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ⓘ Filosofia della condivisione




                                     

ⓘ Filosofia della condivisione

La filosofia della condivisione è unindagine razionale nella quale convergono saperi diversi e che vede coinvolti filosofi, economisti e sociologi di tutto il mondo accomunati da un ripensamento delle strutture economiche e sociali vigenti al fine di valutare le migliori condizioni di libertà e di giustizia in una società consumistica dominata dal libero mercato, al quale viene negata ogni capacità autoregolatrice.

                                     

1. Critica del mercantilismo

La filosofia della condivisione ritiene che leconomia sia radicata allinterno della società e non costituisca attività separabile e isolabile dal resto delle attività umane. Rifiuta inoltre di identificare leconomia umana con la sua forma mercantile. Il mercantilismo, la cui caratteristica fondamentale è lavidità, rappresenterebbe unanomalia nella storia della società umana. Esso si alimenterebbe a partire dallidea di crescita illimitata il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per lambiente e dunque per lumanità. Non soltanto la società verrebbe ridotta a mero strumento e mezzo della meccanica produttiva, ma luomo stesso tenderebbe a diventare lo scarto di un sistema che punta a renderlo inutile e a farne a meno.

La filosofia della condivisione si delinea in modo marcato a partire dallattuale crisi finanziaria e ritiene che questultima non sia normale né passeggera. Si tratterebbe di una crisi che segna la storia del mondo perché è nata nel cuore e nel cervello del sistema finanziario mondiale, negli Stati Uniti dAmerica, ed è originata da un particolare sistema economico, quello anglosassone, che dal dopoguerra e soprattutto dalla deregulation avviata dal presidente statunitense Ronald Reagan, ha rappresentato il modello dominante a livello globale. Basato sul dominio della finanza sulleconomia, sulla politica e sulla sfera sociale, il sistema anglosassone è stato proposto e imposto come universale, ed è stato adottato da moltissimi paesi, soprattutto in Europa. Secondo questo modello il mercato è un valore assoluto, intoccabile, un meccanismo che, lasciato a se stesso, senza interferenze, è in grado di allocare sempre e comunque, in ogni circostanza e in ogni tempo, le risorse in maniera ottimale e di trovare sempre lequilibrio tra offerta e domanda e quindi il "giusto valore" delle cose. Secondo questa ideologia lo stato e anche la società civile deve avere un ruolo del tutto secondario nelleconomia, e anzi, se interferisce con le forze spontanee del mercato, distorce lefficiente allocazione delle risorse e danneggia leconomia. Da qui la completa liberalizzazione della finanza, la libera circolazione internazionale dei capitali le ondate di privatizzazioni anche di servizi pubblici essenziali, come listruzione e la sanità, che hanno caratterizzato i paesi occidentali e non negli ultimi decenni. Secondo la filosofia della condivisione, i diritti universali dei cittadini sono stati subordinati ai "diritti" del mercato e la società civile è stata ridotta essenzialmente al rango di meri consumatori. Con la recente crisi finanziaria, questo modello si sarebbe incagliato, incapace di funzionare come prima, non per fattori esterni ma per le sue stesse contraddizioni. Il mercato finanziario è crollato sotto il peso della speculazione delle principali banche daffari, trascinando nella sua crisi le teorie neoliberiste e neoconservatrici che inneggiavano alla sua centralità assoluta. Il problema è che il mercato finanziario non alloca le risorse in maniera efficiente e non si autoregola. Lofferta e la domanda non si incontrano in uno stabile punto di equilibrio come vorrebbe la teoria liberista: al contrario il mercato speculativo si autoalimenta e si gonfia a dismisura e la speculazione amplifica da una parte i cicli di ottimismo e di euforia, dallaltra le cadute, le crisi e i crolli. Il punto di equilibrio di cui parlerebbero i sostenitori del neoliberismo esisterebbe, secondo i filosofi della condivisione, solamente nelle astratte formule matematiche. Il problema risiederebbe nel fatto che leconomia reale è guidata dalla finanza, ma che la finanza è dominata dalla speculazione, e questa, lungi dal contribuire allo sviluppo delleconomia e dallallocare le risorse e gli investimenti secondo criteri razionali ed efficienti, estrae risorse dal sistema economico dai risparmiatori e dalleconomia reale, lo devia, talvolta lo eccita, ma poi lo frena e, nel momento in cui scoppiano le crisi, blocca il sistema del credito e distrugge le capacità produttive. La speculazione cerca costantemente profitti rapidi e molto superiori alla media grazie alla gestione rischiosa e azzardata dei soldi e dei risparmi in maniera irresponsabile, cioè senza che i finanzieri paghino in caso di disastro finanziario. Più la speculazione guadagna profitti, più il sistema economico è povero e a rischio. Per questo motivo un numero crescente di filosofi ed economisti propone di fare emergere e abbattere la speculazione, per riportare la finanza dentro i suoi binari originari e farle riassumere il suo ruolo di motore di sviluppo al servizio delleconomia reale. La recente crisi indicherebbe la necessità di ricostruire dalle fondamenta il sistema finanziario su basi nuove e più stabili, e di rifondare il sistema sia sul piano teorico che pratico. Per la filosofia della condivisione è indispensabile liberarsi al più presto del dogma del mercato e del capitalismo e cominciare a elaborare nuove fondamenta teoriche, realistiche e razionali. Non solo gli economisti liberisti non avrebbero previsto la crisi, ma quasi sempre la avrebbero addirittura peggiorata con ricette di deregolamentazione che avrebbero aggravato la malattia speculativa. Per questa corrente di pensiero diventa così necessario rifondare leconomia e cominciare a riconsiderarla come scienza aperta e plurale, ricollegandola alla storia, alla sociologia, alla morale, alla politica e alle altre scienze umane. Lontani dal riconoscere lesistenza di una sola e unica teoria economica sufficientemente esaustiva, in grado di spiegare tutti i fenomeni e suggerire delle ricette valide di fronte alla profondità della crisi attuale, la filosofia della condivisione ritiene indispensabile cominciare innanzitutto a riaprire il confronto sui diversi filoni teorici, come leconomia della conoscenza, leconomia dei beni comuni, leconomia ecologica, le teorie sulla complessità, leconomia della partecipazione, leconomia comportamentale, leconomia della felicità. Sono necessari nuovi paradigmi per umanizzare leconomia, coniugandola con valori importanti come la condivisione e laltruismo. Leconomia necessita di includere nella sua visione il benessere del mondo intero a partire dal rispetto e dalla tutela dellambiente e il benessere delle nuove generazioni, il cui futuro è seriamente compromesso da coloro che ricoprono posizioni di rilievo nella finanza e negli affari.

I principali oggetti di riflessione della filosofia della condivisione sono la felicità dei singoli e il benessere collettivo, condizioni possibili a partire innanzitutto dalla condivisione delle risorse mondiali, dalla cooperazione fra gli uomini e dalla tutela dellambiente, anche avendo come obiettivo, secondo la prospettiva di alcuni filosofi, una società nella quale si può vivere meglio lavorando e consumando di meno. La filosofia della condivisione non rappresenta però un pensiero unico o una concezione teorica fissa e determinata che i singoli dovrebbero far propri impegnandosi a elaborare una serie di concetti. I suoi interpreti la valutano piuttosto come una sensibilità di fondo che, pur tra opinioni e prospettive diverse, aspira a individuare un cammino autentico di umanizzazione. In un momento storico segnato dalla caduta della percezione che ha il valore del legame sociale, questa ricerca impone alluomo una scelta chiara, nella consapevolezza che lumanità si trova realmente a un bivio e che adattarsi a sopravvivere in una società fondata sulla competizione nellindifferenza o nellostilità verso gli altri sia il segnale di una drammatica mortificazione della vita: "O ci si adatta a rafforzare il sistema di convivenza vigente, cercando tuttal più di mitigarne alcuni aspetti, ma in ogni caso ritenendolo positivo o quanto meno necessario e insuperabile, o, al contrario, si sceglie di operare perché possa nascere una forma molto diversa di società: non più una civiltà del potere verticale e del denaro, ma una civiltà umanizzata, fondata sulla giustizia verso tutti e capace di armonia con il mondo naturale". Nel suo cammino di ricerca della via per una rinascita culturale, capace di generare un cambiamento economico, sociale e politico, la filosofia della condivisione non ha dubbi sul fatto che luomo debba optare al più presto per questa seconda prospettiva. Essa tiene conto dellemersione di forme di relazione, dinterazione, di sensibilità e di pensiero che stanno risvegliando la società contemporanea consentendole di comprendere sia il proprio degrado, sia lalternativa concreta e urgente. Proprio in riferimento a questa scelta, il filosofo Roberto Mancini si esprime nei seguenti termini: "Chi avrà la forza e il coraggio di rendersi disponibile a questa conversione esistenziale? Credo che a vivere questa svolta saranno tutte le persone che conservano vivo nel cuore il desiderio di senso, per la loro vita, e di avvicinamento alla felicità. Infatti non siamo nati per morire e nemmeno semplicemente per sopravvivere, bensì siamo nati per giungere a una trasformazione della nostra esistenza che arrivi a un compimento che non sia la morte, a una pienezza che coincida con una vita sensata. Poiché essa non può essere conseguita da soli, senza o contro gli altri, ma solo in qualche forma di comunione e di ospitalità; allora si fa chiaro che le logiche del contratto, del mercato, del conflitto, dellindifferenza non bastano, anzi sono nocive, ostili allumanità e alla vita del mondo. Solo il mistero del dono consente di portare lesistenza allaltezza del senso vero delle cose e della felicità che ci riguarda, la cosa più difficile da credere, ma anche lunica vera". Questa svolta fa dunque leva sul riconoscimento che il senso dellesistenza veramente degna guarda nella direzione della gratuità, della condivisione e della promozione di relazioni di rispetto verso gli altri. Implica poi uno sguardo attento nei riguardi di tutta una serie di ingiustizie presenti in una società che si è consegnata alla signoria del mercato, dominata da logiche che hanno la pretesa di fare della mentalità del capitalismo globale e del culto della competitività permanente la regola naturale della vita sociale. La stessa critica delleconomista Raj Patel e molti altri al Mercato globale si delinea nel momento in cui viene cercata una spiegazione allaumento di uomini e donne vittime della miseria, costretti a vivere in condizioni sempre peggiori, proprio nel momento in cui leconomia dispone di tutti i mezzi necessari per assicurare, quanto meno, la sopravvivenza.

