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ⓘ La filosofia della libertà




La filosofia della libertà
                                     

ⓘ La filosofia della libertà

La filosofia della libertà è il più completo scritto filosofico di Rudolf Steiner, nel quale vengono studiate e illustrate le modalità che ha luomo di pensare e di conoscere, e di conseguenza acquisire impulsi allazione, che fanno di lui un essere libero.

Si tratta di considerazioni filosofiche che non contengono "alcun accenno al campo delle esperienze spirituali" presenti in altri suoi libri, ma con cui Steiner si propone di "costruire le fondamenta sulle quali tali risultati possono basarsi".

                                     

1. Sintesi dellopera

"Al posto di Dio, l’uomo Libero!!!" "An Gottes Stelle, den freien Menschen!!!"

La frase sopra riportata, và compresa nel suo senso completo, in quanto non parte del libro, ma un appunto scritto da Rudolf Steiner nel periodo della stesura di Filosofia della Libertà sull’opera che l’uomo è chiamato a compiere, senza rifugiarsi passivamente e comodamente in Dio.

Lopera, che traduce in forma filosofica la scienza spirituale di Steiner, è divisa in due parti: la prima è di carattere scientifico o gnoseologico, perché verte sulla possibilità delluomo di pensare e di conoscere in maniera libera e consapevole; la seconda, di carattere etico, riguarda il modo in cui i motivi dellagire umano si attuano nellazione pratica.

                                     

1.1. Sintesi dellopera Lazione umana cosciente

Steiner inizia rilevando come il tema della libertà, discusso a lungo nella storia della filosofia, abbia visto nelletà moderna il prevalere della tesi deterministica che nega il libero volere delluomo: si tratta di una tesi, dominante soprattutto in ambito scientifico e psicologico, risalente in gran parte a Spinoza, il quale sosteneva che luomo si crede libero perché non conosce la forza degli impulsi posti a base delle sue azioni. Una simile mentalità, che di fatto equipara luomo allanimale, è dovuto, secondo Steiner, al fatto di trascurare la capacità umana di pensare, che lo può rendere cosciente delle cause della sua azione. È questa capacità di pensiero, più che lassenza di costrizioni, quel che più conta ai fini della libertà: "ciò che importa non è se io possa portare ad effetto una decisione presa, ma il modo come sorge in me la decisione".

                                     

1.2. Sintesi dellopera Limpulso fondamentale alla scienza

Il pensiero ed il bisogno di conoscenza nascono dalla contrapposizione tra io e mondo, o tra soggetto e oggetto: non ci contentiamo di accettare senzaltro lesistenza di questultimo. Steiner contesta i due principali tentativi filosofici di ristabilire lunità tra queste polarità: da un lato il dualismo, che rimane incapace di superare la loro contrapposizione, dallaltra il monismo unilaterale, sia quello idealistico, sia materialistico, i quali hanno semplicemente finito per negare ora la materia, ora lo spirito. La soluzione suggerita da Steiner, alla stregua del monismo di Goethe, è di considerare le espressioni della nostra natura soggettiva come una manifestazione della natura stessa. Lerrore della scienza materialistica odierna, derivante dallimpostazione kantiana e dallidealismo critico, è di considerare luomo, con i suoi pensieri, come avulso, separato dal mondo in cui è egli inserito.

                                     

1.3. Sintesi dellopera Il pensiero al servizio della comprensione del mondo

Steiner rileva che lantitesi filosofica tra spirito e materia è da ricondurre alla distinzione fondamentale tra pensiero e percezione, che sono le nostre due fonti del conoscere. La semplice percezione di un oggetto, che di per sé non dice nulla, può essere compresa nei suoi rapporti con altri oggetti solo grazie allintervento del pensiero; ma per comprendere la natura del pensiero occorre osservare il proprio stesso pensare, perché i nostri concetti vengono legati tra loro in base al loro contenuto, non per effetto dei processi materiali che si svolgono nel cervello, come sostenuto dalla scienza materialista.

