una galleria di mina e relativa camera di scoppio. Il quantitativo di esplosivo di cui non si conosce la stima esatta, ma presumibilmente variabile tra i 1.000 e i 4.000 chilogrammi avrebbe dovuto detonare al termine del bombardamento preparatorio, in modo tale da aprire un profondo squarcio nella parete rocciosa e permettere agli uomini del 145º Reggimento di sfondare le postazioni avversarie. Gli austro-ungarici erano perfettamente al corrente dellespediente italiano e avevano eseguito cospicui lavori di scavo e contromina, ma non effettuandone il caricamento per lopposizione della fanteria, la quale ben sapeva che poi avrebbe dovuto farne le spese per linevitabile violenta reazione dellartiglieria italiana.

Alle 17:00 circa, gli ufficiali raggiunsero la "lunetta" e mentre si stavano arrampicando sulla scala di corda costruita per arrivare al ciglio della parete, la mina esplose inaspettatamente aprendo un cratere del diametro di 35 metri e uccidendo 180 uomini tra fanti e genieri. Degli ufficiali del 145º ne vennero disseppelliti vivi solo due, durante una tregua darmi concessa dagli avversari, i quali persero i trentacinque uomini del presidio colti di sorpresa. La battaglia non iniziò dunque sotto i migliori auspici.



                                     

5.2. Svolgimento della battaglia Inizia lattacco

Preso atto del maltempo che durante la notte aveva pesantemente colpito laltopiano e che continuava a imperversare, il generale Mambretti decise che lattacco si sarebbe svolto il giorno successivo, 10 giugno, ma non oltre. Lenorme macchina organizzativa e logistica era ormai pronta, e procrastinare lattacco per un tempo superiore avrebbe provocato gravi danni logistici e di spirito per la truppa. Anche se oramai gli austro-ungarici erano ben consapevoli dellimminente attacco, un rinvio di 24 ore avrebbe permesso agli italiani di avere ancora qualche possibilità di successo. Così, nonostante il tempo non fosse molto migliorato, i comandi italiani diedero inizio alle operazioni e alle 05:15 del 10 giugno un violento bombardamento si scatenò contro le linee austro-ungariche.

Tra le 11:00 le 13:30 ci fu una sosta nel bombardamento per permettere agli ufficiali di verificare lapertura di varchi nella linea difensiva nemica e, dopo aver letto un rapporto delle 12:30 dei suoi sottoposti, il comandante della 52ª Divisione generale Como Dagna Sabina chiese al Comando di corpo darmata di prolungare il bombardamento fino alle 16:00 per dare tempo allartiglieria di battere la linea nemica i cui reticolati non erano ancora del tutto spazzati, ma la richiesta non fu esaudita in quanto già dalle 07:40 del mattino si era deciso di rinviare lattacco della fanteria, previsto per le 14:45, alle 15:00 in punto. Peraltro il tiro troppo corto delle artiglierie giunte per ultime nella zona si abbatté sulle trincee dove la Brigata "Sassari" era in attesa di balzare contro le vicinissime trincee nemiche, e nonostante i disperati tentativi di far correggere il tiro, per diverse ore i fanti della Sassari furono sottoposti a un intenso bombardamento e subirono notevoli perdite, soprattutto tra le file del 151º Reggimento.

Nel frattempo su tutto laltopiano si era alzata una fitta nebbia e la pioggia iniziò a cadere, così, al momento dellattacco le fanterie uscirono simultaneamente dalle trincee sotto il maltempo, ma in parte favorite dalla nebbia che in alcuni punti del fronte ne coprì lavanzata nascondendoli alla vista del nemico. A sud del fronte, nel settore della 25ª Divisione, i reparti della Brigata "Cremona" impegnati nell"azione concorrente" a monte Rasta subirono gravi perdite nel tentativo di superare i reticolati ancora intatti e altrettanto successe alla Brigata "Porto Maurizio" impegnata a est dello stesso monte. Poco più a nord, a monte Rotondo, alle 15:05 scoppiò la mina ivi predisposta senza però sortire leffetto sperato e i difensori poterono fronteggiare con successo lavanzata della Brigata "Piacenza". Più a destra la Brigata "Sassari", nonostante il prezzo in morti e feriti già pagato durante il bombardamento, ingaggiò un furibondo corpo a corpo nelle trincee avversarie in cui inizialmente ebbe la meglio, ma infine fu respinta da un poderoso contrattacco. Nel settore della 13ª Divisione le cose non andarono diversamente; le brigate "Veneto", "Catania" e "Pesaro" attaccarono senza successo le formidabili postazioni nemiche di monte Zebio, penetrando e combattendo duramente nella "lunetta", sulle pendici di quota 1.706 e sulle scoscese pendici di quota 1.727, ma trovando ovunque unaccanita resistenza. L"azione principale" a sud del fronte a fine giornata poteva considerarsi fallita.