                                     

2. La bioeconomia

A partire dagli anni settanta del secolo scorso, la questione dellecologia allinterno delleconomia comincia a essere esaminata a fondo, grazie soprattutto al lavoro delleconomista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen, a cui va il merito di aver individuato le implicazioni bioeconomiche della legge dellentropia, già intuite negli anni quaranta e cinquanta da Alfred Lotka, Erwin Schrödinger, Norbert Wiener e Léon Brillouin. Adottando il modello della meccanica classica newtoniana, osserva Georgescu-Roegen, leconomia esclude lirreversibilità del tempo. In questo modo ignora lentropia, ovvero lirreversibilità delle trasformazioni dellenergia e della materia. Viene oscurato per esempio il fatto che i rifiuti e linquinamento, pur essendo prodotti dallattività economica, non rientrano nel processo di produzione così come si è andato determinando. Sparito dunque ogni riferimento a un qualsiasi substrato biofisico, la produzione economica, così come è concepita dalla maggioranza dei teorici neoclassici, non apparirebbe soggetta ad alcun limite ecologico e avrebbe come inevitabile conseguenza lo spreco irresponsabile delle risorse rare disponibili. In sostanza, il processo economico reale, a differenza del modello teorico, non sarebbe un processo puramente meccanico e reversibile; essendo di natura entropica, si svolgerebbe in una biosfera che funziona allinterno di un tempo unidirezionale. Da ciò discende, per Georgescu-Roegen, limpossibilità di una crescita infinita in un mondo finito e la necessità di sostituire la scienza economica tradizionale con una bioeconomia, ovvero di pensare leconomia allinterno della biosfera.

La recente crisi economica, a partire dalla quale sempre più filosofi, economisti e sociologi di tutto il mondo hanno portato avanti le loro riflessioni, non è solo finanziaria o economica: la crisi energetica ed ecologica è infatti certamente nel medio e lungo periodo ancora più grave, per gli effetti sulla qualità della vita delle popolazioni. La crisi energetica minaccia di aumentare i prezzi dellenergia a livelli difficilmente sostenibili. La comunità scientifica indica ormai praticamente allunanimità che linquinamento, il surriscaldamento del clima e la crisi ecologica minacciano di produrre disastri e catastrofi imponenti che provocheranno sconvolgimenti economici ancora imprevedibili ma di enorme portata. Nella storia dellumanità la natura ha sempre condizionato le attività produttive, ma a partire dagli ultimi decenni è stato luomo a trasformare sempre più rapidamente la natura e lambiente, degradandoli a tal punto da mettere a rischio la vita delle attuali e prossime generazioni. Il modello di sviluppo basato sullespansione illimitata della produzione industriale e dei consumi privati non è più sostenibile, almeno utilizzando le attuali tecnologie energetiche. Le risorse naturali diventano sempre più scarse e non possono più essere sprecate e gestite solo per il profitto di élite ristrettissime e di gigantesche corporation. Con laumento della produzione diventa sempre più complessa la gestione dei rifiuti industriali che non possono più essere scaricati facilmente nellambiente, nellaria, nellacqua e nella terra. Linquinamento ha raggiunto e superato in molti casi i livelli di guardia e sempre più studiosi confermano che le attività umane e, in particolare lemissione di anidride carbonica, sono responsabili di cambiamenti climatici importanti che nel giro di qualche decennio avranno effetti catastrofici, quali lo scioglimento delle calotte polari e linnalzamento dei livelli dei mari. Molte città con decine di milioni di abitanti potrebbero venire sommerse mentre al contrario intere regioni del mondo potrebbero diventare desertiche. Secondo i filosofi della condivisione, risulta dunque necessario proporre nuovi modelli di consumo sia nei paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo, dare seriamente lavvio alla creazione di uneconomia più pulita per riparare i danni ormai insostenibili generati dallattuale modello produttivo. Il capitalismo non appare inoltre il sistema più adatto per affrontare le questioni ecologiche. Gli attuali meccanismi di mercato privilegiano la ricerca del profitto a breve termine, senza considerare i costi che nel medio e lungo periodo devono e dovranno sopportare le generazioni presenti e future. La somma di tante spinte egoistiche in competizione fra loro molto difficilmente può produrre un risultato positivo sul piano ecologico globale. Lecologia richiederebbe uneconomia basata sulla condivisione dei beni comuni – come laria, la terra, lacqua, le risorse naturali, lambiente, la salute – piuttosto che uneconomia fondata sulla proprietà privata e la competizione di mercato. Attualmente linquinamento non costa nulla per le aziende che inquinano, ma costa invece molto alla collettività, in termini di peggioramento della salute pubblica, di spese per curare le malattie legate allinquinamento e di spese di bonifica.

Il consumismo dilagante, oltre ad aver mercificato le relazioni umane riducendole a pure forme di scambio, ha compromesso gravemente il rapporto delluomo con la natura. La moltiplicazione dei beni economici, mentre ha dilatato enormemente la sfera dei bisogni, provocando asservimento e insoddisfazione, ha determinato lespropriazione progressiva dei beni naturali e favorito lavanzare di processi di inquinamento ambientale, con ricadute devastanti sulla vita e sulla salute delluomo. Nelle città, ai problemi dellinquinamento si aggiunge poi quello legato allesagerato grado di artificialità raggiunto dallhabitat urbano, che rischia di rimanere privo delle basi biologiche minime indispensabili alla sopravvivenza. Diversi studiosi hanno però individuato la nascita di un forte interesse a ristabilire un rapporto tra la città e il mondo naturale, riportando allinterno dellambiente urbano non solo il verde estetico-ornamentale, ma anche il verde produttivo-agricolo degli orti, concepiti come importanti spazi di coesione. Grazie allorticoltura urbana e periurbana è possibile una prima ricostruzione di reti sociali cittadine oggi sempre più deboli e fragili e il rilancio di economie locali che provvedono alla conservazione delle risorse terrene e alla creazione di condizioni di vita sostenibili. La partecipazione dei cittadini alle attività agricole può essere di grande aiuto nellindirizzare il discorso urbano verso questioni ambientali. Al costituirsi di contesti in grado di valorizzare le diverse competenze e capacità può unirsi il recupero di una dimensione agricola che favorisce linstaurarsi di un rapporto pacifico con la terra, riconosciuta come fonte preziosa di sicurezza, nutrimento e sostegno. La filosofia della condivisione valuta positivamente tutti quei progetti orientati alla realizzazione di orti cittadini sulla base di un sistema di principi e metodi gestionali condivisi, atti a favorire lo scambio di informazioni e conoscenze sulle buone pratiche di coltivazione. Vede nellinteresse crescente per lorticoltura urbana laffermazione di un modo di pensare e agire aperti alla vita e alle relazioni, che vuole emanciparsi dagli esiti dellindustrializzazione selvaggia, la quale ha spezzato il nostro rapporto con la terra. Il timore che sta infatti emergendo è quello di unagricoltura ecologicamente nociva che il capitalismo impone in tutto il mondo: unagricoltura che espelle i lavoratori, usa grandi quantità di energia soprattutto da fonti non-rinnovabili, saccheggia la biodiversità, inquina la biosfera. Il successo dellorticoltura urbana e periurbana è rivelatore del fatto che lagricoltura sta cambiando volto, non è più solo produzione e trasformazione di prodotti, ma partecipa allevoluzione dello spazio urbano accrescendo la qualità della vita: è gestore del territorio e delle risorse; è promotore di opportunità culturali, sociali e ricreative; è più attento alle richieste di famiglie che, coscienti della correlazione tra alimentazione e salute, preferiscono avere in tavola prodotti naturali, dalla provenienza certa e non contaminati.

                                     

3. Lantropologia economica

Il sociologo, filosofo ed economista ungherese Karl Polanyi, noto per la critica alla società di mercato espressa nel suo lavoro più importante La grande trasformazione, è riconosciuto quale padre ispiratore della filosofia della condivisione, oltre a essere lo studioso che ha dato il più grande contributo alla nascita dellantropologia economica.

Al centro della Grande Trasformazione di Polanyi si trova dunque il capovolgimento dellidea liberale secondo cui la società di mercato costituisca un punto di approdo" naturale” nella vicenda delle società umane, e dunque la relativizzazione delle categorie di pensiero che in essa hanno la loro validità.

Con i suoi studi sulle società arcaiche e primitive e attraverso lopera di collaboratori e discepoli, Polanyi contribuisce a svelare alle generazioni successive di filosofi, antropologi ed economisti le dinamiche di una società di mercato da lui concepita come una singolare aberrazione.