Le componenti fisiologiche dellorganismo non hanno cioè alcuna influenza sullattività del pensiero, ma anzi si ritraggono dinanzi ad esso: chi ha la buona volontà di osservare il proprio pensare, infatti, "osserva qualcosa chegli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività: egli sa come sorge quello che osserva: vede i nessi e i rapporti".

Il fatto che il pensiero, nella storia della filosofia, sia stato poco osservato nella sua vera luce ed importanza, è dovuto, sostiene Steiner, allimpossibilità di osservarlo durante il suo svolgimento, ma solo dopo che si sia svolto. Mentre si pensa si viene infatti assorbiti dal proprio oggetto, così che per osservare il pensare in se stesso occorre un atto di volontà che ne ripercorra landamento. Ma è in questo modo che nel pensare si trova un punto fisso, di natura universale e impersonale, da cui partire per dare un ordine alle percezioni soggettive dei fenomeni del mondo, e poterseli spiegare correttamente.



                                     

1.4. Sintesi dellopera Il mondo come percezione

Mentre Hegel poneva il concetto, o lIdea, come elemento primario, Steiner pone invece allorigine il pensare in atto. Luomo per lo più non sperimenta il pensare nella sua vitalità, ma solo i concetti pensati, che sorgono secondariamente da questo. Il pensare si trova al di là di soggetto e oggetto, e non va pertanto considerato unattività soggettiva.

Ma in che modo gli oggetti della percezione sensibile si compenetrano col pensiero? Secondo Steiner, il grande equivoco della filosofia moderna, originato dal dualismo kantiano che ha tratto in inganno la fisiologia e la psicologia scientifica, è ritenere che noi non possiamo conoscere gli oggetti come sono in sé, ma soltanto la rappresentazione che i nostri sensi ne fanno. Si è caduti così in un circolo vizioso: la realtà oggettiva e materiale, che ci appare in forma di suoni, colori, ecc. sembra tale perché subisce limpronta delle nostre strutture soggettive; ma a sua volta il nostro pensare soggettivo viene spiegato sulla base di processi fisiologici obiettivi.

In altre parole, se le nostre percezioni fossero mere immagini mentali prodotte dai sensi, e ricombinate in una maniera ancora più alterata dal cervello, la percezione del cervello stesso dovrebbe essere una mera immagine mentale prodotta dal cervello!

Anche lidealismo successivo a Kant, compreso quello di Schopenhauer, basato sullaffermazione che "il mondo è una mia rappresentazione", pur sostenendo di volersi contrapporre al realismo primitivo, ne prende subdolamente a prestito la convinzione che i nostri organi di senso abbiano unesistenza oggettiva, per poi spogliarli di ogni contenuto reale.

                                     

1.5. Sintesi dellopera La conoscenza del mondo

Dottrine filosofiche come lidealismo critico di Fichte, o il realismo trascendente di Hartmann, sono dunque incoerenti perché non possono aspirare alloggettività nel momento in cui giudicano loggettività stessa alla stregua di un sogno o duna chimera. Parzialmente giustificato è invece, secondo Steiner, il realismo primitivo, che per lo meno attribuisce alle percezioni esterne un carattere oggettivo, e non le confonde con le rappresentazioni provenienti dalla nostra interiorità, sebbene poi consideri erroneamente il pensiero come unastrazione separata dalla realtà:

La posizione filosofica in cui Steiner si riconosce, ossia il monismo, non si ferma alla singola percezione di un oggetto, scambiandola per la sua totalità, come fa il realismo ingenuo; ma neppure ipotizza una fantomatica cosa in sé nascosta dietro la percezione come fa lidealismo critico. Esso, piuttosto, unisce le diverse percezioni che avvengono in determinati momenti attraverso il nesso ideale del pensiero, il quale è in grado così di ricomporre linterezza della realtà. Non si può dire ad esempio che è locchio a produrre soggettivamente i colori, la cui vera natura sarebbe radicalmente diversa da quanto siamo in grado di percepire, bensì che esiste una relazione concettuale, colta dal pensiero, tra locchio e i colori. La fisiologia moderna fraintende questo nesso ideale come se fosse un oggetto di percezione materiale, pur non percependolo affatto.

