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ⓘ Antropologia delle tecniche




Antropologia delle tecniche
                                     

ⓘ Antropologia delle tecniche

L antropologia delle tecniche è un campo dellantropologia che si occupa di evoluzione, storia, usi e funzioni degli oggetti tecnici e delle operazioni e abilità tecniche umane. Termini analoghi sono quelli di cultura materiale e di tecnologia culturale.

                                     

1. Saper fare

In antropologia culturale le tecniche non sono solo gli oggetti prodotti e gli utensili per produrre. La tecnica è soprattutto un saper fare fornito di aspetti cognitivi di previsione e controllo dei processi e dei gesti tecnici. Lantropologia delle tecniche non si limita dunque a una descrizione delle tecniche, ma sinteressa anche degli aspetti cognitivi, a ciò che lhomo faber pensa e sente quando agisce tecnicamente nellambito di un particolare modo di vivere cultura e secondo diversi modi di appartenenza a una società.

Tra il fare e altre dimensioni della vita umana, come i generici pensare, dire e sentire estetico, non è possibile una distinzione o separazione netta e protratta oltre gli scopi di una osservazione approssimata, come rilevato anche dalla semiotica, per esempio in Charles Sanders Peirce che evidenzia limportanza della coerenza, nelluomo, fra ciò che fa e ciò che pensa per esprimere qualcosa che sia intelligibile. Il fare e il dire, lesperire facendo e dicendo, è caratteristica umana importante perché è in questa interazione continua del dire nel fare e del fare nel dire che si costituiscono, si sviluppano e si modificano le pratiche così come i linguaggi gestuali e verbali, i comportamenti le comunicazioni verbali, coagendo anche a livello cognitivo. Sebbene fra il dire e il fare non si possano tracciare confini, i saperi esplicitabili attraverso la dimensione linguistica e i saperi impliciti connessi alla percezione umana, alle abilità apprese e incorporate, alla pratica, allosservazione ravvicinata non sono privi di distinzioni e peculiarità.

Lepistemologo Michael Polanyi, nei due saggi Personal Knowledge. Towards a Post Critical Philosophy del 1958 e in The Tacit Dimension del 1966, individua nella conoscenza, insieme a una dimensione esplicita, anche una dimensione implicita, tacita, che ci consente di conoscere più di quello che si può esplicitare" we can know more than we can tell”, una conoscenza tacita che ha il suo fondamento nella esperienza vissuta e nella dimensione corporea, ineliminabile mezzo di relazione delluomo con la realtà in cui vive. I processi comunicativi codificati e strutturati si poggiano su forme di conoscenza inespresse, pre-linguistiche e, aspetto rilevante, mai del tutto esprimibili, per cui si può affermare che la conoscenza esplicita comprende sempre anche una conoscenza che rimane implicita, precedentemente interiorizzata. Oggetto di conoscenza tacita sono per Michael Polányi le abilità che acquisiamo nella nostra esperienza. Un esempio, diventato classico, è lacquisizione da parte di un soggetto della capacità di andare in bicicletta o di nuotare. Sostiene Polányi che, pur potendo ognuno di noi dire che sa andare sulla bicicletta o che sa nuotare, non potrebbe dire come riesca a mantenersi in equilibrio sulla bicicletta o a galleggiare quando nuota. Labilità acquisita non è in relazione alla capacità di ognuno di noi di dire in che cosa consista e come sia riuscito ad acquisirla. Anche senza conoscere le leggi scientifiche sul moto, noi siamo in grado di diventare degli abili ciclisti e nuotatori, anzi la conoscenza delle leggi sul moto non consente affatto di imparare a nuotare o di andare in bicicletta, perché è lesperienza diretta, la pratica, che ci consente di apprendere la tecnica e di diventare abili. Polányi trasferisce nellambito delle teorie della conoscenza alcune riflessioni della psicologia della Gestalt, che si basavano sullidea che il tutto non fosse formato dalla semplice somma delle singole parti. Polányi sostiene che esiste una dimensione tacita nelle abilità percettive delluomo, che consente di ottenere la comprensione di una fisionomia, una dimensione tacita che funziona come una sorta di" controparte intellettuale della performance di una abilità” Polányi 1962, 603. In sintesi, nella dimensione tacita della conoscenza Polányi inserisce le abilità le competenze che si acquisiscono con lesperienza e che rimangono in buona parte indicibili anche in ambito scientifico; ampia è infatti larte del conoscere che rimane non specificabile. Ciò è connesso alle nostre modalità conoscitive dato che la nostra attenzione può reggere solo un fuoco per volta. La consapevolezza sussidiaria comporta quindi un processo conoscitivo indiretto, che agisce tacitamente, la cui indicibilità però può essere ridotta quando spostiamo lattenzione focale dallentità nella sua interezza ai particolari.