Secondo la filosofia della condivisione, il neoliberismo, che è contemporaneamente un ideologia, una visione del mondo, un insieme di politiche, e un insieme di teorie più o meno coerenti le une con le altre, sarebbe alla base del grave degrado antropologico della nostra epoca. Questo degrado si è affermato progressivamente quando le sfere politica, sociale e culturale sono state subordinate allambito economico e ha prevalso il mito della competitività del mercato. Lattraversamento incontrollato dei confini tra politica ed economia non sarebbe potuto avvenire senza lapporto sostanziale di questa ideologia che, dopo aver pervaso lintero sistema culturale, ha promosso e legittimato tale processo, arrivando a sottomettere ogni dimensione dellesistenza alla razionalità economica, il culmine della quale è il calcolo di costi e benefici cui deve sottostare ogni azione umana. Il neoliberismo economico idealizzerebbe, più di quanto si pensi, la conflittualità inerente alla storia umana, sotto la forma della competizione economica e sociale tra individui e gruppi. Considera tale conflittualità, che si esprime soprattutto nella competitività del mercato, come la forza che costringe la storia a esprimere da sé il nuovo e il meglio che essa porta latente nelle sue contraddizioni. La concezione neoliberistica fonda il suo ottimismo sullefficienza del mercato e sulla capacità della competizione di produrre il miglior benessere sociale possibile. Nella visione neoliberale della storia, non ci sarà mai nessuna pacificazione totale; la fine della competizione significherebbe la fine dello sviluppo economico e civile. La gratuità e la solidarietà altro non sono che una doverosa rinuncia al perseguimento dei propri interessi. Sul piano della convenienza economica, il prossimo rimane un concorrente. Quando debole e bisognoso di aiuto, lo si può aiutare per dovere di generosità, ma andando contro i propri interessi, superando il comportamento utilitaristico e il calcolo della razionalità economica che, per tutto il resto, dominano la vita economica e sociale. In questa concezione economico-politica, la società si riduce a una somma di individui, ognuno dei quali vede gli altri esclusivamente nella prospettiva del suo vantaggio personale, e li tratta o come mezzi da utilizzare o come ostacoli da superare nel perseguimento dei suoi intenti. La oggettiva uguaglianza di valore e di dignità tra i singoli individui avrebbe, in questa valutazione, un peso soltanto teorico: senza negarla fino in fondo, il singolo individuo si occupa direttamente della "sua" sopravvivenza, dellappagamento dei "suoi" bisogni, della soddisfazione dei "suoi" desideri, della "sua" autoaffermazione. Alla base di tale visione cè la convinzione che dalla convergenza-scontro dei diversi e contrapposti egoismi individuali nasceranno inevitabilmente il miglior assetto possibile della società e la miglior distribuzione ipotizzabile degli oneri e dei vantaggi della interessata collaborazione sociale. È facile vedere come una simile concezione del sociale esalti il ruolo del libero mercato e quanto questo le sia congeniale: la società stessa nascerebbe e rinascerebbe continuamente da una libera contrattazione in cui ognuno persegue il più alto saldo attivo di utilità individuale. Il degrado delluomo deriverebbe dunque dal fatto che la società avrebbe assunto, in tutte le sue manifestazioni, un carattere mercantile: le strutture sociali – che hanno in fondo compito di fare da cornice e da garanzia al gigantesco mercato che vi si svolge – sarebbero il prodotto di una contrattazione sempre in atto, dove non viene chiusa del tutto la porta a forme diverse di solidarietà disinteressata, ispirate a sentimenti di pietà e di filantropia; ma si tratta di un "optional di lusso che viene lasciato alla gratuità generosa dei singoli", senza altri obblighi che non siano quelli legati alle libere scelte etiche degli individui. In altre parole, lideologia neoliberista, che ha operato sin dalle origini come una dottrina politica rivestita con i panni di una teoria economica, avrebbe favorito la rottura di quel senso di solidarietà sociale che lega tutti gli uomini a un destino comune e che nella filosofia della condivisione incarna il bisogno tenace di resistere a unetica pervasiva la cui gerarchia di valori pone al culmine i mercati. Nella filosofia della condivisione, la crescente domanda di solidarietà va posta in correlazione con il fatto che i processi di privatizzazione, mondializzazione e individualizzazione hanno creato incertezza, perdita di orizzonti comuni di senso e indebolimento delle motivazioni morali a cooperare. Anche la dimensione della gratuità, la bellezza del donare e del donarsi, sarebbe stata fortemente compromessa dalleconomia di mercato e da un "silenzio della coscienza" che ha permesso al solo profitto di calpestare qualsiasi valore. Il concetto di solidarietà, però, non riguarda solo la promozione di esperienze di mutuo aiuto e di incremento di reti sociali di sostegno reciproco, soprattutto nei momenti di particolare bisogno e prova. Esso si delinea in modo forte a partire dalla costitutiva componente attivista di questa corrente e si distingue per il riferimento a determinati obiettivi e interessi che devono essere raggiunti attraverso lagire comune del gruppo in vista del superamento delle resistenze di altri gruppi che difendono interessi concorrenti. Dal momento che i diritti elementari degli uomini sono ben lontani dallessere ovunque garantiti, la solidarietà è qui concepita come una risorsa di cui si ha bisogno soprattutto dove i meccanismi per creare e mantenere la giustizia non esistono o falliscono e dove quindi la decisione fra interessi e pretese rivalizzanti può essere presa solo nel confronto politico, economico o sociale. Da questo punto di vista, lidea di solidarietà si caratterizza per una importante dimensione "conflittuale", di lotta perseverante per i propri diritti, e ciò la rende in un certo modo collocabile in quella accezione del concetto di solidarietà definito solidarietà di lotta. Quella che però emerge dal pensiero di Raj Patel e collaboratori è unaccezione non strumentale della solidarietà, la quale è interpretata come rivelazione di una disposizione insita nella "natura umana". La solidarietà praticata nella lotta per una giusta causa appare da un lato come espressione di una disposizione naturale mai del tutto corruttibile e insofferente a una società dove tutto è ridotto a merce e il valore dellessere umano è misurato dalla produttività, dal guadagno e dal controllo; dallaltro come unanticipazione di che cosa gli uomini siano capaci di essere, una volta eliminati gli ostacoli sociali avversi allo sviluppo delle loro potenzialità. Questo secondo aspetto farebbe riferimento alla capacità delluomo di servire il prossimo e di impegnarsi per il bene comune, quel bene che va al di là degli interessi privati, trascende gli impegni settari e offre umana solidarietà. Quello verso il bene comune è dunque un cammino che alla riflessione teorica, alla ricerca di significati, di valori, di contenuti autentici, unisce il diritto dei cittadini di manifestare attivamente contro ogni forma di ingiustizia, di prendere la parola, di proporre visioni alternative, di farsi ascoltare nel merito delle grandi questioni e urgenze: "Potrà far paura, ma ogni movimento che storicamente sia riuscito a ottenere il cambiamento sociale – dal movimento per i diritti civili al movimento per lindipendenza indiana al movimento per la giustizia globale – ha sempre privilegiato le rivendicazioni della giustizia rispetto al bisogno di essere concilianti con il pensiero oppressivo. Al contrario, tali movimenti si sono armati di idee radicali per ottenere un futuro migliore in cui tutte le persone fossero dotate di dignità e capaci di governarsi".



                                     

4. Filosofia della condivisione e visione delluomo

Secondo diversi esponenti della filosofia della condivisione, lOccidente sviluppato dovrebbe indirizzarsi verso uno stile di vita più semplice, senza leccesso di sovrapproduzione determinata dalla competizione e lo sperpero delle risorse di cui il pianeta dispone, e sostituire il consumismo spinto che fa ormai parte della politica industriale moderna con lattenzione verso la conservazione dei beni e dellambiente, riconoscendone anche il valore spirituale. Luomo avrebbe confinato la politica e leconomia a un punto tale nel materialismo profondo, da ritrovarsi nelle circostanze critiche attuali. Occorrerebbero una politica e uneconomia spiritualmente orientati per mezzo della condivisione, della giustizia e della libertà per ogni persona. Questo accento sul valore spirituale della natura e di ogni settore delle attività umane si accompagna a una visione delluomo ottimistica e positiva, in cui giocano un ruolo chiave la condivisione e lempatia, ovvero la capacità delluomo di immedesimarsi nello stato danimo o nella situazione di unaltra persona, venuta però meno a causa di una cultura individualistica e consumistica imperante, che antepone l "io" al "noi". In ogni parte del mondo, gli uomini cominciano a comprendere il fatto di essere tutti legati da uno stesso percorso comune, economico e ambientale insieme, così come comprendono le proprie necessità, linvincibilità della propria forza nellesigere i propri diritti innati. Le attuali crisi economiche e politiche che lumanità sta attraversando non sarebbero altro che la grande prova da superare per evolvere spiritualmente, lasciandosi alle spalle un modo di concepire il mondo le relazioni fra gli uomini ormai superato, incapace di guardare al futuro.

Dalle ricerche scientifiche in ambito biologico e cognitivo sta emergendo una visione radicalmente nuova della natura umana che suscita controversie non solo nei circoli intellettuali, ma anche nella comunità economica e politica. Recenti scoperte nel campo della neurologia e delle scienze delletà evolutiva, infatti, portano a rivedere linveterata convinzione che gli esseri umani siano per natura aggressivi, materialisti, utilitaristi e dominati dallinteresse personale. La filosofia della condivisione parte dal presupposto secondo cui "nessuno vive per se stesso" e che in ogni essere umano vi sarebbe un desiderio innato di altruismo ed equità, contrariamente a coloro che pensano che laltruismo sia soltanto una forma di egoismo camuffata. Le relazioni sociali di generosità reciproca consentirebbero alluomo di sopravvivere e creerebbero delle riserve di benessere psicologico fonte sia di generosità che di felicità. La capacità di apprezzare il valore intrinseco dellaltruismo, della condivisione e del disinteresse rappresenterebbero dunque un elemento centrale per la massimizzazione del benessere delle persone.

Attualmente, il più autorevole rappresentante della filosofia della condivisione è leconomista, accademico e attivista Raj Patel. Laureatosi al Balliol College di Oxford in Filosofia politica ed Economia, ottiene un master alla London School of Economics. Si trasferisce a Harare, in Zimbabwe, dove è volontario dellAssociazione SEATINI Southern and Eastern African Trade Information and Negotiations Iniziative e lavora insieme agli attivisti di Padare, un gruppo di uomini impegnati nella tutela dei diritti delle donne. Questa esperienza è alla base delle sue ricerche per il dottorato, che consegue alla Cornell University, Dipartimento di Sociologia dello Sviluppo.