Per via della nostra conformazione spirituale, la realtà in divenire, con le sue trasformazioni, ci è data dapprincipio in forma incompleta attraverso singole percezioni, che generano in noi sentimenti e sensazioni individuali; ma questa stessa realtà si riconnette in unità nel pensiero, in maniera universale, attraverso lintuizione, così che, dice Steiner, "in quanto pensiamo, siamo lessere uno e universale che tutto pervade". Il concetto di triangolo, ad esempio, è uno ed universale anche se pensato da molti.

Lessenza ultima della realtà, conoscibile solo nel pensiero, non può essere identificata ad esempio con la volontà di cui parlava Schopenhauer, perché questa deriva a sua volta da unautopercezione, che può arrivare alla coscienza solo grazie al pensiero.



                                     

1.6. Sintesi dellopera Lindividualità umana

Un pregiudizio duro a morire è quello che scambia le percezioni oggettive per rappresentazioni soggettive. Ma come sorge dunque la rappresentazione di un oggetto, ad esempio di un albero? Steiner rileva che una simile domanda è mal posta, perché parte dal presupposto che i confini del nostro corpo siano pareti separatorie, mentre invece noi e lalbero apparteniamo alla stessa realtà, cioè siamo attraversati dalla medesima corrente del grande divenire cosmico: grazie dunque al pensiero, è possibile collegare la percezione dellalbero con quella del nostro io, che inizialmente vengono percepiti come entità statiche e separate.

Dopo che alla percezione si è aggiunto il concetto, non ha senso ricercare altri principi per la spiegazione della realtà. Non si può uscire dal pensare, come non si può uscire dalla percezione:

Luomo è dunque un essere duale: con il pensare egli lega la percezione al concetto, penetrando nel divenire universale del cosmo; quando invece riferisce la percezione alla sua peculiare individualità, egli si ritira entro i confini della propria personalità, dando luogo ai sentimenti, di piacere o dispiacere, che fanno di lui un individuo unico. E la rappresentazione, per Steiner, sta propriamente in mezzo fra percezione e concetto, consiste cioè in un concetto individualizzato; mentre lesperienza è la somma totale delle rappresentazioni di ognuno.

Luomo oscilla continuamente tra questi due poli, tra lunione con luniverso e la particolarità della sua esistenza, ma le vere individualità, per Steiner, sono quelle capaci di dare unimpronta individuale ai principi universali della dimensione ideale, nelle quali cioè, per mezzo del sentimento, "i concetti acquistano vita concreta".

                                     

1.7. Sintesi dellopera Ci sono limiti alla conoscenza?

Per Steiner non ha senso parlare di limiti alla conoscenza, perché la realtà non chiede spiegazioni. Non è il mondo che ci pone le domande, siamo noi che le poniamo a noi stessi, e dunque solo in noi stessi possiamo risolverle. Sebbene possano insorgere casualmente dei limiti alla conoscenza dovuti a circostanze particolari, essi non fanno strutturalmente parte dellorganizzazione umana in generale.

Per il monismo di Steiner, noi afferriamo tramite la percezione solo una parte della realtà, che possiamo però ricondurre ad unità con laggiunta, tramite il pensiero, del concetto corrispondente. Il dualismo introdotto da Kant nella scienza odierna, invece, chiamato da Steiner anche "realismo metafisico", trasporta la polarità oggetto/soggetto al di là della percezione, contrapponendo a questultima una realtà impercepibile, che in quanto tale costituisce un limite alla conoscenza.