Limpianto epistemico di Michael Polányi fa comprendere quanto il sapere esplicito, dicibile e codificato, incorpori un ampio sapere implicito, non proposizionale, tacito, che come in un iceberg costituisce la parte sommersa che non percepiamo e di cui spesso non abbiamo consapevolezza. Lemergere del sapere esplicito è dovuto alla sommersione di altro sapere che agisce tacitamente: non potrebbe esistere il sapere esplicito se non avessimo incorporato il sapere tacito. La conoscenza di una entità nella sua interezza non può aversi senza lo spostamento della nostra attenzione dai particolari al tutto e senza la sommersione dei dettagli, i quali non vengono dimenticati ma incorporati:" La nostra consapevolezza sussidiaria degli strumenti e delle sonde può essere adesso considerata come latto con cui li rendiamo parti del nostro corpo. Il modo con cui usiamo un martello o un cieco usa il bastone mostra il fatto che in ambedue i casi spostiamo fuori di noi i punti in cui prendiamo contatto con le cose che osserviamo come oggetti al di fuori di noi stessi. Mentre facciamo affidamento su di un arnese o su di una sonda, questi non vengono impiegati come oggetti esterni. Possiamo controllare larnese secondo la sua efficienza o la sonda secondo la sua convenienza, per esempio per scoprire dettagli nascosti di una cavità, ma lo strumento e la sonda non possono mai appartenere al campo di queste operazioni; essi restano necessariamente dalla nostra parte, sono parti di noi stessi in quanto persone operanti. Noi ci trasferiamo in essi e li assimiliamo come parti della nostra esistenza. Noi li accettiamo esistenzialmente collocandoci in esse’.

                                     

2. Lincorporazione

Il processo di incorporazione è un aspetto fondamentale del sapere e del saper fare, o della conoscenza in generale. Quanto il saper fare implicito sia incorporato nei nostri gesti quotidiani e nelle nostre abilità tecniche è stato già oggetto di riflessione da parte di Marcel Mauss, uno dei padri fondatori delletnologia francese, nel saggio su Le tecniche del corpo, e poi soprattutto da parte del suo allievo André Leroi-Gourhan, che sullarticolazione del gesto tecnico e sui processi di acquisizione delle concatenazioni operazionali elementari, per imitazione, per esperienza e tentativi e attraverso la comunicazione verbale, ha costruito la parte più significativa della sua ricerca sulluomo, la memoria e la tecnica.

A questa tradizione scientifica della tecnologia culturale è collegabile anche la tematizzazione sullincorporazione della cultura materiale elaborata da ultimo, tra gli altri, da Giulio Angioni e da Jean-Pierre Warnier, secondo i quali il soggetto umano è tuttuno con i suoi oggetti incorporati, per cui il soggetto è tale perché, grazie alle sue condotte sensorio-motrici, forma una sintesi con i suoi oggetti, la cui materialità, spesso trascurata dalle scienze sociali, è invece, più di qualsiasi altro sistema di segni, protagonista essenziale del processo di soggettivazione, cioè della propria consapevolezza. Warnier spiega come lauto, per chi non sa guidare, pur essendogli familiare, sia un corpo estraneo, ma che quando avrà imparato egli farà tuttuno con lauto e guiderà senza quasi pensare agli automatismi gestuali tanto più quanto avrà imparato bene: avrà cioè realizzato la sua sintesi corporale integrando nel suo corpo una percezione implicita del volume dellauto, della dinamica accelerazione-frenata, della distanza di sicurezza eccetera. Così i saperi impliciti, incorporati, la memoria corporea sono dimensioni che, diventate concatenazioni meccaniche di ragionamenti e di gesti operativi, diventano seconda natura, quasi parte della zona istintuale, mentre la coscienza vigile riaffiora solo in caso di difficoltà, di qualcosa che turbi la normalità, che invece non richiede un comportamento sempre lucido o unattenzione molto sveglia. Le tecniche del fare quotidiano, come quelle di mestiere, di solito chiamate povere, si sono sviluppate in modo autonomo dalla conoscenza e dal discorso che diciamo scientifico o tecnologico, senza apprendimento formale ed esplicito, da maestro ad allievo, di padre in figlio, per inferenza implicita, per impregnazione.

