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ⓘ Intelletto




Intelletto
                                     

ⓘ Intelletto

L intelletto genericamente può essere definito come la facoltà della mente umana di intendere, concepire pensieri, elaborare concetti e formulare giudizi. La prima etimologia accenna allintelletto come una facoltà capace di cogliere lessenzialità che è allinterno delle cose e dei fatti.

Il termine intelletto nel significato filosofico lo si trova per la prima volta nella scolastica medioevale che lo usava per tradurre in latino la parola greca νοῦς o νόος noûs, "nus" che i greci contrapponevano alla diànoia, la ragione.

                                     

1. Lintelletto come nous

Il termine nel significato originario che si ritrova in Omero, dove indica lorgano sede della rappresentazione delle idee chiare, quindi la "comprensione", posseduta in misura maggiore dagli dèi; quindi lintendimento che le provoca.

In Anassagora il νοῦς come intelletto acquista un valore metafisico poiché in qualità di potenza attiva e ordinatrice, organizza il caos ἄπειρον, ápeiron, creando così il mondo:

                                     

2. Il nous come intuizione

Per Platone lintelletto conserva quel grado di divinità attribuitogli da Anassagora, ma che ora viene riservato alla facoltà umana quando, con la visione delle idee, raggiunge il culmine della conoscenza e quindi del bene, della moralità connesse al mondo ideale.

Il grado di conoscenza raggiungibile con lintelletto è superiore alla conoscenza "scientifica" che si può raggiungere con la matematica. Lintelletto infatti è quello che permette, senza alcun residuo di sensibilità, la visione pura e incontaminata delle idee.

Nella storia della filosofia compare con Platone la concezione della possibilità di un conoscere filosofico puro ed immediato della verità tramite lintuizione intellettuale che nel mito della caverna viene distinta dallerronea intuizione sensibile e contrapposta alla ragione, o dianoia, per la quale occorre invece la mediazione, cioè una serie di passaggi che portino alla conoscenza.

                                     

3. Aristotele

Per Aristotele, a differenza di Platone, la visione intellettuale immediata non conosce contenuti concettuali definiti come le idee, separati dagli oggetti, ma giunge a coincidere con la verità insita negli oggetti stessi.

Il nous aristotelico riesce così a penetrare nellinteriorità, a cogliere ciò che ha lessere in proprio, cioè la sostanza, quel sostrato che rimane sempre unico e identico a se stesso, prescindendo dalle particolarità esteriori.

Anche in Aristotele, tuttavia, come già in Platone, solo lintelletto riesce a dare garanzia di verità, fornendo una conoscenza noetica, superiore a quella dia-noetica della razionalità logica o sillogistica: questultima, infatti, è capace unicamente di trarre conclusioni coerenti con le premesse, di effettuare cioè deduzioni corrette da un punto di vista formale, ma senza assicurare in alcun modo la verità dei contenuti; per cui se il ragionamento parte da premesse false, anche il risultato sarà falso, pur essendo formalmente corretto se si sono osservate le regole della logica.

Poiché la verità di ogni premessa discende dalla conclusione di un precedente sillogismo, si instaurerebbe una catena allinfinito se al culmine non vi fossero delle "premesse immediate" προτάσεις ἄμεσοι che non abbiano bisogno a loro volta di essere sillogisticamente dimostrate vere, e queste sono i principi primi ἀρχαί a cui si arriva appunto, non per dimostrazione, ma tramite lintuizione immediata dellintelletto.

Questo perviene non solo a dei contenuti necessariamente e universalmente validi, da cui prenderà avvio la deduzione logica, ma anche a stabilire la forma con cui la deduzione sarà argomentata, ossia le leggi necessarie e universali che la guidano: esse sono il principio di identità, e quello di non-contraddizione, che vengono appercepite o intuite con la stessa immediatezza noetica.

Il processo attraverso cui lintelletto giunge allastrazione delle essenze è avviato inizialmente da un procedimento chiamato epagoghé traducibile impropriamente con induzione, nel quale i sensi fanno attivare un primo movimento del pensiero ancora latente, altrimenti detto "intelletto potenziale"; in seguito a vari passaggi, si ha infine lintervento di un trascendente "intelletto attivo", dotato cioè di conoscenza in atto, capace di "astrarre" le forme universali dagli oggetti. Queste rappresentano gli assiomi, comuni a una o più scienze, che costituiscono il primo passo di ogni sapere scientifico, e consentono allintelletto di legarsi alla "scienza" a formare insieme la sophia.