Il dualismo mescola così, in modo incoerente, idealismo e realismo primitivo: da questultimo, in particolare, prende la convinzione che i concetti ideali siano qualcosa di soggettivo ed astratto, estranei alla vera realtà percepibile con i sensi. Mentre però la coscienza primitiva attribuisce realtà solo alla testimonianza dei sensi, persino ad esempio nella fede religiosa, in cui si avvale esclusivamente di dati rivelati in forma tangibile, il realismo metafisico attribuisce anche allimpercepibile una realtà analoga al percepibile. Facendo uso soprattutto del metodo induttivo, mentre un tempo prediligeva quello deduttivo, trasferisce proprietà del mondo visibile, come moto, forma, o posizione, a forze immaginarie operanti ad esempio a livello atomico.

Il monismo in cui Steiner si riconosce sostituisce a quelle forze impercepibili i nessi ideali ottenuti col pensare, che sono le leggi di natura. Contro al realismo primitivo, il monismo mette in rilievo che il contenuto delle percezioni ha natura transitoria, comprendendone così la vera essenza: questa consiste ad esempio non nella vista di un singolo tulipano, soggetto a mutamento e distruzione, ma nella specie tulipano.

La percezione per Steiner non è solamente quella sensoria, ma anche di natura spirituale. In ogni caso è fuorviante chiedersi come ci apparirebbe la molteplicità delle percezioni se fossimo dotati di sensi diversi da quelli attuali, perché solo lunità del pensare consente una loro giusta comprensione. Per il monismo non esistono limiti alla conoscenza, che il pensare non sia in grado di superare.

                                     

1.8. Sintesi dellopera I fattori della vita

Steiner inizia la seconda parte del libro riepilogando la natura del conoscere, che si produce quando alla molteplicità delle singole percezioni, che consistono in un insieme oscuro e sconnesso di dati, vengono aggiunte, tramite il pensare, delle determinazioni di natura ideale che le mettono in rapporto tra di loro.

Il nostro essere vitale tuttavia non si esaurisce nella conoscenza, o nella dimensione conseguente della sapienza, ma vive anche nel sentimento, quando cioè le percezioni vengono considerate anche da un punto di vista soggettivo, anziché puramente oggettivo. In questambito, una peculiare manifestazione della personalità umana è la volontà: mentre nei sentimenti sperimentiamo il modo in cui il mondo si rapporta a noi, nella volontà sperimentiamo il modo in cui ci rapportiamo al mondo.

Il realismo primitivo si raffigura sia i sentimenti che la volontà in modo incompleto, credendo che in essi la realtà gli si presenti in maniera più viva e diretta che nel sapere concettuale. Ma questo avviene solo perché il sentimento, come la percezione, compare cronologicamente prima del pensare. Lerrore della filosofia del sentimento, altrimenti nota come misticismo, e così pure della metafisica della volontà telismo, per Steiner è quello di elevare un sentire individuale a principio universale. Ma "chi si distoglie dal pensare e si volge al puro sentire e volere, perde anche in questi la vera realtà", a differenza di colui che sa sperimentare intuitivamente la vita del pensiero, senza confonderlo con la sua rievocazione postuma, morta ed astratta.

                                     

1.9. Sintesi dellopera Lidea della libertà

Per Steiner, il pensare può essere direttamente contemplato, come unentità in sé compiuta, "che si sorregge da sè". Esso non deriva da un processo fisiologico del cervello, che anzi viene respinto nella sua attività organica. Quello che i fisiologi riduzionisti scambiano per il pensiero, in realtà non è che la sua controimmagine, come le orme lasciate da chi cammina su un terreno soffice.

Sullautocoscienza del pensare si fonda la capacità di raffigurarsi obiettivamente la realtà, comprendendo correttamente la natura dei nostri atti volitivi. Questi si basano su due fattori:

  • la molla spingente presente nellindividuo umano, cioè la disposizione caratteriologica su cui il motivo precedente agisce diversamente da persona a persona.
  • il motivo lo scopo del volere, cioè un concetto od una rappresentazione, in cui consiste la causa determinante dellazione;

Dipende infatti dalla disposizione soggettiva se una determinata rappresentazione o un concetto, in base alle sensazioni di piacere o dolore che suscita, possa diventare motivo di azione. Non può essere il piacere in sé a fornire tale motivo, perché ancora non esiste, ma solo la sua rappresentazione.