Sul settore nord del fronte le cose non andarono meglio per gli italiani. Lattacco a monte Forno affidato alla Brigata "Arno" della 29ª Divisione iniziò positivamente con lapertura di un ampio varco sulle pendici est del monte, che permise al Battaglione I/213º I Battaglione del 213º Reggimento fanteria "Arno" di raggiungere con le sue avanguardie la selletta che separava i due cocuzzoli sommitali; gli austro-ungarici tuttavia uscirono dalle loro postazioni sul versante opposto e con laiuto di una batteria predisposta a monte Colombara che impediva larrivo dei rincalzi italiani, riuscirono a isolare e distruggere il battaglione del 213°, terminando così lazione italiana.

                                     

5.3. Svolgimento della battaglia La scalata allOrtigara

Allestremità nord del fronte, lattacco a monte Ortigara venne sferrato attraverso tre varchi da due colonne della 52ª divisione colonna Cornaro e colonna Di Giorgio, la quale si sarebbe divisa in due colonne "Stringa" e "Ragni", che avrebbero dovuto avanzare allo scoperto verso la Pozza dellOrtigara e il vallone dellAgnellizza, battuti dinfilata dagli austro-ungarici, per poi risalire sulle pendici del monte.

Sulla sinistra, la colonna Cornaro, attraverso la Valle dellAgnella, tentò di scardinare la linea avversaria inerpicandosi da sud-est verso quota 2.105 e di avanzare lungo il costone dei Ponari e monte Campigoletti verso la cima piatta dellOrtigara, collegandosi sulla sinistra con la 29ª Divisione impegnata a monte Forno grazie ai battaglioni Alpini "Monte Stelvio" e "Valtellina". Nel tentativo di penetrare verso la sella tra monte Chiesa e monte Campigoletti, il Battaglione alpini "Mondovì" si gettò sulle posizioni nemiche e conquistò il Corno della Segala riuscendo a mantenerlo con laiuto del Battaglione alpini "Ceva" e successivamente del Battaglione "Val Stura". Il Battaglione "Vestone" riuscì a penetrare nei varchi lungo il costone dei Ponari, occupando una trincea avanzata e nel frattempo a rinforzo arrivò il Battaglione "Bicocca". Se in un primo tempo i battaglioni furono aiutati anche dalla nebbia, quando questa scese furono presi dinfilata dal fuoco nemico delle numerose postazione di monte Campigoletti e costretti a retrocedere. I battaglioni "Saccarello" e "Valle Dora", in considerazione dei 40 ufficiali e dei 1.200 alpini perduti dalla colonna, furono prelevati dal XX Corpo e mandati di rinforzo.

La colonna di centro al comando del colonnello Stringa, che doveva assaltare direttamente il versante orientale verso quota 2.105, fu suddivisa in due parti per attaccare in due ondate: al primo assalto avrebbero dovuto partecipare gli esperti battaglioni "Sette Comuni" e "Verona", mentre i battaglioni "Valle Arroscia" e "Mercantour" avrebbero dovuto rinforzare la posizione. Favoriti dalla nebbia gli uomini del "Sette Comuni" arrivarono fino ai reticolati, trovandoli però intatti. Durante la disperata ricerca dei varchi la nebbia si dissolse e gli uomini furono costretti a retrocedere per cercare riparo. Nel frattempo anche il "Verona" stava sopraggiungendo e anche questi uomini furono costretti a ripararsi e trovare collocazione per la notte. Al calar della sera, mentre i due reparti cercavano di riorganizzarsi, arrivarono anche i battaglioni "Valle Arroscia" e "Mercantour", creando una situazione molto caotica.