Diventa così importante lo studio delle nozioni implicite e delle abilità incorporate, delle nozioni e delle capacità acquisite nel fare, depositate nella memoria corporea, in quella specie di memoria operativa che fa sì che il corpo possa operare nel lavoro senza il controllo teso e continuo della mente e della volontà, con quel tipo di memoria che permette la prontezza dellanimale che agisce per istinto, memoria corporea. Lagire pratico combina cose e idee, fare e saper fare, azione e coscienza, corpo e mente, astratto e concreto, simbolico e pratico, corporeo e incorporeo, segnico e fabrile.

                                     

3. Saperi della mano

Gli antichi greci individuarono nelle mani, e insieme nella stazione eretta e nellintelletto, oltre che nelle téchnai, gli elementi distintivi dellumanità.

Se per Aristotele lintelligenza e la manualità formavano un sistema già dato nelluomo, così non era stato per alcuni componenti della Scuola di Mileto del VI secolo a.C., come Anassimandro che formulò una sorta di dottrina evolutiva delle specie animali. Anassagora di Clazomene nel V sec. a.C. sostenne poi che luomo è più intelligente degli animali grazie al fatto che ha le mani, dando così il primato alle mani e alle téchnai.

Passeranno millenni prima che la mano, la stazione eretta e lintelletto siano riconsiderati esiti di processi evolutivi lunghi e complessi. Limportanza data alle mani, alla ragione e alle tecniche intese come abilità, come saper fare, spesso si accompagna alla consapevolezza dellincompletezza degli uomini rispetto agli altri animali. Già Platone, nel mito del Protagora sulla nascita delle stirpi mortali, narra che per colpa di Epimeteo luomo fu lunica stirpe alla quale non vennero distribuite doti naturali per procurarsi il cibo e per proteggersi dal freddo e dagli altri animali. Vi pose rimedio Prometeo, che, per salvare la stirpe umana, penetrò nella" comune dimora” di Atena ed Efesto, rubando il sapere tecnico éntechnos sophìa e il fuoco, per darli alluomo. Egli così," usando larte, articolò ben presto la voce in parole e inventò case, vesti, calzari, giacigli, e il nutrimento che ci dà la terra”.

Luomo, non dotato naturalmente di organi specializzati, ha il vantaggio di poter produrre strumenti infiniti destinati a infiniti scopi, come sostenne fra gli altri Tommaso dAquino che nella seconda metà del XIII secolo nella Summa Theologiae I,76.5 indicò la mano insieme alla ragione come" organi degli organi” con i quali luomo può preparare" strumenti di fogge infinite e per effetti infiniti”. È questa una lunga tradizione che da Aristotele, che nel De Anima 342a indicò la mano quale" strumento di strumenti”, ci porta fino a Immanuel Kant e allantropologia filosofica:" La caratteristica delluomo come animale razionale sta già nella forma e nella organizzazione della mano, delle dita e delle estremità delle dita, la cui struttura e il cui senso delicato dimostrano che la natura lo ha creato non per una specie di lavoro manuale, ma per tutti i lavori, e quindi anche per luso della ragione, onde lattitudine tecnica o di abilità della specie è apparsa quella di un animale ragionevole”.