Si hanno così vari gradi di sviluppo della vita umana:

  • al secondo gradino le percezioni vengono collegate a sentimenti come pudore, orgoglio, umiltà, ecc., che possono diventare così le molle dellagire;
  • al terzo gradino la nostra disposizione caratteriologica viene ad essere costituita da pensieri e rappresentazioni che fungono da modelli di comportamento di fronte a determinate percezioni o situazioni di vita. A motivo del proprio agire vi può essere allora il comandamento di unautorità esterna, oppure, in un contesto più evoluto, una massima riconosciuta dalla propria coscienza, quali il raggiungimento del più grande bene collettivo, o il favorire il progresso della civiltà.
  • al gradino più basso sono le percezioni che determinano immediatamente la volontà, le cui molle sono fatte di impulsi;

Ma "il gradino più alto della vita individuale è il pensare puramente concettuale, senza riguardo a un determinato contenuto percettivo", in cui cioè non si possono più distinguere la molla individuale dallo scopo rappresentato; in tal caso è la ragione pratica ad agire, spinta dal contenuto ideale di unintuizione.

Soltanto in questo caso la persona agisce liberamente in accordo con la sua individualità, mentre non si può parlare di libertà nelle azioni egoistiche, né in quelle altruistiche compiute obbedendo ad un codice morale preordinato, in quanto nascono come reazione a fatti concreti. Le norme le leggi della collettività, ad esempio, sono solo modelli rappresentativi di idee morali rispetto a determinate esperienze. E tantomeno, poiché ognuno è libero se segue solo se stesso, neppure gli istinti naturali del suo organismo corporeo, che appartengono alla natura generale degli uomini, possono essere considerati inerenti al suo proprio essere, a differenza di quanto avviene per una pianta.

Al più alto grado della moralità dunque non si può più parlare di concetti morali generali validi per tutti, perché luniversalità del mondo ideale prende forma in ognuno in maniera differente e individuale. Questa è la concezione che Steiner denomina individualismo etico; essa non prende i motivi dellagire da un comandamento o una rappresentazione del mondo che gli si presenta davanti, ma è mossa unicamente dallamore per loggetto che vuole realizzare, secondo le proprie intuizioni concettuali.

Il suo principio morale è in assoluta opposizione a quello kantiano che impone di agire come tutti agirebbero, fondandosi inoltre sullobbedienza forzata a un dovere.

A chi considera pericolosa una morale che non si adegui agli ordinamenti e alle convenzioni, Steiner fa notare che "le leggi degli stati sono tutte sorte da intuizioni di spiriti liberi, come le altre norme morali oggettive", e che del resto è fuori discussione che sorga uno scontro o un malinteso fra persone che sono moralmente libere.

Al di fuori di quella umana, non vi è per Steiner altra moralità; questa non è qualcosa di soprannaturale, che si attui quando luomo segue una forza a lui estranea, ma si compie quando egli segue se stesso, realizzando la propria natura: "noi siamo veri uomini solo in quanto siamo liberi".



                                     

1.10. Sintesi dellopera Filosofia della libertà e monismo

Il monismo in cui Steiner si riconosce respinge dunque lassunto che nella moralità delluomo si nasconda il finalismo di unentità impercepibile a lui estranea. Esso ammette che luomo possa trovarsi a volte in condizioni di non-libertà, in quanto vive in un mondo di percezioni, e può essere incapace di produrre intuitivamente le proprie idee morali. Steiner riconosce in tal caso come parzialmente giustificato il realismo primitivo, che si fa comunicare da altri, dalla società, o da un essere divino concepito con sembianze percepibili ai sensi, il contenuto concettuale della sua vita morale.