Raj Patel è attualmente impegnato in lavori di ricerca legati al problema della fame nel mondo e agli sviluppi futuri delleconomia della condivisione. Tiene corsi e seminari al Centro di Studi Africani della University of California di Berkeley ed è ricercatore associato alla School of Development Studies alla University of KwaZulu-Natal Durban, Sudafrica. Aderisce alle attività del movimento Via Campesina e collabora con i più autorevoli interpreti della filosofia della condivisione di ogni paese.

Lo studioso della crisi alimentare mondiale rivaluta positivamente la natura delluomo, nonostante per secoli filosofi, scienziati, ed economisti abbiano contribuito a diffondere lidea che lessere umano fosse per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. Stesso discorso a proposito della storia, concepita come una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Nonostante lattuale sistema economico sia dominato dallavidità, dalla ricerca di profitti e abbia sempre depredato i beni della natura, ciò non significa che lumanità non possa cambiare direzione prima che sia troppo tardi. Gli uomini possono far fronte alla grave crisi mondiale adottando un nuovo modo di considerare i rapporti fra loro, facendo leva più sulla condivisione che sulla competitività. Possono avere inoltre un approccio più solidale al pianeta, in grado di ridefinire gli attuali stili di vita nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale. Tutti gli uomini devono poter godere degli stessi diritti fondamentali, così come tutti devono poter beneficiare delle risorse naturali del pianeta.

Come per altri pensatori, fra cui Ernst Friedrich Schumacher 1911-1977, Jeremy Rifkin o Kolya Abramsky, la filosofia della condivisione di Patel assume i caratteri di una filosofia dellazione e dellimpegno sociale. Essa individua le ingiustizie favorite dal libero mercato e dalla competizione per le risorse del pianeta e ritiene per esempio che conoscere e comprendere le politiche alimentari mondiali significhi anche capire quali strategie produttori e consumatori possono mettere in atto per proteggere la propria salute e contrastare il potere e lavidità delle multinazionali. Nellopera I padroni del cibo, Patel sottolinea infatti come in termini di giustizia, equità e pari opportunità, lattuale sistema alimentare sia carente. Circa un miliardo di persone nel mondo è denutrito, mentre un altro miliardo è obeso. Quasi metà della popolazione mondiale vive quotidianamente il problema di unalimentazione insufficiente, mentre laltra metà soffre dei tipici problemi legati a unalimentazione sovrabbondante e alle disfunzioni che ne derivano, come diabete, eccesso di peso e problemi cardiocircolatori. Secondo Patel, questo stato di cose sarebbe linevitabile corollario di un sistema che consente solo a un pugno di grandi corporation di trarre profitto dallintera catena alimentare mondiale.

                                     

5. Filosofia della condivisione e attivismo

La filosofia della condivisione rientra nellambito delle filosofie del cambiamento sociale e, pur nella sua eterogeneità, muove da un presupposto imprescindibile: la convinzione che allavidità è preferibile la condivisione, alla competizione la cooperazione. Secondo i filosofi della condivisione, la natura degli attuali sistemi politici ed economici, basati come sono sulle forze del mercato, la commercializzazione e lavidità devono cambiare, se lumanità vuole sopravvivere. Essi ritengono che la vita del genere umano sia in crisi e che sia necessario fare qualcosa di radicale prima che sia troppo tardi. Reclamare la capacità di sfidare la società di mercato, reclamare il diritto ad avere diritti, resta un lavoro molto arduo e implica certamente la voglia di un forte confronto, facendo leva sulla capacità di pensare e di agire delle persone, dove filosofia e attivismo sono inscindibili e si alimentano reciprocamente. Ciò deriva dallidea secondo cui i cambiamenti importanti non avvengono mai da sé, ma necessitano sempre di voglia sincera di migliorare, di impegno attivo, di amore per il servizio e di duro lavoro.

A differenza di altre correnti filosofiche, la filosofia della condivisione non teme "di cadere nella trappola della politica politicante, contraddistinta dalla perdita di contatto, da parte degli attori politici, con le realtà sociali e dal confinamento nei giochi politici". Non si limita solamente a "far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, far prendere in considerazione alcuni argomenti, contribuire a fare evolvere la mentalità". Essa nutre lambizione di poter offrire con le sue riflessioni un miglioramento concreto nei vari settori delle attività umane. Per ciò che riguarda un migliore rapporto con lambiente, tema molto caro ai filosofi della condivisione, questo può per esempio tradursi in unattenta pratica su come eliminare gli sprechi e riciclare tutto il riciclabile, su come produrre e mangiare cibo locale puntando maggiormente sullautoproduzione, su quali vie possano essere intraprese per arrivare a ottenere più energia dalle fonti rinnovabili, ridurre gli orari lavorativi utilizzando il telelavoro e smaterializzare leconomia. Concordi con alcuni economisti, fra cui il premio Nobel per leconomia Joseph E. Stiglitz, i filosofi della condivisione ritengono inoltre che sia meglio abolire Pil e ridefinire il concetto di benessere. Per la filosofia della condivisione, filosofo è dunque colui che riflette su una realtà sociale già costituita al fine di migliorarla, senza escludere un suo coinvolgimento diretto nel lavoro concreto che occorre per arrivare a questo miglioramento o una collaborazione costruttiva con esperti operanti in settori diversi dal suo. Egli non solo cerca di capire come leconomia sia riuscita nel tempo a plasmare la società le persone; fa anche il possibile per giungere alla realizzazione di un cambiamento che sia allo stesso tempo personale, vissuto, praticabile nellimmediato e dalle ampie prospettive socio-ecologiche, e riconosce che questo miglioramento di sé si può effettuare meglio allinterno di un progetto condiviso con altre persone, riscoprendo il senso di comunità. Tale filosofo non ha paura di assumere un ruolo attivo nello scenario politico o in altre aree, di combattere per la libertà, la giustizia e la democrazia, là dove i diritti delluomo sanciti dalla costituzione sono stati messi in discussione. I ripensamenti che apportano beneficio alla società non devono trovare riscontro solamente su un piano ideale, ma devono potersi attuare in contesti specifici concreti, portando un beneficio reale alle persone. Sfruttamento, povertà, lavoro frammentato e debilitante, profitti per pochi, mancanza di casa, fame e degrado, nascono da rapporti istituzionali stabiliti da esseri umani. Nuove istituzioni, anchesse determinate da esseri umani, possono generare risultati ben superiori che liberano i talenti delluomo, vanno incontro ai desideri e alle preoccupazioni delle persone, moltiplicano le opzioni disponibili, riequilibrano costi e benefici, garantendo una libertà autentica che si estende a tutti.

Secondo la filosofia della condivisione, lumanità avrebbe creato una società in cui il materialismo predomina sullimpegno morale, in cui la rapida crescita raggiunta non è sostenibile dal punto di vista né ambientale né sociale e in cui la comunità non agisce in maniera concertata per affrontare i problemi comuni. La spietatezza dellindividualismo e del fondamentalismo di mercato avrebbero eroso qualsiasi senso di comunità permettendo lo sfruttamento di persone inconsapevoli e vulnerabili e creando sempre maggiori differenze sociali. La crisi economica avrebbe reso evidenti non soltanto le magagne del modello economico prevalente, ma anche le pecche della società. Per questo i filosofi della condivisione ritengono che gli uomini dovrebbero sfruttare questo momento per fare i conti e riflettere, per pensare a che tipo di società vorrebbero avere, e chiedersi se stanno creando uneconomia capace di aiutarli a realizzare queste aspirazioni. Guidata dalle logiche del mercato, lumanità avrebbe imboccato una strada pericolosa. Luomo si troverebbe al contempo a un passo da una svolta storica fondamentale e presto sarebbe chiamato a compiere una scelta radicale di vita: accettare o meno di continuare a vedere e valutare il mondo attraverso il prisma difettoso dei mercati. Secondo la filosofia della condivisione, nonostante lopinione diffusa sia che prima o poi leconomia mondiale tornerà alla normalità, la realtà è che la crisi finanziaria accentuatasi a partire dal 2008 altro non è che la normalità di un sistema anche di valori che non può funzionare ancora per molto così come è strutturato. Come nota il filosofo Andrea Braggio, la condivisione si presenterà come lunica strada percorribile dal momento che lalternativa non potrà che essere la distruzione del pianeta, limpossibilità di garantire un futuro alle nuove generazioni. Occorrerà molto presto un impegno condiviso per riorientare la società verso una nuova alleanza tra uomo e uomo e tra uomo e natura, al fine di migliorare le condizioni di vita delle persone secondo i principi di pace, libertà, giustizia e condivisione e al fine di ridurre limpatto ecologico. Secondo Braggio, le persone riscopriranno inoltre una vita nuova, più felice e ricca di soddisfazione, quando si renderanno finalmente conto che la condivisione è ciò che può garantire loro un futuro; quando si accorgeranno per davvero dellimportanza di venirsi incontro e di prendersi cura luna dellaltra, scorgendo negli altri un riflesso di sé. La condivisione rappresenterebbe così la prima risposta allattuale crisi economica e sociale, oltre che la via per favorire la pace tra i singoli e i gruppi.