Friedrich Engels attribuisce alla mano un ruolo importante nel processo di ominazione. Nel saggio Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, emerge non solo attenzione alle teorie evoluzioniste di metà Ottocento, e in particolare a On the Origin of Species di Charles Darwin di cui Engels fu uno dei primi estimatori, ma si nota anche la capacità di staccarsi dal paradigma cerebralista imperante, secondo il quale la selezione naturale nella filogenesi umana avrebbe premiato i cervelli più competitivi e più sviluppati; paradigma che divenne senso comune fino al Novecento inoltrato, nonostante le scoperte paleontogiche degli anni 20. In Engels si trova traccia della teoria bipedica che si affermerà nellultimo dopoguerra in particolare con letnologo francese e studioso di preistoria André Leroi-Gourhan. Engels dà importanza alla continua interrelazione fra la mano, il linguaggio e il cervello, grazie innanzitutto a quellelemento fondamentale che distingue luomo dallanimale: il lavoro. La mano per Engels" non è solo lorgano del lavoro: è anche il suo prodotto”. Attraverso il lavoro, a partire dalla produzione dei primi strumenti, la mano consente alluomo di dominare la natura e di acquisire il linguaggio, e lo sviluppo del cervello e della coscienza che si faceva sempre più chiara" esercitò di rimando la sua influenza sul lavoro e sul linguaggio, dando ad entrambi un nuovo impulso per un ulteriore sviluppo”.

Nel 1943 Henri Focillon, artista e studioso di storia dellarte del Novecento, nel suo Elogio della mano, postfazione al celebre saggio Vita delle forme, fa alcune considerazioni importanti sulluomo in generale e non solo sugli artisti o gli artigiani:" La mano è azione: afferra, crea, a volte si direbbe che pensi. In stato di quiete, non è un utensile senzanima, un attrezzo abbandonato sul tavolo o lasciato ricadere lungo il corpo: in essa permangono, in fase di riflessione, listinto e la volontà di azione, e non occorre soffermarsi a lungo per intuire il gesto che si appresta a compiere … Nella loro forma attuale, invece, le mani – intese come coppia – non hanno soltanto assecondato gli intendimenti dellessere umano, ma hanno contribuito al loro determinarsi, li hanno precisati, hanno dato loro forma e figura. Luomo ha fatto la mano, nel senso che a poco a poco lha emancipata dai vincoli del mondo animale liberandola da unantica schiavitù imposta dalla natura; ma la mano ha fatto luomo. Gli ha permesso certi contatti con luniverso che gli altri organi le altre parti del suo corpo non gli garantivano… La presa di possesso del mondo esige una sorta di fiuto tattile. La vista scivola sulla superficie delluniverso. La mano sa che loggetto implica un peso, che può essere liscio o rugoso, che non è inscindibile dallo sfondo di cielo o di terra con il quale sembra far corpo. Lazione della mano definisce il vuoto dello spazio e il pieno delle cose che lo occupano. Superficie, volume, densità, peso, non sono fenomeni ottici. Luomo li riconosce innanzitutto tra le dita, sul palmo della mano. Lo spazio non si misura con lo sguardo, ma con la mano e il passo. Il tatto colma la natura di forze misteriose. Se il tatto non esistesse, infatti, la natura apparirebbe simile ai silenziosi paesaggi della camera oscura, lievi, piatti e chimerici". Focillon sottolinea come la mano e la voce, il gesto e la parola, siano strettamente connessi nella nostra specie in quanto risultato della vicenda preumana e umana nei milioni di anni del processo di ominazione, di cui poco si intende se si parte da primati o del dire o del fare o del sentire. A ridimensionare lantica convinzione dellOccidente sul primato della parola su ogni altro agire, a correggere lidea della necessità della parola per ogni possibilità di pensiero, e più ancora a correzione dellidea stessa di primato e di gerarchia di queste connesse manifestazioni della prassi umana:" Io non separo la mano né dal corpo né dalla mente. Tra la mente e la mano, però, le relazioni non sono quelle, semplici, che intercorrono tra un padrone ubbidito e un docile servitore. La mente fa la mano, la mano fa la mente. Il gesto che non crea, il gesto senza domani provoca e definisce lo stato di coscienza. Il gesto che crea esercita unazione continua sulla vita interiore. La mano sottrae latto del toccare alla sua passività ricettiva, lo organizza per lesperienza e per lazione. Insegna alluomo a dominare lestensione, il peso, la densità, il numero. Nel creare un universo inedito, lascia ovunque la propria impronta. Si misura con la materia che sottopone a metamorfosi, con la forma che trasfigura. Educatrice delluomo, lo moltiplica nello spazio e nel tempo”.