Sullestrema destra la colonna al comando del colonnello Ragni aveva il compito di occupare lestremità nord dellOrtigara vale a dire quota 2.101, corrispondente a quota 2.071 di "Lepozze" per gli austro-ungarici passando per il passo dellAgnella e quota 2.003. Con il provvisorio favore della nebbia il Battaglione alpini "Bassano" si lanciò verso il vallone dellAgnellizza che verrà nominato "vallone della Morte" e, dopo aver occupato il passo, espugnò la quota 2.003 facendo duecento prigionieri e perdendo molti uomini, tra cui il comandante. Dietro il "Bassano", scese nel vallone anche il "Monte Baldo" che con la destra sicura poté andare allattacco del pendio che porta a quota 2.101. Lassalto in un primo tempo trovò una resistenza tenace e si arrestò, ma accorsero in aiuto compagnie dei battaglioni "Val Ellero" e "Monte Clapier" e la quota 2.101 venne conquistata. Dopo un infruttuoso tentativo di procedere del Battaglione "Val Ellero" verso la vetta a quota 2.105 i soldati si attestarono e fortificarono le posizioni conquistate. La 52ª Divisione compì quindi lunica azione di successo tattico lungo tutto il fronte di attacco, ma i risultati attesi erano ben altri le enormi perdite, quantificabili in 122 ufficiali e 2.463 militari tra morti, feriti e dispersi, non lasciavano sperare in migliori risultati, peraltro ottenibili solo continuando immediatamente loneroso attacco.

Accadde invece che i generali Mambretti e Montuori, presi dal dubbio che una rinuncia allattacco potesse risultare ingiustificata, non scelsero né di proseguire immediatamente lattacco, né di sospenderlo e tornare ai punti di partenza e neppure di lasciare le truppe nei punti conquistati per riposarsi e riorganizzarsi per un nuovo e più fruttuoso attacco; optarono invece per una quarta ipotesi, traducibile come un puerile tentativo di sottrarsi alle responsabilità che le prime tre opzioni imponevano. Loffensiva fu sospesa e alle 22:45 Mambretti diramò lordine di mantenere le posizioni ed effettuare nuove azioni di sfondamento nei settori di monte Campigoletti-Ortigara e Casara Zebio-monte Rotondo, proprio come se nulla vi fosse accaduto. Alle 02:00 dell11 giugno i comandi della 52ª Divisione ricevettero lordine di prepararsi a ricominciare lattacco lindomani, ma alle 05:30 un fonogramma della 6ª Armata inviato ai corpi darmata dichiarava che tutti gli attacchi, a causa del maltempo, sarebbero stati sospesi a favore di piccole azioni atte a "migliorare" la situazione attuale. Andava così delineandosi la quarta, deprecabile ipotesi. In questo contesto la 52ª Divisione di Como Dagna fu destinata a proseguire gli attacchi verso il passo di val Caldiera e la vetta dellOrtigara a quota 2.105; in preparazione di ciò, dalle ore 12:00 alle 16:00 lazione dellartiglieria italiana colpì le postazioni avversarie. Il Battaglione "Monte Spluga" e una compagnia del "Tirano", partiti da quota 2.101, attaccarono per la seconda volta il passo di val Caldiera a ovest dellOrtigara e raggiunsero, a prezzo di pesanti sacrifici, le posizioni nei pressi del passo, ma sotto una pioggia torrenziale furono costretti a ritirarsi per non essere accerchiati. Alle 17:30 il generale Mambretti avvertì i comandi che una ripresa delle operazioni non sarebbe stata possibile in nessun caso prima di tre giorni.