Lintelletto si colloca così al vertice più alto della conoscenza, essendo non solo in grado di dare un fondamento universale e oggettivo ai sillogismi, ma comportando anche unesperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che rappresenta per Aristotele la quintessenza della saggezza.



                                     

3.1. Aristotele Intelletto agente o attivo

Lintelletto agente o attivo in Aristotele è la capacità dellintelletto di tradurre in atto, tramite le immagini sensibili, le essenze o le forme degli oggetti, conoscibili solo in potenza dallintelletto potenziale o passivo.

Rifacendosi allidentità di essere e pensiero, lintelletto passivo, dice Aristotele, "diventa tutte le cose", mentre lintelletto attivo "tutte le produce. E questo intelletto è separato, impassibile e senza mescolanza, perché la sua sostanza è latto stesso".

Ad esempio, come è ludito a dare vita al suono, facendolo passare allessere, o come la luce rende attuali i colori che sono solo potenzialmente visibili, allo stesso modo ciò che esiste in potenza può passare allatto solo per il tramite di un pensiero supremo, produttivo, che abbia già in sé tutte le forme.

La distinzione introdotta da Aristotele tra intelletto attivo e intelletto potenziale è stata in vario modo interpretata nel corso della storia della filosofia: per Alessandro di Afrodisia II, III secolo lintelletto attivo è Dio che illumina lintelletto passivo materiale delluomo, permettendo la conoscenza. Temistio c. 317-c. 388 sostiene che lintelletto attivo sia una parte dellanima delluomo senza chiarire se esso sia lo stesso per tutti gli uomini o se questi ne abbiano uno particolare. Secondo Avicenna 980–1037, lintelletto passivo è incorporeo e presente nelluomo che arriva alla conoscenza tramite lintervento dellintelletto attivo trascendente ed immateriale, unico per tutto gli uomini. Averroè 1126–1198, seguendo la concezione di Alessandro di Afrodisia, sia lintelletto attivo che quello passivo appartengono a Dio mentre luomo è solo dotato di immaginazione.

Gli interpreti aristotelici cristiani cercarono di correggere queste teorie dalle quali derivava la negazione dellimmortalità dellanima, per cui Alberto Magno e Tommaso dAquino attribuirono allanima delluomo entrambi gli intelletti, mentre Occam negò ogni distinzione riguardo allintelletto che, unico e proprio delluomo, opera nel procedimento conoscitivo talora in forma potenziale e talora in modo attuale.

Ancora nel Rinascimento alcuni autori come Pietro Pomponazzi 1462–1525 ripresero la concezione di Alessandro di Afrodisia, altri come Alessandro Achillini 1463–1512, quella di Averroè, altri ancora come Francisco Suárez, S.J. 1548–1617, Tommaso De Vio 1469–1534,si ispirarono alle tesi tomistiche.

                                     

4. Neoplatonismo

Nella filosofia neoplatonica in particolare Plotino lIntelletto è la seconda ipostasi, il livello di realtà che possiede più pienamente pensiero ed essere. Esso è molteplice, in quanto composto da diversi intelligibili o archetipi, ma più unitario rispetto al livello successivo, lAnima, perché ogni intelligibile conosce sé stesso unitamente agli altri. Possiede una forma di pensiero intuitiva e perfetta, non discorsiva e non legata alle categorie di spazio e di tempo.

                                     

5. Teologia

Per la teologia cristiana lIntelletto è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Esso consente una comprensione immediata delle verità di fede, offrendo allanima una visuale più viva e completa sulla realtà divina. Mentre la fede rappresenta una semplice adesione ai contenuti della Rivelazione, col dono dellintelletto è possibile elevarsi ad un maggior livello di comprensione, non solo razionale, ma anche soprattutto intuitiva e interiormente sentita. Esso è quindi intelligenza del cuore oltre che della mente, che accresce le virtù del cristiano e approfondisce, senza aggiungervi nuove nozioni, i significati le concezioni già implicite negli articoli di fede.