Totalmente ingiustificata è invece la metafisica speculativa, che cerca spiegazione ai fenomeni del mondo al di fuori di esso.

Non hanno senso per Steiner le discussioni se luomo sia libero oppure no, perché egli in realtà è un essere in evoluzione, che "è chiamato allo spirito libero, come ogni germe di rosa è chiamato a divenire rosa".

                                     

1.11. Sintesi dellopera Scopo del mondo e scopo della vita

Steiner intende chiarire a questo punto in cosa consista propriamente il concetto di finalismo, troppo spesso frainteso.

Per Steiner si può parlare di finalismo solo nelle azioni umane, quando leffetto preceda la causa, ovvero lavvenimento che segue eserciti unazione determinante su quello che precede. Un tale caso può verificarsi solo quando leffetto abbia un carattere puramente concettuale: ad esempio lidea di una macchina, che ancora non esiste, costituisce il fine del suo lavoro di costruzione, che mira a farla diventare un oggetto di percezione.

Le leggi di natura sono spesso confuse con dei presunti "fini" della natura. Ad esempio non si può dire che "il fiore sia lo scopo della radice, che cioè il primo abbia influenza sulla seconda", ma soltanto che esiste un nesso concettuale tra i due: è questo nesso concettuale, non il fiore, ad agire nella pianta. Esso opera non come fine ma come legge, dallinterno della pianta: non si tratta quindi di unidea esterna, che debba essere incorporata costruendo una connessione di parti inesistente in natura, come avviene nelloperare umano.

Lo stesso malinteso si produce quando si ragiona di presunti scopi del mondo o della storia delluomo, che sarebbero guidati dal Creatore o da entità soprannaturali.

                                     

1.12. Sintesi dellopera La fantasia morale

Il modo di agire di uno spirito non libero si regola in base alla sua esperienza passata, ricevendo in forma di concetto generale le leggi che vietano certe azioni, e basandosi su esempi concreti per quelle che prescrivono cosa fare in positivo. Ma lo spirito libero prende da sé le idee morali da tradurre creativamente in rappresentazioni tangibili, in virtù di una propria facoltà chiamata da Steiner "fantasia morale". E la capacità di destreggiarsi nel mondo delle percezioni per trasformarlo nella direzione voluta è detta "tecnica morale", che si acquisisce con la conoscenza delloggetto su cui si interviene, e delle leggi di natura in genere.

Mentre però nella conoscenza, di cui Steiner ha trattato nella prima parte del libro, la percezione di un oggetto viene semplicemente collegata al concetto corrispondente, al quale esso si trova già unito oggettivamente, sul piano della soggettività luomo può ricomporre la dualità percezione / concetto solo con la propria attività morale, costruendo il concetto di se stesso quale spirito libero a cui unire la percezione "uomo".

Steiner rileva che nella vita morale non si può parlare di leggi in analogia a quelle naturali della specie: in quanto individuo, infatti, ogni uomo ha delle leggi sue proprie. Solo perché abbiamo ricevuto dai nostri antenati dei codici di comportamento, tramandati per eredità, si cade nellerrore che questi siano affini alle leggi naturali dellorganismo.

Steiner non vede contraddizione, ma anzi una perfetta concordanza, tra lindividualismo etico da lui sostenuto e la teoria dellevoluzione: come le forme organiche più recenti si sono evolute da quelle più antiche, così la libera attività morale delluomo va considerata come la naturale continuazione delle funzioni organiche della specie; non avrebbe senso altrimenti postulare un "salto" soprannaturale dalla scimmia alluomo. Ma daltra parte, come non si può trarre il concetto dei rettili da quello dei protoamnioti, così ogni uomo può essere compreso solo partendo dal singolo uomo; né le idee morali più recenti si possono dedurre, o tantomeno giudicare, da quelle precedenti.

La caratteristica delluomo in quanto tale è dunque la libertà, la quale non è tanto la semplice assenza di costrizioni esterne, ma la capacità di determinare da sé, con la fantasia morale, i motivi del proprio agire.