Il 15 giugno gli austro-ungarici presero in mano la situazione e, mentre le truppe italiane provvedevano ai cambi e al rinforzo degli uomini in linea, alle ore 02:00 scatenarono un violento concentramento di fuoco della durata di mezzora contro quota 2.101. Appena finito il bombardamento gli austro-ungarici piombarono contro le posizioni tenute dagli alpini che però difesero tenacemente le trincee, costringendo lavversario a ripetere lattacco. Alle 03:30 lartiglieria avversaria rinnovò il bombardamento che, conclusosi dopo pochi minuti, vide nuovamente le truppe austro-ungariche gettarsi contro le linee degli alpini; le unità italiane resistettero e al sorgere del giorno lazione degli assalitori poté dirsi fallita. Nel corso della giornata, grazie ai rinforzi forniti dalla Brigata "Piemonte", la quale assunse la posizione di quota 2.101, fu invano tentato un attacco a quota 2.105. In questa azione i nemici persero circa seicento uomini mentre gli italiani circa la metà.

                                     

5.4. Svolgimento della battaglia La ripresa delloffensiva e la conquista della vetta

Il 14 giugno il comando della 6ª Armata diramò l"ordine di operazioni n°2" avente come oggetto la "prosecuzione azione offensiva" con i medesimi obiettivi dell"ordine operazioni n°1" del 28 maggio. Quanto era accaduto fino a quel momento non aveva insegnato nulla, lunica variante era lappiglio tattico di quota 2.101 e la durata del bombardamento, portato a venticinque ore. Il bombardamento iniziò alle 08:00 del 18 giugno e proseguì fino al giorno successivo quando in diverse ore del giorno le fanterie italiane uscirono dalle trincee per ripetere lattacco avvenuto otto giorni prima. La 25ª Divisione attaccò alle ore 14:00 fra monte Rotondo e monte Zebio, reiterando lattacco alle 17:45 con il solo risultato di lasciare sul campo ottocento uomini; le brigate "Cremona" e "Porto Maurizio" cozzarono contro le difese di monte Rasta perdendo 787 uomini senza alcun guadagno tattico; sullo Zebio la 13ª Divisione, nonostante i reiterati attacchi e limpegno profuso, lasciò sul campo ben 1.647 uomini tra morti, feriti e dispersi, fallendo lattacco. Alle ore 06:00 la 29ª Divisione lanciò lattacco a monte Forno con il 214° e il 238º Reggimento fanteria "Grosseto" i quali, colpiti duramente dalle artiglierie nemiche, persero 1.460 uomini praticamente senza avanzare.

Alle ore 06:00 uscirono dalle trincee anche gli uomini della 52ª Divisione che si lanciarono allattacco di quota 2.105 su tre colonne: la colonna Cornaro attaccò da sud-est, mentre la colonna Di Giorgio, che insieme ai battaglioni Alpini schierava anche fanti del 3º e 4º Reggimento della Brigata "Piemonte" e il 9º Reggimento bersaglieri, attaccò da est e da nord-est, partendo dalle posizioni conquistate di quota 2.101: in quarantacinque minuti cima Ortigara, che si credeva inespugnabile, venne vinta da più lati ma gli alpini, stanchi e decimati, non furono capaci di continuare immediatamente lavanzata allo scopo di occupare monte Campigoletti, dirigersi verso cima Portule e riconquistare laltopiano per ottenere un completo successo tattico. La colonna che dalla sommità nord del monte puntava verso passo della Caldiera fu bloccata prima di quota 2.060 dal fuoco nemico; le truppe che erano riuscite ad affermarsi sulla vetta principale non riuscirono a progredire, malgrado il positivo esito dei primi balzi, in direzione di monte Campigoletti. Il mescolarsi dei reparti, il tiro dinterdizione austro-ungarico e la mancanza di audacia dei comandi tattici, impedirono di sfruttare la grave crisi creatasi nella linea austro-ungarica, malgrado i comandanti di questa avessero temuto a lungo anche per le retrostanti Cima Dieci e Cima Undici.

Alle 20:45 il generale Mambretti informò il Comando Supremo che in base agli avvenimenti della giornata, non riconosceva per ora alcuna possibilità di vittoriosa avanzata sullaltopiano e decise di mantenere un atteggiamento difensivo su tutto il fronte, fuorché sullOrtigara, dove si sarebbero svolte piccole azioni per rinforzare e assicurare le posizioni conquistate, cercando di ottenere i risultati che neppure un attacco in grande stile riuscì a ottenere.