                                     

5.1. Teologia Dallagostinismo alla Scolastica

Ad opera di SantAgostino la concezione teologica cristiana dellintelletto riprende da vicino la dottrina neoplatonica, tramite la dottrina dellilluminazione dellintelletto umano da Dio, inteso come depositario delle idee. Il sapere dellintelletto è per Agostino qualcosa di immediato, personale, ineffabile, simile allintelletto di Plotino per il quale conoscere un oggetto equivale a mescolarsi, confondersi con esso.

Nella scolastica medioevale ispirata soprattutto ad Aristotele, ad esempio con San Tommaso, oltre a quelli neoplatonici si mantengono gli elementi fondamentali della concezione aristotelica. Permane così la differenza tra ragione e intelletto: mentre la prima conosce discorsivamente una realtà nelle sue relazioni con gli altri oggetti, lintelletto arriva invece a penetrarne lessenza in maniera assoluta e unitaria.

                                     

6. Rinascimento

Per Nicola Cusano lintelletto è superiore alla ragione perché rappresenta la sfera "divina" nelluomo: a differenza della logica razionale, che è limitata dal principio di non-contraddizione comune anche agli animali, lintelletto intellectus riesce ad intuire la comune radice di ciò che appare contraddittorio alla semplice ragione ratio, cogliendo unitariamente il molteplice tramite quella "coincidenza degli opposti" che è propria di Dio.

Analogamente per Giordano Bruno lintelletto "empie il tutto, illumina luniverso, è fabro del mondo", in maniera simile al Demiurgo platonico.

                                     

7. XVII secolo

Con Cartesio scompare la distinzione fra intelletto e ragione, recuperata invece da Spinoza. Il discorso sullintuizione intellettiva viene ripreso e approfondito da Baruch Spinoza, che la ritiene il sommo grado della conoscenza poiché tramite essa si può cogliere un sapere sub specie aeternitatis come quello del Dio spinoziano, immanente, coincidente con la Natura Deus sive Natura. Tutto ciò che lintelletto conosce intuitivamente ha infatti le caratteristiche delleternità infinita mentre la ragione può solo aggirarsi nellambito della finitezza.

Secondo John Locke invece bisogna superare lopposizione tra ragione e intelletto per cui, dopo averne stabilito i limiti, si deve al solo intelletto la facoltà di conoscere, distinta dalla volontà.

Questa concezione rimane nella scuola inglese che distinguerà la conoscenza intellettuale, che ora viene intesa come intelligenza understanding, da quella inferiore sensibile Leibniz.

Come per Leibniz anche per la filosofia ispirata a Wolff la differenza tra la conoscenza intellettuale e quella sensibile è semplicemente qualitativa, nel senso che quella derivata dallintelletto è chiara e distinta al contrario di quella sensibile oscura e confusa. Si deve infatti allanima che partendo da unapparente passività in realtà è sempre attiva, capace di progredire da una conoscenza confusa e oscura a una chiara e distinta.



                                     

8. Kant

Immanuel Kant accuserà questa dottrina di "intellettualizzazione dei fenomeni" e restaurerà una netta distinzione tra la conoscenza sensibile e quella intellettuale, distinzione che tuttavia lo esporrà a sua volta alle accuse di cadere in un dualismo insanabile tra concetto e intuizione sensibile, o tra fenomeno e noumeno. Per Kant, mentre la sensazione è passiva nella ricezione intuitiva dei dati sensoriali, lintelletto opera attivamente come capacità di sintetizzare a priori la molteplicità dei fenomeni tramite le categorie, distinte dalle forme a priori della sensibilità spazio e tempo, elaborando così concetti, pensando cioè concetti che hanno per contenuto i dati materiali che provengono dalla sensibilità, mettendo così in atto una collaborazione tra sensibilità ed intelletto.