                                     

1.13. Sintesi dellopera Il valore della vita

Le discussioni sugli scopi trascendenti della vita si sono spesso intrecciate, nella storia della filosofia, con quelle sulla presunta bontà o malvagità di essa. Ad una visione ottimistica, propria ad esempio di Leibniz, che considera Dio il creatore del migliore dei mondi possibili, per cui letica umana avrebbe solo da conformarsi ai suoi progetti, si contrappone il pessimismo di Schopenhauer e di Hartmann. Steiner intende mostrare linfondatezza delle loro convinzioni, dovute al pregiudizio metafisico di postulare delle entità astratte preposte al governo del mondo, che impedisce di valutare oggettivamente luomo nella sua libertà.

A Schopenhauer, che vede luomo sottomesso ad una volontà cieca, la cui essenza è un incessante desiderare e spasimare per una soddisfazione impossibile da raggiungere appieno, Steiner fa notare che non si può attribuire alle aspirazioni la sorgente del dolore, e che anzi esse procurano la gioia della speranza di un appagamento, una gioia "compagna del lavoro, i cui frutti non si raccolgono che in avvenire". se anche questi frutti non si raccogliessero, resta la consapevolezza, lenitiva del dispiacere, di aver fatto "la propria parte".

Ad Hartmann, che fonda la sua etica sullestirpazione di ogni aspirazione al piacere, da lui considerato illusorio in confronto ai dispiaceri, cosicché gli uomini si convincano a prendere su di sé il loro carico di dolore per redimere la sofferenza stessa di Dio, Steiner contrappone letica della libertà fondata sulla soddisfazione derivante dalla realizzazione dei desideri delluomo e dallesaudimento dei suoi ideali morali: questi procurano tanto più piacere, quanto più spinosa è stata la via per perseguirli. Il piacere per Steiner va commisurato non con la quantità del dispiacere incontrato, ma con la forza e lintensità del nostro desiderio.

Il conseguimento di un obiettivo ha valore per Steiner in quanto "è stato voluto". Letica del dovere valuta luomo in base al rapporto fra quanto il dovere pretende, e ciò che egli compie; ma in questo modo essa lo misura "con un metro che è al di fuori del suo essere". Ogni singolo uomo non si può spiegare con criteri morali a lui trascendenti, né tantomeno con le leggi della specie, ma solo a partire da sé stesso.

                                     

1.14. Sintesi dellopera Individuo e specie

Quanto più una libera individualità si emancipa dalle caratteristiche della specie, così come della sua etnia, religione, nazione, famiglia, o genere sessuale di appartenenza, tanto più occorre emancipare la conoscenza da quelle stesse caratteristiche per poterla comprendere veramente; altrimenti cercheremmo "invano nelle leggi della specie la ragione dellespressione del suo essere".

Steiner rileva anche che uno degli ostacoli alla comprensione dellindividuo, basati sulla sua presunta conformità alla specie, emerge spesso nei giudizi sulla donna:

                                     

1.15. Sintesi dellopera Le ultime questioni

Steiner conclude illustrando cosa comporta laccettazione del monismo: esso non ricerca la spiegazione del mondo al di fuori dei principi che stanno dentro di esso, perché non ha senso separare dall "al di qua" un al di là solo logicamente dedotto, che sfugge allesperienza. Losservazione della realtà, unita al contenuto del pensare intuitivo, è tutto ciò che occorre per afferrare la vita in Dio.

Nelle appendici alla seconda edizione dellopera uscita nel 1918, dopo aver risposto ad alcune obiezioni di Hartmann che a suo avviso hanno frainteso il senso di alcune sue affermazioni, Steiner dichiara che luomo di oggi non si contenta più di credere: egli vuole conoscere. Chi è tormentato dai dubbi si trova paralizzato nel suo agire, mentre solo la verità può dargli quella sicurezza di cui ha bisogno.