                                     

5.5. Svolgimento della battaglia Il contrattacco austro-ungarico

Constatata limmobilità degli italiani, i comandi austro-ungarici, dopo aver ricostruito alla meglio una linea difensiva, elaborarono una rapida rivincita per ridare sicurezza allo schieramento sullaltopiano. Alle 11:45 del 21 giugno il comando della 6ª Divisione imperiale 6. Infanterietruppendivision emanò le direttive per un contrattacco da svolgersi entro 5 o 6 giorni, affidandone lesecuzione al colonnello brigadiere Adolf Sloninka von Holodow, comandante della IIC Brigata Kaiserschützen. Il mattino successivo il comando del III Corpo darmata informò la 6ª Divisione che per ordine di von Hötzendorf il generale Ludwig Goiginger, comandante della 73ª Divisione in arrivo nel settore dal Tirolo meridionale, era stato incaricato della direzione tattico-operativa dellazione diretta alla conquista di monte Ortigara, per la quale gli era stato assegnato il colonnello von Romer quale comandante dartiglieria. Dopo un colloquio tra Goiginger e von Holodow sul piano dattacco durante la sera del 22 giugno, venne stabilito che lazione offensiva si sarebbe svolta la notte del 25 giugno, in anticipo rispetto alle previsioni.

Le truppe scelte per loperazione erano poche ma particolarmente ben addestrate e combattive; il I/1° Kaiserschützen tenente colonnello Forbelsky e il III/2° Kaiserschützen maggiore von Buol, preceduti da undici nuclei costituenti la metà del battaglione dassalto dell11ª Armata, mentre due battaglioni del 57º Reggimento fanteria avrebbero svolto il ruolo di rifornimento munizioni e viveri. Lattacco sarebbe partito alle 19:30 del 24 giugno, ma per trarre in inganno gli italiani von Holodow ottenne il permesso dai comandi di svolgere una serie ripetuta di brevi concentramenti di fuoco su monte Ortigara in modo da colpire e logorare psicologicamente i nemici, oltre che confonderli sul momento preciso dellattacco. Allo stesso tempo, questo modo di procedere impedì di svolgere le azioni locali vagheggiate da Mambretti.

Nel frattempo gli italiani avevano iniziato a sostituire i reparti in prima linea: dalla mattina del 21 giugno, sul settore di destra, la zona dai passi dellAgnella alto e basso alla quota 2.101 compresa, era stata affidata al 9º Reggimento bersaglieri al comando del colonnello Arturo Radaelli; il settore centrale, da quota 2.101 a quota 2.105 compresa, andò al colonnello Ugo Pizzarello con il suo 10º Reggimento fanteria "Regina" della Brigata "Regina" sotto il comando del colonnello brigadiere Pietro Biancardi che poteva contare su due battaglioni di fanti e sugli alpini del "Bassano"; infine sul settore di sinistra, da quota 2.105 al costone dei Ponari, un battaglione di fanteria del 10º Reggimento affiancò i battaglioni alpini "Valtellina", "Bicocca" e "Val Arroscia", tutti al comando del colonnello Gazagne. Nei giorni successivi, lammassamento di truppe in prima linea fu tuttavia giudicato eccessivo e fu perciò deciso di mantenere a sinistra il solo reggimento di bersaglieri, un battaglione del 10º Reggimento inizialmente il 1°, sostituito la sera del 24 dal 2º Battaglione e gli alpini del "Bassano" al centro e i battaglioni "Val Arroscia" e "Bicocca" a destra sui Ponari.