Per mezzo dei sensi un oggetto ci è "dato"; per mezzo dellintelletto un oggetto è "pensato". I pensieri dellintelletto presuppongono infine una suprema attività ordinatrice che è l io penso, il quale opera appunto tramite i giudizi dellintelletto. Riducendo il pensiero ad attività di mediazione, sensibilità e intelletto diventano in tal modo del tutto eterogenei tra loro e non potrà pertanto esistere un intelletto intuitivo, che pensi in modo immediato come fa lintuizione sensibile. "Lintelletto non può intuire nulla e i sensi non possono pensare nulla." Solo Dio possiamo pensare che abbia un intelletto intuitivo ma questo perché egli nello stesso momento che pensa crea le cose e quindi le conosce sino in fondo, mentre luomo non può far altro che limitare la sua conoscenza ai fenomeni, alle cose come sensibilmente si presentano nellapparenza fenomenica ai nostri sensi, inquadrandoli nelle forme di spazio e tempo, funzioni a priori della mente umana. La conoscenza delluomo sarà sempre finita nello spazio e nel tempo e pretendere una conoscenza che superi i limiti della sensibilità è lorigine del "fanatismo filosofico" e delle "fantasticherie metafisiche" che si sono succedute nella storia della filosofia a cominciare da Platone.



                                     

8.1. Kant Intelletto e ragione

Con Kant avviene tuttavia uninversione tra intelletto e ragione: la tendenza ad andare oltre il finito diventa infatti prerogativa non del primo ma del secondo, sicché allintelletto è ora assegnata la possibilità di costruire scienza in forma discorsiva, e alla ragione invece il compito superiore di rendere conto dei limiti della conoscenza umana.

La pretesa dellintelletto di andare oltre la conoscenza del mondo fenomenico mette in moto la ragione che elabora idee che dovrebbero assolvere il compito metafisico di una conoscenza compiuta e perfetta di tutta lesperienza fenomenica interiore, esteriore e noumenica, e cioè dellanima, del mondo e di Dio. Ma quello a cui aspira la ragione è semplicemente la pretesa dei metafisici "dogmatici" di fondarla come una scienza che invece andrà inevitabilmente incontro alle antinomie.

Le idee della ragione infatti non hanno nessuna funzione nellambito della ragion pura, rispecchiano semplicemente lesigenza alla totalità, priva di contenuto reale, della ragione umana che crea le idee, pure e semplici astrazioni di una metafisica che pretende di presentarsi come scienza. Lunica funzione che le idee svolgono nel campo conoscitivo sarà quella di offrirsi come modelli di perfetta compiutezza conoscitiva, cioè quella di stimolo allandare oltre la conoscenza già raggiunta, ma niente più di questo. Il loro ruolo sarà assolto invece esclusivamente nellambito delletica, nella Critica della ragion pratica.

                                     

9. Hegel e lidealismo

Con lidealismo viene mantenuta la confusione kantiana tra intelletto e ragione, che assegna alla seconda la capacità di cogliere la totalità del reale, e allintelletto una funzione secondaria. Per Hegel la ragione è realmente superiore allintelletto poiché mentre questo può essere applicato alle scienze particolari proprie dellempirismo, la ragione è in grado di soddisfare la superiore conoscenza filosofica. Riprendendo da Fichte e Jacobi la concezione di un intelletto Verstand che cristallizza astrattamente le posizioni che invece il procedere dialettico della ragione Vernunft mostra come vive e in movimento, Hegel supera la logica classica affermando che lintelletto si basa sul principio di contraddizione che invece la ragione è in grado di superare con il grado sintetico della dialettica. Lintuizione intellettuale nella sua funzione di apprensione dellAssoluto era stata rivendicata da Fichte e Schelling nei confronti dellintelletto mediatore kantiano che opera solamente nellambito del finito, Hegel ora dichiara la superiorità della ragione, contrapposta allintuizione intellettuale, una "romantica fantasticheria", per la conoscenza dellAssoluto.

                                     

10. Secolo XX

Con Henri Bergson si evolve la critica di stampo hegeliano dellintelletto astratto ma questo viene inteso in maniera diversa assimilandovi la funzione dellintelligenza che si esprime proprio nellintelletto dove si manifesta anche listinto, da cui lintelligenza deriva.

Tipica dellintelligenza umana è la capacità di creare strumenti inorganici per i quali lhomo faber prepara la strada allhomo sapiens che tramite lintelletto-intelligenza costruisce forme astratte, categorie, schemi di cui si servirà la scienza nello svolgere la sua funzione "economica", nel tradurre cioè la realtà complessa in elementi semplici utilizzabili.