Per Focillon lutensile, come il coltello di selce delluomo preistorico, è" il prolungamento e il prodotto” delle mani delluomo che è diventato uomo nel prolungarsi nellutensile e nellesprimersi nel linguaggio, ambedue presumibilmente sempre più complessi in reciproca sinergia. Prima di tutto:" Tra la mano e lutensile ha inizio unamicizia che non avrà fine. Luno comunica allaltro il suo calore vivo e continuamente lo plasma. Quando è nuovo, lutensile non è fatto; bisogna che tra esso le dita che lo impugnano si stabilisca un accordo formato di appropriazione progressiva, di gesti lievi e coordinati, di abitudini reciproche e anche di una certa usura. Allora lo strumento inerte diventa una cosa viva”. Non a caso lattenzione rivolta da Focillon alle mani è legata alla sua prima esperienza di figlio di un incisore che impara ad apprezzare il sapere delle mani e coloro che le sanno usare nel lavoro in forme di attività dove a nessuno verrebbe di separare il mentale dal manuale o altre simili separazioni, compresa quella tra chi pensa e decide e parla e chi assente ed esegue:" Chi non abbia mai vissuto tra quanti lavorano con le mani ignora la forza di tali rapporti segreti, i risultati positivi di un cameratismo nel quale hanno un ruolo lamicizia, la stima, la quotidiana comunanza del lavoro, listinto e la fierezza di padroneggiarlo e, ai livelli più alti, la volontà di sperimentazione. Non so se vi sia una cesura tra lordine manuale e quello meccanico, non mi sento di affermarlo con certezza; ma lutensile, allestremità del braccio, non contraddice luomo, non è un uncino di ferro avvitato a un moncone; tra di essi si interpone il dio in cinque persone che percorre per intero la scala delle grandezze, la mano del muratore delle cattedrali e la mano del miniatore dei manoscritti”.



                                     

4. Gesto tecnico e ominazione

Nel processo di ominazione, cioè nel lento e lungo farsi delluomo attraverso specie diverse e successive, Leroi-Gourhan vede la mano, splendido strumento comune ai primati e alluomo, in stretto rapporto con la faccia in molte operazioni per lacquisizione e il consumo del cibo e in molti comportamenti relazionali: nelluomo la mano diventa dominante liberandosi dalla locomozione in cui invece si specializza il piede, per cui si dice anche spesso che allorigine cè il piede, prima dellazione e della parola, per cui il piede libera la mano che a sua volta si fa liberatrice del polo facciale, che così può specializzarsi nella percezione e nella comunicazione. La differenziazione fra il generico primate e il primo fabbricante di utensili non è da ricercare nellapparato osteomuscolare della mano, sostanzialmente comune, né nelle sue possibilità tecniche, ma nello sviluppo del sistema neuromotore, per cui" la mano cessa di essere utensile per diventare motore”. In un successivo trasferimento del campo di relazione dalla faccia anche alla mano si inserisce il passaggio allutensile. Se nei primati gesto e utensile sono un tuttuno, perché è la mano che compie direttamente unazione manipolatrice, con i primi antropiani il gesto motore si può separare dallutensile, ed è il gesto che rende tecnicamente efficace lutensile, senza cui lutensile reperto di tempi passati può rimanere enigmatico nella sua funzione:" Negli Antropiani primitivi, la mano e la faccia in un certo senso divorziano, le vediamo porsi in concorrenza per cercare un nuovo equilibrio, la prima per mezzo dellutensile e la gesticolazione, laltra della fonazione. Quando appare la figurazione grafica, si ristabilisce il parallelismo, la mano ha il suo linguaggio la cui espressione è in rapporto con la visione, la faccia ha il suo che è legato allaudizione, e tra i due domina quellalone che conferisce un carattere particolare al pensiero precedente la scrittura propriamente detta: il gesto interpreta la parola, questa commenta il grafismo”.