La filosofia della condivisione ha intuito il progressivo emergere di una consapevolezza nuova, come se le persone – soprattutto a partire dalle categorie sociali più svantaggiate – si stessero attualmente muovendo verso un serio ripensamento generale del proprio modo di vivere, decisivo per il futuro, e iniziassero a reclamare con forza i propri diritti. Questa presa di coscienza avrebbe favorito il progressivo delinearsi di due gruppi: coloro che restano attaccati ai vecchi, avidi ed egoistici sistemi di vita e quindi rappresentano le forze reazionarie del mondo; e coloro che si stanno aprendo al nuovo e cercano una strada per la fratellanza e la cooperazione, grazie alla quale poter vivere una esistenza più dignitosa e mettere a frutto pienamente le proprie capacità per il bene della collettività. Questa seconda via include lidea di una società eco-sostenibile improntata alla qualità dello sviluppo, fondata sullattenzione verso le persone e non, primariamente, verso i beni. Essa include una considerazione particolare nei riguardi di uneconomia che evolve in armonia con lambiente e nei riguardi delle potenzialità delluomo, il quale rivela la parte migliore della sua natura quando va incontro ai bisogni degli altri e combatte lindifferenza, considerata dai filosofi della condivisione come una vera piaga sociale.

                                     

6. Pedagogia della condivisione: educazione e scuola

Per la filosofia della condivisione, lapprendimento è sempre unesperienza profondamente sociale e colui che impara, migliora se stesso per partecipazione. Leducazione convenzionale promuove il concetto di istruzione come esperienza privata, in realtà il pensiero si forma tanto nellindividuo quanto fra individui. Anche quando un uomo ha momenti di profonda riflessione intima e personale, la sostanza dei suoi pensieri è connessa, in un modo o nellaltro, a precedenti esperienze condivise con altri attraverso le quali ha interiorizzato significati collettivi. I filosofi della condivisione enfatizzano labbattimento delle barriere e il coinvolgimento dellaltro in comunità più distribuite e aperte alla collaborazione, in ambito sia reale sia virtuale. Guardano con grande attenzione il mondo della scuola, in cui è possibile portare avanti una pedagogia della condivisione, attenta ai lavori e ai bisogni del gruppo, alle sue potenzialità e alla cooperazione fra le diverse parti che lo compongono. Si tratta di una pedagogia che rigetta la competizione e persegue l "unità nella diversità", che pone al centro i valori della solidarietà, del rispetto degli altri e delloperare insieme facendo leva sulle risorse di ogni suo membro, che è unico e irripetibile. Nella scuola possono essere insegnati e fatti propri quegli atteggiamenti collaborativi con i quali gli adulti del domani si dovranno inevitabilmente confrontare nella risoluzione di problemi importanti e si può favorire lemergere di una nuova sensibilità ecologica. Lo studioso in scienze sociali e delleducazione Dario Arkel sottolinea la necessità di una pedagogia della condivisione secondo la quale "il cammino verso la convivenza non può prescindere dallapertura verso gli altri e verso la natura nei suoi aspetti evolutivi specificamente nel senso collaborativo". Esattamente al pari di un essere vivente, il pianeta deve essere preservato e necessita del suo riposo, della possibilità di guarire dalle ferite e di sviluppare appieno le sue potenzialità: "la deforestazione, la continua emissione di gas nocivi nellatmosfera, limperitura rincorsa ad accaparrarsi quanto resta delle cosiddette risorse energetiche, lavvelenamento costante delle acque – questioni tutte figlie di sistemi economici che badano allimmediatezza del guadagno – sono il sintomo che in taluni ambiti non si bada al rispetto della Terra e che essa è per alcuni solo un elemento da trasformare. Ma la Terra è il respirare delluomo, e lovvietà ci dice che la sua distruzione porta alla fine del tutto". Leconomista Jeremy Rifkin spiega come la condivisione abbia un risvolto concreto nellinsegnamento delle nuove generazioni e nei settori educativi. Preoccupati per la direzione verso cui la società dei consumi sta procedendo, gli insegnanti e gli educatori avrebbero cominciato a chiedersi se la missione principale delleducazione debba essere solo quella di far diventare economicamente produttivi gli studenti. Rifkin si domanda se non si dovrebbe dedicare altrettanta attenzione allo sviluppo delle pulsioni empatiche innate dei giovani e delle connessioni biofiliche, in modo da prepararli a pensare e ad agire come parte di una famiglia universale che include non solo il proprio prossimo, ma anche tutte le altre creature. Egli ritiene che una nuova generazione di educatori stia iniziando a decostruire i processi di apprendimento in aula che hanno accompagnato il passato, e a ricostruire lesperienza educativa lungo linee pensate per incoraggiare lo sviluppo di un Sé ecologico esteso. Lapproccio dominante allinsegnamento, dallalto verso il basso, il cui obiettivo è formare un essere competitivo e autonomo, sta cominciando a cedere il passo a unesperienza educativa distribuita e collaborativa concentrata sullinstillare il senso della natura sociale della conoscenza. In questa nuova ottica lintelligenza non rappresenta una risorsa che si accumula ma, al contrario, unesperienza condivisa distribuita fra le persone. Il nuovo approccio allistruzione rispecchierebbe il modo in cui una nuova generazione impara e scambia informazioni, idee ed esperienze attraverso Internet, in spazi educativi open source e nellambito dei social media. Un apprendimento distribuito e collaborativo prepara secondo Rifkin anche la forza lavoro del ventunesimo secolo a uneconomia nuova che agisce sulla base dei medesimi principi. Secondo la pedagogia della condivisione, la scuola deve porsi come obiettivo quello di educare la mente, il corpo e il cuore degli allievi, prendendosi cura di tutte le dimensioni della persona in unottica integrale e armonica. La pedagogia della condivisione rifiuta quel tipo di istruzione parziale e superficiale spendibile solo sul mercato del lavoro e inservibile per tutte le altre dimensioni dellesistenza. I bambini e i ragazzi devono essere aiutati da insegnanti ed educatori non solo sul piano cognitivo, ma anche su quello emotivo e relazionale. Oltre le abilità cognitive, viene dato ampio spazio allempatia, alla solidarietà, allintegrità morale e alla tenacia delle giovani generazioni. La pedagogia della condivisione considera la scuola come il luogo in cui si educa insieme per educare meglio. Secondo lo psicologo e pedagogista Mario Polito, la diversità di risorse personali, di emozioni, di esperienza, di visioni del mondo, arricchisce levento educativo, specialmente se i docenti sono consapevoli del proprio singolare apporto e lo considerano importante, anche se limitato e bisognoso del contributo degli altri insegnanti ed educatori. Uno studente è istruito meglio, quando riceve indicazioni di metodo di studio differenti dai suoi insegnanti, ma tutte focalizzate alla sua crescita, alla scoperta dei suoi talenti, alla valorizzazione delle sue varie forme di intelligenza. Educare insieme nella scuola risulta possibile se i docenti sanno collaborare fra loro, comunicare e condividere la propria esperienza e riconoscersi bisognosi gli uni degli altri. Linsegnamento delle diverse materie di studio e leducazione emotiva e relazionale, da cui emerge unimportante rivalutazione dellattività degli educatori e degli psicologi che lavorano nella scuola, non sono due elementi separabili ma procedono di pari passo, uno non può fare a meno dellaltra. Essi sono inoltre considerati unimpresa essenzialmente comunitaria, solidale e cooperativa. Secondo la pedagogia della condivisione, un bravo insegnante è innanzitutto un bravo educatore, indipendentemente dalla disciplina insegnata. Egli non solo ama ciò che insegna ma mette i suoi allievi nella condizione di amare ciò che viene loro trasmesso. Insiste sulla capacità di collaborare per raggiungere obiettivi comuni e per promuovere un clima positivo allinterno del gruppo in cui opera. Egli fa il possibile per attivare quelle risorse della classe in grado di gestire al meglio le situazioni di disagio e di demotivazione che possono inficiare un clima di apprendimento positivo. Un bravo insegnante pone al centro della sua professione il rispetto e lamore per ciò che fa e per i suoi allievi, vede ogni studente come un essere umano meritevole di stima, rispetto e attenzione e, nel riconoscimento della diversità di ciascuno, ne valorizza al meglio le capacità personali. La pedagogia della condivisione si pone poi come scopo quello di favorire un dialogo più attento fra la scuola e la famiglia. Il tempo che il docente dedica alla cura della relazione con le famiglie rappresenta infatti una fondamentale opportunità di crescita e di confronto reciproco. Da qui la necessità, secondo i filosofi, gli educatori e gli psicologi che si ispirano a tale pedagogia, di ricostruire su basi più solide una cooperazione più stretta fra genitori e personale scolastico. I genitori non possono delegare tutte le loro funzioni educative alla scuola, la quale, a sua volta, non può prescindere da coloro che le affidano i propri figli per una educazione completa. La scuola e i genitori devono aiutarsi reciprocamente nel compito di sostenere ed educare il bambino e ladolescente. Grazie comunque a un lavoro di collaborazione con i genitori dellallievo è possibile individuare con più facilità non solo le problematiche che questi può incontrare durante il suo percorso scolastico, ma anche e soprattutto quegli elementi che stimolano il suo apprendimento, la sua motivazione e il suo entusiasmo a scuola. Solo nel momento in cui viene posta una seria attenzione e cura verso lapprendimento degli studenti è possibile dare vita a unintesa e a un rapporto più costruttivo con i genitori, i quali possono così sentire di non essere soli nel loro compito educativo. A tale proposito, lo studioso della condivisione Andrea Braggio sostiene che lattuale insicurezza nei confronti del futuro non debba diminuire gli sforzi e limpegno dei singoli e dei gruppi per proteggere la famiglia, la quale avrebbe un ruolo unico e insostituibile nel trasmettere il dono della vita e nelloffrire il miglior ambiente per leducazione dei bambini e per un loro positivo ingresso nella società. La pedagogia della condivisione riconosce infatti come la prima scuola per la formazione morale, religiosa e per la trasmissione dei valori più cari sia la famiglia, che è comunità di vita e di amore. In un mondo segnato da una grave crisi globale, nel quale sembra venire meno la funzione portante di molte istituzioni e la qualità della vita soprattutto urbana si deteriora in modo impressionante, la famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, può e deve diventare un luogo di autentica serenità e di crescita armoniosa; e questo, non per isolarsi in forme di orgogliosa autosufficienza, ma per offrire al mondo una luminosa testimonianza di quanto sia possibile il recupero e la promozione integrale delluomo, se questa ha come punto di partenza e di riferimento i valori della condivisione, dellamore e della solidarietà.