Alle 02:30 del 25 giugno un forte boato sconvolse la vetta dellOrtigara e mentre le artiglierie austro-ungariche colpivano le linee italiane, le pattuglie dassalto si portarono sui reticolati, abbattendoli con i tubi di gelatina esplosiva. Nel momento in cui il tiro si allungò sul vallone dellAgnellizza con i proietti a gas, le truppe austro-ungariche si gettarono con i lanciafiamme le bombe a mano sui superstiti ancora presenti sulla sommità del monte, investendo sulla vetta quota 2.105 il Battaglione "Bassano", a quota 2.103 i tre battaglioni del 9º Bersaglieri, e sul costone dei Ponari i battaglioni "Arroscia" e "Bicocca". Ai pochi soldati italiani ancora in vita, impossibilitati a ritirarsi e a comunicare con le retrovie a causa del fuoco di sbarramento e al gas sul vallone dellAgnellizza, non rimase altro che arrendersi. Alle 03:10, cioè quaranta minuti dopo linizio dellattacco, un razzo segnalatore bianco scagliato da quota 2.105 squarciò il cielo, confermando al generale Goiginger che il monte Ortigara era stato conquistato. Con una fulminea azione e perdite esigue, gli austro-ungarici riconquistarono una vetta che per gli italiani era costata svariati tentativi e reiterati sacrifici di vite umane.

I comandi italiani vennero a conoscenza di quanto era successo nella notte sullOrtigara soltanto alcune ore più tardi della fine dei combattimenti; venne subito ordinato un violento tiro dartiglieria che causò tra le file austro-ungariche più morti di quelle subite durante lattacco; malgrado lesito disastroso della battaglia e limmane carneficina, i comandi italiani darmata e di corpo darmata non colsero la reale situazione tattica delle truppe, che avrebbe richiesto un immediato ripiegamento generale; ordinarono, invece non si sa se fu Mambretti o Montuori a farlo, un vasto contrattacco condotto con tutte le risorse disponibili. Alle 20:00 la 52ª Divisione di Como Dagna attaccò, ripetendo loperazione del 19 giugno, in condizioni materialmente e spiritualmente peggiori. Allora stabilita le truppe rabberciate e scosse del Battaglione "Cuneo" nuovo sul terreno dellOrtigara, riuscirono a rioccupare quota 2.003, mentre tutti gli altri sforzi non fecero altro che aumentare il numero di soldati caduti sullOrtigara. Alle 23:40 il comando del XX Corpo ordinò che allalba del giorno successivo il grosso delle truppe sarebbe dovuto rientrare in linea, lasciando sul posto solo pochi reparti impiegati a mantenere le posizioni occupate dopo il ripiegamento del mattino. Con questultima e insensata disposizione, il "Cuneo" fu costretto a rimanere a quota 2.003, venendo di fatto condannato. Alle ore 12:10 del 26 giugno il generale Cadorna, di ritorno dal convegno di San Giovanni di Moriana, apprese della perdita dellOrtigara. Due giorni dopo sospese le previste offensive sul Pasubio, ordinando alla 1ª e alla 6ª Armata di assumere un atteggiamento difensivo. Il 29 giugno i resti del "Cuneo" furono fatti prigionieri dagli austro-ungarici, mettendo definitivamente fine alle azioni su monte Ortigara.



                                     

6.1. Bilancio e conseguenze Analisi della sconfitta

Il generale Angelo Gatti, allora capo dellUfficio storico del Comando supremo, ha scritto nel suo Diario, pubblicato postumo nel 1964, che l11 giugno udì a Bassano la conversazione tra Cadorna e Mambretti, il quale giustificava la fallita azione del giorno 10 con il tempo pessimo e lefficace tecnica difensiva degli austro-ungarici, "i quali al di là delle trincee e dei reticolati di prima linea, hanno messo numerosissime mitragliatrici. Quando i nostri hanno superato il primo ostacolo – trincea e reticolato –, sono stati sorpresi dappertutto da un terribile fuoco di mitragliatrici e si sono trovati contro i soldati usciti dalle caverne". Cadorna annuì, ma il 20 luglio esonerò Mambretti dal comando della 6ª Armata nominandolo comandante delloccupazione avanzata alla frontiera svizzera, mentre il generale Donato Etna prendeva il suo posto. Mambretti venne indicato da Cadorna quale responsabile principale della disfatta a causa della sua mancanza di combattività e indecisione, nonostante gli ingenti mezzi a disposizione.

