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ⓘ Pieve di Santo Stefano e Santa Libera




Pieve di Santo Stefano e Santa Libera
                                     

ⓘ Pieve di Santo Stefano e Santa Libera

La pieve di Santo Stefano e Santa Libera è un edificio sacro in stile romanico risalente al secolo XI che sorge all’estremità sud del paese di Rocca dArazzo, in Piemonte, su un cocuzzolo da cui si domina il panorama sulla sottostante vallata del Tanaro fino ad Asti; nelle giornate limpide la vista si allarga alle circostanti colline del Monferrato e alle Alpi, dal Monviso al monte Rosa.

Dalle leggende dell’eremita e di Santa Libera, alla storia documentata che dalle abbazie cistercensi porta, attraverso la peste seicentesca, fino a Napoleone, potete rivivere le vicende della pieve salendo la collina fino a raggiungere un piccolo ambiente medioevale straordinariamente suggestivo. L’antica chiesa di Santo Stefano a croce latina è davvero interessante: presenta un’abside atipica rispetto a quelle delle altre chiese dell’Astigiano. Essa è divisa da tre lesene in cotto, in quattro campi. Una serie di finestrelle, due per ogni campo, con arco a pieno centro e con apertura a squarcio, corre subito sotto la linea di gronda. Più sotto si aprono altre finestrelle, un po’ più ampie delle precedenti.

                                     

1. Il diploma di Enrico III

Un diploma del ventisei gennaio millequarantuno rilasciato dal re Enrico III di Germania conferma al Vescovo di Asti, fra gli altri beni ecclesiali, il castello di Rocca d’Arazzo" cum capellis et silvis”. Poiché sembra doversi escludere la presenza di un grosso insediamento abitativo, l’esistenza di più edifici di culto potrebbe far pensare a diverse piccole comunità sparse e operanti nel territorio all’ombra del castello, la cui edificazione è attribuita al Vescovo di Asti. Una delle cappelle è quella di Santo Stefano che sorge in un piccolo villaggio fuori le mura della fortezza ed è circondata da fitte selve.

                                     

2. Santo Stefano …- Gerusalemme, 36

Fu il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli perché li aiutassero nel ministro di fede. Era ebreo di nascita, venerato come Santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, fu il protomartire, cioè il primo cristiano ad aver sacrificato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli, dove appare, evidente, sia la sua chiamata al servizio dei discepoli, sia il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso Saulo prima della conversione.

La celebrazione liturgica di Stefano è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio furono posti nel martirologio i comites Christi, cioè i più vicini nel suo percorso terreno, i primi a renderne testimonianza con il martirio e a penetrare profondamente nel mistero dellIncarnazione del Verbo San Giovanni Evangelista.

All’interno della Chiesa è possibile osservare una scultura a tutto tondo, raffigurante Santo Stefano in abito diaconale che tiene con il braccio destro le pietre del martirio. L’opera è ascrivibile alla fine del XVII secolo. Il manufatto è stato eseguito in legno massello, successivamente ingessato e decorato per mezzo di tempere e lamine di metallo pregiato.

                                     

3. Santa Libera o Liberata da Como

Libera o Liberata nacque agli inizi del VI secolo a Rocca dOlgisio Piacenza, da famiglia molto benestante ed aveva una sorella, pure lei venerata come santa dalla tradizione cattolica, di nome Faustina. Le due sorelle persero la madre in giovane età e furono affidate ad un tutore di nome Marcello. Il padre non avendo altri figli voleva che le figlie trovassero un degno e nobiliare matrimonio. Ma le figlie erano intenzionate a seguire un altro tipo di vita, quello della contemplazione e della preghiera, al servizio di Dio. Questi desideri vennero contrastati dal padre le figlie per realizzarlo dovettero fuggire da casa. Esse riparano a Como dove presero il velo dal vescovo Agrippino. Esse adottarono la regola di Benedetto, che proprio in quegli anni iniziò ad espandersi. Fondarono un monastero dedicato a santa Margherita con annesso oratorio dedicato a san Giovanni Battista, monastero che fu vitale per oltre un millennio e venne poi soppresso nel 1810, per ordine napoleonico, quando vi erano ancora presenti dieci monache. Alla loro morte, intervenuta negli ultimi anni del VI secolo, le due sorelle vennero inumate nel complesso monastico presso Como. Attorno allanno mille, resosi il luogo poco sicuro per continue incursioni barbare, i corpi vennero traslati nella cattedrale di Santa Maria di Como, nel 1317 vennero posti nellaltare maggiore della cattedrale che ancora oggi è dedicata a queste sante. Nel 1618 una parte delle reliquie venne donata a Piacenza, città di origine delle sante, e attualmente conservate nella chiesa di SantEufemia. Le due sorelle Liberata e Faustina, vengono celebrate come sante vergini nel nuovo Martyrologium Romanum della Chiesa cattolica, il 19 gennaio.