                                     

7. Famiglia e buona reciprocità

La filosofia della condivisione individua il superamento dell homo oeconomicus e la valorizzazione di empatia, socialità, reciprocità, attraverso il dono come dimensione fondamentale e inalienabile della vita e della cultura. Il dono sincero di sé è anche il cuore del patto coniugale, che nasce dalla libertà ma ha la stringenza del vincolo: esso per fiorire e svilupparsi necessita di attenzione, cure e responsabilità. Istituto basilare per lesistenza stessa della società, la famiglia è per questa corrente di pensiero un valore da difendere. Non vi sarebbe infatti campo migliore per educare luomo che la vita familiare, con i suoi rapporti vincolanti, gli adattamenti che richiede, i sacrifici e il servizio che impone, le opportunità che offre alla piena espressione di ogni parte della natura umana. Lattenzione che la filosofia della condivisione pone nei riguardi della famiglia ha proprio a che fare con lethos su cui questa si fonda, che non è una contabilità, un modo di pensare legato allo scambio di mercato, ma la consapevolezza di ciò che della persona e tra le persone non è negoziabile: la dignità, il rispetto, laccettazione dellaltro prima delle sue possibili prestazioni. La cura e lamore per la persona sono qui doni liberamente e reciprocamente elargiti, alieni cioè da quel calcolo utilitaristico che oggi domina incontrastato ogni aspetto della vita. La famiglia, che consiste e richiede un patto tra un uomo e una donna, sulla base di una reciproca e libera scelta e una relazione generativa, almeno come progetto, rappresenta il luogo privilegiato della condivisione di progetti, sogni e responsabilità, dove uomini e donne insieme si prendono cura della reciproca differenza. Essa evoca un orizzonte di vita comune che attiene al modo di stare al mondo e in essa luomo dà forma alla sua esistenza, la orienta lungo una via peculiare, accoglie e riconfigura quel dono ricevuto che è la vita stessa.

Secondo la filosofia della condivisione, luomo moderno deve riscoprire nella famiglia letica del dono e della condivisione perché possa di nuovo concepire il legame con laltro come costitutivo di sé, come fonte della sua realizzazione e non come una limitazione della sua espressione. Alla famiglia sarà sempre più richiesto di mettere a disposizione la qualità umana dei suoi rapporti come modello del vivere sociale. La dimensione umanizzante di questo soggetto sociale, capace di promuovere stili di vita orientati al pieno riconoscimento di ciascuno, si collega a quel "nuovo umanesimo della responsabilità", che guarda alle dimensioni della nascita, della cura e dell incontro come a fattori indispensabili per un ripensamento della società attuale: "Nel primo caso abbiamo larte e tutte le attività creative, nonché il lavoro quando è innovazione e produzione non distruttiva. Nel secondo caso troviamo invece le attività familiari, quelle educative e il lavoro stesso quando ha la fisionomia dei servizi e della manutenzione di strutture, luoghi e oggetti. Nel terzo caso possiamo riferirci alla vasta e multiforme vita di relazione degli esseri umani, comprese, ad esempio, lesperienza religiosa e la conoscenza quando è intesa come scoperta e partecipazione alla complessità dellessere". Mondo vitale alimentato dalla reciproca gratuità, la famiglia viene dunque concepita come portatrice di valori che, proiettati e applicati allumanità, cambieranno il mondo di domani. Riconoscere, promuovere e servire la famiglia, in ultima analisi, può dunque tradursi in un autentico servizio allintera società. Da qui limportanza di far crescere una cultura del dono e della condivisione, che stabilisca il primato della persona sulla finanza, leconomia e i mercati finanziari e orienti nuovi comportamenti; una cultura che animi incisive politiche sociali e alimenti la formazione e leducazione delle giovani generazioni in difesa della famiglia, che oggi si trova a vivere in condizioni di vita sempre più disagiate a causa "di un mercato che ha trasformato tutto e tutti in merce di scambio, generando un malessere generale che va ben oltre la crisi economica che stiamo attraversando".

Nonostante da più parti venga difesa lidea che la famiglia non sia un "dato" che permanga inalterato nel tempo, ma sarebbe al contrario un "divenuto" storico, sociologico, culturale e che, di conseguenza, non si possa ricondurre listituzione familiare a ununica definizione, come se essa rispecchiasse unessenza naturale immutabile e metastorica, diversi interpreti della filosofia della condivisione tendono a rivalutare il modello tradizionale di famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna come esperienza "di coinvolgimento comunitario che impegna la vita nella reciprocità, nella condivisione, nella comunione". Su questa linea si muove per esempio il filosofo Roberto Mancini, che in Italia è un precursore indiscusso della filosofia della condivisione. Egli ha offerto negli anni numerosi contributi sui temi del dono, della gratuità e della condivisione come elementi di una cultura che custodisce in sé le fonti spirituali, culturali e motivazionali per dare corso a quel cambiamento di civiltà che costituisce la sola risposta adeguata alla crisi che tuttora arresta il cammino dellumanità. A partire da Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione 1996, Mancini porta avanti una riflessione personale che vede nella famiglia una forma di libera costruzione comunitaria dellesistenza "dove si impara a condividere" e la reciprocità sponsale non come fusione nellindistinto né come mera complementarità, ma come comunione interpersonale. La sponsalità ha luogo nellincontro di due esseri distinti e autonomi, non scaturisce dalla somma di due mezze-persone, ma dalla libera unione di due persone intere, la cui donazione vicendevole fa emergere lidentità di ciascuno. Il fatto che si tratti dellunione di un uomo e di una donna costituisce, a suo giudizio, "il simbolo universale di una comunione che non sopprime le differenze né le irrigidisce nella divisione dei ruoli". La differenza sessuale non sarebbe semplicemente un accidente o un dato trascurabile, ma comporterebbe una storia, una prospettiva, un modo dessere distinti, anche se inseparabili. Relativamente a questo, le due posizioni da evitare sarebbero, da un lato, una visione che annulla le differenze e, dallaltro, una concezione che le cristallizza negli stereotipi della tradizione sessista e maschilista. Una via alternativa a questi due estremi muove dal riconoscimento e dallaccettazione delle differenze stesse assumendole, nel contempo, in una dinamica comunicativa. Tratti peculiari come laccoglienza, la tenerezza, la capacità di dare e di coltivare la vita, lattenzione allaltro nella sua concretezza sono riconoscibili come appartenenti allesperienza femminile, ma non come li penserebbe la nostra tradizione androcentrica, la quale poco importa se ritenuti inferiori o complementari li vede come separati rispetto ai tratti presunti della maschilità, come lintraprendenza, il coraggio, la forza. Secondo Mancini, il "mondo" concepirebbe la differenza sessuale in senso esclusivo, così che la differenza biologica è estesa e spiritualizzata in categorie e atteggiamenti solo maschili o solo femminili: "Nella prospettiva della separazione e dellantagonismo – ove lidentità della persona è sempre intesa come esclusiva e mai come inclusiva e comunicativa – queste risorse ed attitudini finiscono per diventare una gabbia cui ciascuno è destinato a seconda del proprio sesso. Invece, nella prospettiva relazionale della gratuità – in cui lidentità giunge a maturità nella comunicazione di ciò che si è – esse fioriscono e sono condivise come doni che possono reciprocamente essere fatti ed accolti, insegnati ed appresi".