Nelle sue memorie il capo di Stato maggiore scrisse: "le perdite italiane raggiunsero così quelle di una battaglia sullIsonzo; i due terzi però furono contati su un fronte lungo soltanto due chilometri. Bisogna aver presente questo particolare per capire il dolore e lorrore per il sangue inutilmente versato soprattutto dagli alpini: questi sentimenti hanno sempre contraddistinto in Italia il nome di Ortigara". Le perdite austro-ungariche furono comunque anchesse importanti e assommavano allincirca a 26 ufficiali morti, 154 feriti e 71 dispersi mentre i militari morti furono 966, i feriti 6.167 e 1.444 i dispersi, per un totale di 8.828 uomini fuori combattimento; nei reparti che fronteggiarono la 52ª Divisione, la proporzione delle perdite austro-ungariche è persino superiore, a comprova della durezza degli scontri in quel settore.

                                     

7.1. Nella cultura di massa Il ricordo

Alla storia, lOrtigara è stata consacrata come una pagina di eroismo, un inferno dove i soldati, e gli alpini in primo luogo, hanno sacrificato la loro vita e il loro sangue. Scrisse padre Bevilacqua, sottotenente del Battaglione "Stelvio": "LOrtigara non è una sconfitta non vi è sconfitta se non quando qualche cosa di umano è stato smarrito, impoverito, soppresso. Ortigara, cattedrale di alpini, monumento del sacrificio umano, monte della nostra trasfigurazione.". A quota 2.105 si trova una colonna spezzata con scritto sopra "per non dimenticare", posta da alcuni superstiti ritrovatisi nel 1920, quando si tenne la prima adunata nazionale degli alpini.

La zona dellOrtigara è sicuramente uno dei più conosciuti teatri di battaglia dellaltopiano e dellintero fronte italiano, meta ogni anno di migliaia di visitatori. La seconda domenica di luglio di ogni anno si svolge inoltre, presso la chiesetta di cima Lozze, nei pressi della zona monumentale dellOrtigara, una cerimonia in ricordo dei caduti che persero la vita nel tentativo di conquistare la montagna. La cerimonia prosegue poi fino alla cima del monte, nei pressi dei monumenti ai caduti italiani e austro-ungarici.

                                     

7.2. Nella cultura di massa LOrtigara oggi

I lavori di recupero vennero iniziati nel 2005 con il ripristino del cimitero di Laghi e delle postazioni italiane della cima Caldiera e del Lozze. La zona dellOrtigara è dal 2007 compresa nellecomuseo della Grande Guerra nelle Prealpi vicentine, un progetto di riqualificazione storica che ha interessato tutte le Prealpi vicentine, e che presenta itinerari, segnaletica e poli informativi che permettono al visitatore di immergersi nellambiente montano visitando le trincee, i camminamenti e i luoghi in cui venne combattuta la battaglia da entrambi gli eserciti. Il complesso monumentale viene manutenuto da volontari ed ex-alpini, ma anche da delegazioni austriache e slovene, che si impegnano nel ricordo dei tragici avvenimenti che sconvolsero lOrtigara e altri luoghi dove fu combattuta la guerra sul fronte italiano.

                                     

7.3. Nella cultura di massa Canti dedicati alla battaglia

Le canzoni di guerra sono tuttora uno degli elementi fondamentali per il ricordo e la memoria della Grande Guerra in Italia come negli altri paesi che parteciparono al conflitto. Spesso queste canzoni, semplici e di poche strofe, riescono molto bene a richiamare la sofferenza, il sacrificio e il desiderio dei giovani soldati di rientrare nella società civile e rivedere i propri cari. LOrtigara, proprio per il sacrificio che impose ai combattenti, rimase in modo indelebile nella vita di coloro che vi combatterono, e questi alpini furono particolarmente prolifici nel "musicare" le loro gesta, lasciando come testamento poche, semplici e dolorose canzoni. Il maestro Nino Piccinelli, che partecipò alla decima offensiva dellIsonzo per la conquista della quota 144 ai piedi dellErmada, sconvolto dal numero di morti che giacevano tra le due linee nemiche, compose una canzone dedicata ai caduti seppelliti nel piccolo cimitero di guerra lì vicino. Un cappellano militare che partecipò alla battaglia dellOrtigara, sconvolto anchesso dal numero dei morti avuti negli assalti alla montagna, aggiunse alla canzone del Piccinelli la prima strofa che ancora oggi apre il lento e cadenzato coro del "Ta-pum".