Per Leroi-Gourhan, la paleontologia umana incomincia dal piede specializzato nella stazione e nella locomozione bipede eretta, che libera il polo manuale che a sua volta libera il polo facciale, per cui ambedue a poco a poco si specializzano, la mano soprattutto nelle tecniche di fabbricazione e la faccia soprattutto nel linguaggio: il tutto mediante un processo di esteriorizzazione di capacità tecniche e di espressione-comunicazione, sia preumane e sia poi a mano a mano acquisite dalluomo già capace di tecnica e di linguaggio umani. Ma se luomo è una novità, una sorta di culmine o punto di arrivo della vicenda della vita sulla terra, non è una rottura e tanto meno improvvisa e portentosa, sebbene la nuova condizione, lentamente acquisita, a un certo punto diventi ciò che spesso si dice decollo culturale. Con questa metafora aeronautica si indicano modi e ritmi nuovi del comportamento, culturale appunto, in cui luomo resta interamente biologico ma si fa, per necessità biologica, interamente culturale, elaborando collettivamente una memoria complessa artificiale esterna alla sua psicofisicità che deve essere continuamente elaborata, adattata e trasmessa per apprendimento possibilmente nei tempi brevi di una vita individuale, e non più solo nei tempi molto più lunghi della selezione naturale. Levoluzione biologica per selezione naturale tuttavia continua, per esempio attraverso lampliamento e la progressiva complessità del cervello, visibile soprattutto nellapertura del ventaglio corticale, che si accompagna in sinergia al mutare progressivo della memoria culturale Jan Assmann 1992, testimoniata dal mutare progressivo delle tecniche, dal ciottolo scheggiato alle industrie litiche più complesse della preistoria, anche oltre ciò che si dice età della pietra. Come suggerisce Leroi-Gourhan 1965, I, il cervello umano qual è nella nostra specie, culmine provvisorio del processo di ominazione, è più utile pensarlo vuoto alla nascita di un individuo, ma naturalmente bisognoso e pronto a riempirsi di abilità e capacità apprese in quanto proprie della cultura in cui viene al mondo. Levoluzione tecnica, a un certo punto del processo di ominazione che si dice decollo culturale, non dipende più principalmente dallevoluzione biologica che pur continua molto più lenta, bensì dallapprendimento e dalla memorizzazione culturale, esterna al singolo che pure vi è immerso.

Lominazione nel suo complesso, le varie forme della condizione umana le varie specie, dallaustralantropo allhomo sapiens sono dunque un processo e una condizione di esteriorizzazione della memoria che ha modi e ritmi più o meno indipendenti dalla memoria e dalla memorizzazione biologica, dalla memoria della specie, dal genoma, e anche modi e ritmi diversi da quelli della memoria individuale che si forma nellesperienza personale fissandosi nel corpo del singolo, soprattutto nel suo sistema nervoso e muscolare complessivo, biologicamente reso sempre più malleabile e disponibile e capace di apprendimento per una plasticità neuronale tipicamente umana. Con la memoria della specie e con la memoria individuale luomo ha formato e forma continuamente la sua memoria culturale, anzi le sue varie memorie culturali, che si formano nel fare come nel dire e nel sentire e si trasmettono per apprendimento implicito ed esplicito nel fare, nel dire e nel sentire, cioè mediante il gesto tecnico, il linguaggio e la valorizzazione della vita in sinergia inscindibile e non gerarchica.

                                     
  • disciplina e, conseguentemente, nel profilo professionale dell antropologo Le stesse tecniche di raccolta dei dati, originariamente individuate come nucleo
  • termine guilt culture, in italiano cultura della colpa, in sociologia e antropologia culturale si intende un sistema di controllo sociale che sfrutta la morale
  • Le tecniche di neutralizzazione - nel lessico della criminologia, della psicologia e delle scienze sociali - sono un insieme di strategie cognitive, di
  • Karl G. Heider, Ethnographic film, Austin 1976. P. Chiozzi, Manuale di antropologia visuale, Milano 1993. Peter Loizos, Innovation in ethnographic film.
  • and Agency, in Journal of Material Culture 2009, 14 1 5 - 27 Antropologia culturale Antropologia delle tecniche Arte Estetica Filosofia dell arte
  • temi dell antropologia applicata e delle tecniche di ricerca rapida sul terreno. È stato direttore del Corso di Perfezionamento in Antropologia Culturale
  • 24 luglio 2005 è stata un etnomusicologa e antropologa italiana. Professore associato di Antropologia della musica all Università di Bologna, ha svolto
  • 1943 è un antropologo giornalista e divulgatore scientifico italiano. Niola è professore di Antropologia dei simboli, Antropologia delle arti e della

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