In La buona reciprocità. Famiglia, educazione, scuola 2008, Mancini riflette sul fatto che la famiglia sia oggi aggredita da una crisi che tocca i processi di formazione del tessuto stesso della società e che aggrava nel perdurare della mancanza di una vera alternativa tra individualismo e massificazione. Questa alternativa può avere luogo nelle molteplici forme dell esistenza comunitaria aperta e nel suo stile di condivisione liberante e umanizzante: "È il modo del coinvolgimento solidale nella vita di altri, è lo stile della condivisione, è la scelta sistematica di assumere il criterio dei ragazzi di Don Milani, I care ": la vita comune, oltre il confine del mio essere individuale e anche della mia famiglia, mi sta a cuore e mi faccio carico delle sue esigenze e del suo valore. Attenzione alle relazioni e agli incontri, ascolto, dialogo, generosità, ospitalità, cura del bene comune, condivisione, corresponsabilità sono gli ingredienti essenziali dellesistenza comunitaria aperta come stile di vita. Uno stile che poi potrà e dovrà concretizzarsi in istituzioni, tradizioni, luoghi, comunità specifiche. In un simile orizzonte singoli, famiglie di vario tipo, gruppi, associazioni, comunità, istituzioni – ciascuno per quanto gli è proprio – possono tutti liberamente concorrere a formare e a rigenerare un tessuto comunitario per la società". Non si tratta dunque di mera coesistenza, di contiguità spaziale, di collaborazione vantaggiosa e necessaria per sopravvivere. Elemento vitale più adeguato per lumanizzazione di individui e collettività, l esistenza comunitaria aperta è anzitutto un modo di esistere, che ha il suo nucleo propulsivo nella logica e nelle esperienze di quella che Mancini definisce buona reciprocità. Vari equivoci si addensano sulla reciprocità, che viene per lo più scambiata con una simmetria di prestazioni, di ruolo, di scelte, di posizioni esistenziali: "Essa è irriducibile alla semplice simmetria di posizione – che prevede lobbligo di uguaglianza in tutto tra i partner della relazione e la sua infinita ricostituzione –, alla mera simultaneità – due o più soggetti che fanno luno verso laltro la medesima cosa nello stesso tempo –, alla complementarità – dove ognuno mette una parte che poi forma ununica totalità, in una sorta di divisione dei compiti –, allo scambio commerciale – nel quale semmai ogni parte cerca un vantaggio sullaltra: lo sconto se compra, il profitto se vende –". Lequivoco che induce a rendere antagonisti reciprocità e comunità si supera quando si giunge nel coinvolgimento di ognuno nel cammino dellaltro in modo tale che ricevere, avere, ricomunicare ed essere insieme siano "una stessa dinamica fluida e onnilaterale". La reciprocità accade grazie alla pienezza della relazione, in cui ciascuno "è presenza viva e preziosa per laltro e condivide liberamente, in misura variabile e imprevedibile, ciò che è, ciò che sente, ciò che sa, ciò che ha". La logica della buona reciprocità, che vive di gratuità e di libertà solidale, rappresenta dunque un modo di stare insieme nel quale ciascuno arriva a condividere ciò che è, il proprio modo dessere, di sentire e di pensare, imparando nel contempo ad avere cura della relazione. Essa è "condivisione intersoggettiva del bene" o "libera condivisione dessere tra persone che sono, ognuna, trascendenza, ossia esseri unici e originali, consapevoli e deliberanti, liberi e capaci di amare anche sino a raggiungere un amore purificato da ombre, contraddizioni, violenze, ossia sino a vivere un amore generoso, creativo, fedele, misericordioso, come molte fedi attestano che sia lamore di Dio". La buona reciprocità non va concepita come un modello teorico ottimale ma poco realistico; non chiede alluomo di essere perfetto, invulnerabile o eroico, ma lo invita a immettere qualcosa di buono, qualcosa di suo nel circuito delle relazioni di cui partecipa. È una corrente qualitativa delle relazioni che, per quanto rimanga latente, ignorata o negata nei rapporti, accompagna il cammino delluomo ed è per lui una possibilità che attende di essere presa sul serio. Mancini è però consapevole del fatto che un simile modello è oggi raro nelle situazioni quotidiane e che ciò è senza dubbio imputabile a una crisi delleducazione su cui incide una cultura che ha accordato il primo posto al denaro e alleconomia, facendo mancare uno spazio adeguato di riconoscimento al valore degli esseri umani. È però nelleducazione che risiederebbe "la condizione concreta del realizzarsi e del rigenerarsi della buona reciprocità, la quale a sua volta costituisce il dinamismo fondamentale delle relazioni effettivamente educative". Leducazione è il terreno decisivo dellattuazione del cambiamento che può portare luomo a unindispensabile presa di distanza rispetto alla mentalità dominante, al paradigma economico vigente e, più radicalmente, rispetto alla convinzione che la civiltà del capitale e della competizione sia naturale, razionale e senza alternative: "Servono gruppi, comunità, associazioni, sindacati, partiti e istituzioni che siano lucidamente impegnati a coltivare una socialità cooperativa. Soggetti collettivi che, pur da angolature e con sensibilità anche molto diverse, convergano però su unautentica visione della società, riguardandola come ununica comunità umana, che respira e vive in stretta relazione dinterdipendenza con il mondo naturale, e non più come un gigantesco, insensato mercato". Entra così in gioco quel "nuovo umanesimo della responsabilità" che coniuga la riflessione teorica delluomo allagire politico in senso ampio, la lucidità di lettura del reale allimpegno personale e collettivo, per "comprendere quale sia la parte che ciascuno può svolgere per cambiare le cose e scegliere responsabilmente di fare questa parte fino in fondo".

                                     

8. Il diritto al cibo

Secondo il filosofo Andrea Braggio, la commercializzazione avrebbe trasformato luomo in un numero, una statistica senza scopo, una pedina sulla scacchiera delle forze di mercato e dei profitti aziendali. La commercializzazione dei concetti, dei valori, dei modi di guardare il mondo avrebbe permeato tutti gli aspetti della vita. Leconomia commerciale e la necessità dei profitti sarebbero diventati la norma in politica, nella salute, nellistruzione e nei trasporti. Si sarebbero infiltrate e avrebbero controllato ciascuna di queste attività di servizio essenziali per lumanità. A suo giudizio, luomo vede e valuta ora il mondo attraverso il prisma difettoso dei mercati e in ciò risiederebbe il suo sprofondamento nellinfelicità, nel credere per esempio che la gioia passi attraverso il possesso di oggetti o che tutto abbia un prezzo. Incapace di emergere pienamente, il grande potenziale di ogni uomo sarebbe bloccato dallattuale sistema economico e dai suoi valori di riferimento. La vita delle persone sarebbe sotto il dominio delle logiche di un mercato che però non avrebbe alcun riguardo né delluomo né dellambiente in cui luomo vive. Questo avrebbe agevolato una sorta di processo di smarrimento, in cui le persone avrebbero presto ignorato le altre dimensioni dellessere umano: la spiritualità, la socialità, l affettività, la gratuità. Tutti questi fattori insieme troverebbero piena espressione e verrebbero riassunti nella condivisione, che può esplicarsi sia come accesso comune a un patrimonio di nozioni e conoscenze, sia come equa distribuzione di beni materiali come il cibo. La condivisione non è dunque considerata come un vago ideale, ma come un principio guida per la condotta, capace di promuovere e favorire in modo concreto la pace le giuste relazioni fra gli uomini. Gli esseri umani si troverebbero in una delicata fase di transizione storica che segnerebbe il passaggio da un modello socioeconomico ormai in declino compresi i valori di cui è portatore a un modello nuovo in grado di garantire loro la sopravvivenza, e non solo un miglioramento delle condizioni di vita; un modello, questultimo, che poggia sulla cooperazione fra gli uomini e sulla condivisione delle risorse mondiali. Per Braggio luomo non riconoscerebbe però neanche più queste necessità che, inappagate, genererebbero un profondo senso di insoddisfazione e di vuoto interiore. Molto spesso luomo tenterebbe di mettere a tacere questa sofferenza con il solo modo che conosce: la corsa agli acquisti. Gli uomini vivrebbero in un "arido deserto" e nella maggior parte dei casi non si interrogherebbero sulla possibilità di uscirne, sul perché lattuale società consumistica votata al profitto li avrebbe lasciati privi di ciò che li rende umani: la felicità, la soddisfazione creativa, la disposizione a rispondere ai bisogni reciproci e la libertà. Nonostante credano di essere libere, le persone sarebbero schiave di un sistema "che tratta la vita come una merce, dà un prezzo a ogni cosa e considera tutti i problemi risolvibili in termini di marketing". La filosofia della condivisione ritiene però che un numero sempre maggiore di individui in tutto il mondo si starebbe accorgendo dellimportanza di denunciare linganno di un mal sviluppo che si spaccia per benessere; dellesigenza di costruire modelli di vita alternativi a quello dominante, in grado di soddisfare in maniera equilibrata tutte le esigenze delluomo. Le persone si starebbero rendendo conto che il benessere si raggiunge solo in parte con la disponibilità di beni e molto di più organizzando il tempo in modo da lasciare più spazio alle relazioni familiari e sociali, mettendo a frutto i propri talenti mentre si serve il prossimo. Emerge lidea di poter vivere una vita più appagante in una società in cui laltruismo e la solidarietà prevalgono sullegoismo e lindividualismo, la collaborazione sulla competizione sfrenata, la condivisione sullavidità, limportanza della vita sociale sul consumo illimitato, il gusto della bella opera sullefficienza produttivistica, il relazionale sul materiale. È laffermarsi di un uomo nuovo, diverso dal passato, capace di proteggere i suoi simili, di prendersi cura di loro e dellambiente da cui tutti dipendono. Laffermarsi di questa antropologia, che dà valore alluomo in quanto creatura che si fa carico del benessere dei suoi simili, porta al riconoscimento del primo fondamentale diritto da tutelare: il diritto al cibo.

Rispettare, proteggere e attuare il diritto ad avere cibo adeguato accanto agli altri diritti è un tema centrale nella riflessione di questa corrente di pensiero. I filosofi della condivisione ritengono che sia necessario un sistema alimentare sano per affrontare le sfide urgenti del nostro tempo. I costi crescenti dellenergia e del cibo, un clima che cambia, minori riserve di acqua, una popolazione in crescita e il paradosso della fame e dellobesità diffuse impongono un approccio radicalmente diverso al cibo e allagricoltura. Il sistema alimentare deve essere riorganizzato sulla base della salute: per le comunità, per le persone, per gli animali e per il mondo naturale. La qualità del cibo, e non soltanto la sua quantità, dovrebbe orientare lagricoltura. Il modo in cui luomo produce, distribuisce e prepara il cibo deve onorare le diverse culture, fornendo non solo un sostentamento ma anche giustizia, bellezza e piacere. I filosofi della condivisione ritengono che i governi abbiano il dovere di proteggere la popolazione dalla malnutrizione, dal cibo malsicuro e dallo sfruttamento e di difendere dal degrado la terra e lacqua da cui luomo dipende. Individui, produttori e organizzazioni hanno il dovere di creare sistemi regionali in grado di rispettare e onorare i lavoratori della terra senza i quali nessuno sopravviverebbe. Il regime controllato delle multinazionali, che domina i sistemi alimentari del pianeta, è distruttivo dal punto di vista ambientale, volatile dal punto di vista finanziario, e ingiusto dal punto di vista sociale. Secondo i filosofi della condivisione, è ben documentato il suo ruolo nellavere determinato la crisi alimentare globale. Purtroppo, le soluzioni proposte dalle varie istituzioni prevedono lulteriore sviluppo delle medesime tecnologie distruttive, dei mercati globali e del potere deregolamentato delle multinazionali, che sono allorigine della crisi alimentare. Quello che invece servirebbe è una visione capace di produrre soluzioni reali: non da parte degli attori e delle istituzioni che causano i problemi, ma da parte di coloro che sono più colpiti dalla povertà e dalla fame causate dal regime alimentare controllato dalle multinazionali. Per risolvere la crisi alimentare occorre trasformare il sistema alimentare. Anziché limitarsi ad aumentare gli aiuti, imporre sempre più libero mercato, sfruttare mezzi tecnici o puntellare in altro modo un sistema disfunzionale, per mettere fine alla fame bisogna ristrutturare i modi in cui si produce, trasforma, distribuisce e consuma il cibo. È dunque vista favorevolmente la richiesta di un cambiamento di paradigma locale e globale in direzione di una sovranità alimentare. Essa consiste nel diritto delle persone ad avere cibo sano e culturalmente appropriato prodotto con metodi ecologicamente sani e sostenibili e il loro diritto di delineare i propri sistemi alimentari e agricoli. La produzione e il consumo del cibo si basano in misura fondamentale su considerazioni locali. Una risposta allodierna crisi alimentare e a quelle future è possibile soltanto con un cambiamento di paradigma in direzione di una sovranità alimentare generale. Piccoli agricoltori, pastori, pescatori, popolazioni indigene e altri hanno delineato un sistema alimentare fondato sul diritto umano ad avere cibo adeguato e su politiche di produzione alimentare che aumentano la democrazia in sistemi alimentari localizzati e garantiscono la massimizzazione delluso sostenibile delle risorse naturali. La sovranità alimentare tiene in considerazione tutti i problemi ricorrenti individuati dalla World Food Conference del 1974. Mette al centro il cibo per le persone; valorizza i fornitori di cibo; localizza i sistemi alimentari; garantisce il controllo della comunità e collettivo sulla terra, lacqua e la diversità genetica; onora e accresce il sapere le capacità locali; lavora con la natura. La sovranità alimentare è in netto contrasto con le attuali politiche neoliberiste sul commercio e gli aiuti che pretendono di affrontare la questione della sicurezza alimentare del mondo. Queste politiche escludono alcuni attori; sono indifferenti a coloro che producono il cibo; tacciono sul dove e il come è prodotto o consumato; e fin dagli anni Settanta si sono dimostrate fallimentari. Secondo i filosofi della condivisione, i governi le istituzioni internazionali devono rispettare e adottare la sovranità alimentare. Essi ritengono inoltre che il diritto al cibo prevalga sugli accordi commerciali e altre politiche internazionali. Nellattuale emergenza alimentare i negoziati commerciali relativi al cibo e allagricoltura devono cessare e deve iniziare il lavoro per un nuovo dialogo sul commercio sotto gli auspici dellOnu. Le politiche di aggiustamento strutturale imposte dalla Banca mondiale e dal Fmi, laccordo sullagricoltura della Wto e il paradigma del libero mercato hanno minato le economie locali e nazionali, eroso lambiente e danneggiato i sistemi alimentari locali provocando lodierna crisi alimentare. I filosofi della condivisione approvano in pieno i dodici princìpi della dichiarazione per un cibo e unagricoltura sani che devono orientare la politica alimentare e agricola per fare sì che contribuisca alla salute e alla ricchezza delle nazioni e del mondo. Una politica alimentare e agricola sana: costituisce il fondamento di società sicure e prospere, comunità sane e persone sane; dà a tutti accesso a cibi acquistabili e nutrienti; impedisce lo sfruttamento degli agricoltori, dei lavoratori e delle risorse naturali, il predominio dei genomi e dei mercati e il trattamento crudele degli animali da parte di qualunque nazione, società o individuo; accresce la dignità, la sicurezza e la qualità della vita di tutti coloro che lavorano per nutrire gli altri; impegna risorse per insegnare ai bambini le tecniche le conoscenze essenziali per la produzione, la preparazione, la nutrizione e il piacere del cibo; protegge le risorse finite dei suoli produttivi, lacqua dolce e la diversità biologica; cerca di eliminare i combustibili fossili da ogni anello della catena alimentare e di sostituirli con risorse ed energie rinnovabili; prende spunto da una base biologica anziché industriale; alimenta la diversità in tutte le sue forme: diversità delle specie domestiche e selvatiche, diversità dei cibi, dei sapori e delle tradizioni, diversità della proprietà; richiede un dibattito nazionale sulle tecnologie impiegate nella produzione e permette alle regioni di adottare proprie linee guida in questo campo; impone la trasparenza affinché i cittadini sappiano comè prodotto il cibo che mangiano, da dove viene e che cosa contiene; promuove strutture economiche e sostiene programmi per agevolare lo sviluppo di reti regionali di fattorie e il cibo giusto e sostenibile. Questi dodici princìpi includono la questione di sensibilizzare lopinione pubblica sul diritto al cibo, sul diritto di essere liberi dalla fame. Sebbene il diritto al cibo sia inserito da oltre 60 anni nel diritto internazionale, è violato sistematicamente per quasi un miliardo di persone. La dichiarazione universale dei diritti delluomo del 1948, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali International Covenant on Economic Social and Cultural Rights, Icescr e la Convenzione sui diritti dellinfanzia, tra gli altri, propugnano il diritto al cibo. Esso è stato definito legalmente dal Committee for Economic, Social and Cultural Rights degli Stati Uniti 1999 come "il diritto di ogni uomo, donna e bambino soli e in comunione con altri di avere sempre accesso materiale ed economico a cibo sufficiente o ai mezzi per procacciarselo in modo conforme alla dignità umana". Secondo i filosofi della condivisione, poiché la grande maggioranza di coloro che soffrono la fame nel mondo sono piccoli contadini o lavoratori senza terra, il diritto al cibo deve essere inteso come diritto a nutrire sé e la propria famiglia. LIcescr sottolinea tre responsabilità specifiche dello Stato: rispettare, tutelare e tradurre in pratica il diritto al cibo. Le prime due implicano che i governi devono fare sì che né lo Stato né gli individui facciano alcunché che privi le persone dei mezzi per nutrirsi. Le responsabilità di rispettare e tutelare sono fondamentali per il concetto di diritto legale al cibo, che spesso è interpretato falsamente come il diritto di ricevere cibo o aiuti alimentari. Lobbligo di tradurre in pratica il diritto al cibo significa che i governi devono facilitare laccesso al cibo e alle risorse per produrre cibo, e quando laccesso non è possibile con i propri mezzi i governi hanno la responsabilità di fornirlo direttamente.

                                     

9.1. Bibliografia di Karl Polanyi Pubblicazioni in inglese

  • The Great Transformation, Boston, Beacon Hill, 1957.
  • Aristotle and Economic Theory, in M. H. Fried, Readings in Anthropology, vol. 2, New York, Crowell, 1959, pp. 161–184.
  • Karl Polanyi, Abraham Rotstein, Dahomey and the Slave Trade: an Analysis of an Archaic Economy, Seattle-London, University of Washington Press, 1966.
  • Karl Polanyi a cura di, Aristotle Discovers the Economy, Arensberg, Pearson, 1957.
  • Karl Polanyi a cura di, Trade and Market in the Early Empires: Economies in History and Theory, New York, Free Press, 1957.
  • The Economistic Fallacy, in "The Review", 1977, 1, n. 1, pp. 9–18.
  • Our Obsolete Market Mentality, in "Commentary", 1947, vol. 3, n. 2, pp. 109–117.
  • The Great Transformation. The Political and Economic Origins of Our Time, New York-Toronto, Rinehart, 1944.
                                     

9.2. Bibliografia di Karl Polanyi Pubblicazioni in italiano

  • Economie primitive, arcaiche e moderne, Torino, Einaudi, 1980.
  • La libertà in una società complessa, Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
  • I due significati di economico in Karl Menger, in "Inchiesta", 1997, vol. 27, pp. 100–107.
  • Controrivoluzione, in "Scienza e politica", 1989, vol. 1, pp. 119–125.
  • Conrad M. Arensberg, Harry W. Pearson, Karl Polanyi, Traffici e mercati negli antichi imperi: le economie nella storia e nella teoria, Torino, Einaudi, 1978.
  • Il ruolo delle economie nelle società antiche, Torino, Einaudi, 1983.
  • La sussistenza dell’uomo. Il ruolo dell’economia nelle società antiche, Torino, Einaudi, 1988.
  • Sul feticismo della merce, in "Inchiesta", 1997, vol. 27, pp. 95–99.
  • Guerre esterne e guerre civili, Roma, Donzelli, 1995.
  • Karl Polanyi, Abraham Rotstein, Il Dahomey e la tratta degli schiavi: analisi di un’economia arcaica, Torino, Einaudi, 1987.
  • Marxismo e cristianesimo, in "Inchiesta", 1997, vol. 27, pp. 94–95.
  • La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 1974.


                                     
  • ed ancora dal sociologo Pierre Bourdieu. In sociologia l habitus è la condivisione di uno spazio sociale che permette di avere una medesima percezione delle
  • si è data una veste anche formale nel 1996 ed è cresciuta grazie alla condivisione di grandi ideali e all aspirazione di vivere coerentemente scelte religiose
  • Carlo Cantoni, Corso elementare di filosofia ed. Vallardi, Milano, 1870, p.111 Nella Enciclopedia Garzanti di Filosofia il termine comprensione rimanda
  • attenzione ai fondamenti epistemologici della filosofia classica e ne rintraccia gli stretti rapporti con la filosofia indiana e la tradizione sapienziale
  • di condivisione di una moralità sostanziale ma la caratteristica delle società liberali è piuttosto la presenza di più comunità di condivisione di valori
  • fittizio, di consapevolmente costruito per essere ammessi nella sfera di condivisione come individui vuoti l unencumbered self di cui parla Sandel nudi
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