La leggenda di Santa Libera affonda le radici nei riti precristiani legati alla Dea Madre, la dove l’acqua era considerata sacra e taumaturgica. Sulla collina ove ora sorge la chiesa di Santo Stefano, un tempo sgorgava una sorgente circondata da una foresta. Una donna, a cui la lebbra aveva roso le mani lasciandole solo due moncherini, si recò con i due figli nella folta selva che ricopriva le pendici del monte. Giunti nei pressi della fonte, i bambini scivolarono nell’acqua rischiando di annegare. Fu allora che la donna udì una voce intimarle di affondare in acqua gli arti che ridiventarono mani forte e sane, con le quali afferrò i piccoli e li trasse in salvo. Con l’avvento della religione cristiana, la guarigione miracolosa tramandata di generazione in generazione si tramutò in fede popolare. Libera fu così molto venerata fin dal Medio Evo e a lei ci si rivolgeva per essere liberati dalle malattie della pelle. Si giunge così fino ai giorni nostri in cui ancora la si invoca specialmente per la crosta lattea.



                                     

4. I riti

La devozione a Libera come santa cristiana, nacque probabilmente durante le pestilenze del Medio Evo. Nell’iconografia è rappresentata con due bambini fra le braccia come è possibile osservare nelle raffigurazioni su tela e in stucco contenute nella cappella. Fino a qualche anno fa, prima dei restauri che hanno necessariamente interrotto la pace del luogo, la chiesa era luogo di preghiera e di pellegrinaggio delle madri che invocavano la grazia per i loro figli malati, soprattutto se soffrivano di crosta lattea. Il rito consisteva nel percorrere in ginocchio la strada che porta alla chiesa; recitando il Rosario si effettuavano tre giri intorni all’edificio e ad ogni giro si bussava alla porta. Questo si ripeteva per nove giorni di seguito; ogni giorno si posava un sassolino sulla finestra della cappella di Santa Libera. Il nono giorno, attraverso la stessa finestra, si gettava all’interno la cuffietta del neonato.

                                     

5. L’Antica Torre Romana

Preesistenze di età romana sono state ipotizzate sulla base di materiali rinvenuti. Uno di questi è il frammento di una lapide probabilmente un cippo funerario romano che si trova sulla parete esterna del transetto sud rimossa dal gradino antistante l’altare, durante i lavori eseguiti negli anni sessanta. Sulla lapide compare la scritta" SIBI ET LAEVAE PAULENAE UXORI”. La lapide come altri materiali usati nella costruzione della chiesa viene quasi certamente da resti di insediamenti romani intorno alla Via Fulvia che i muratori medioevali usavano smantellare per procurarsi pietre e mattoni. Data la posizione elevata del colle, è possibile che in epoca precedente l’edificazione della chiesa, fosse preesistita una torre di avvistamento romana.

                                     

6. Tipologia Edilizia

Pianta: aula rettangolare con due cappelle diseguali ai lati del presbiterio che fanno assumere alla pianta laspetto di una croce latina, coro rettangolare e abside semicircolare. Volte e solai: a botte in mattoni in foglio su aula, cappelle e coro; a crociera sul presbiterio e semicatino sullabside. Coperture: tetto a capanna sullaula e a padiglione sulle due cappelle struttura lignea, ad una falda semiconica sullabside; manto in coppi. Tecniche murarie: muratura intonacata nellaula con pietra stuccata nella parte bassa; muratura di mattoni, con qualche elemento lapideo, coperta di scialbo nellabside. Pavimenti: Mattonelle in cotto. Decorazioni esterne: fornici del coronamento absidale. Decorazioni interne: affresco nel semicatino XIII e XV secolo, stucchi nella cappella sul fianco nord, cornice dimposta della volta. Arredi: altare ligneo con paliotto, alcune tele, candelabri in legno dorato, panche in legno ex voto. Strutture sotterranee: due locali utilizzati come ossari.



                                     

7. Madonna con il Bambino con SantAntonio da Padova e San Giovanni evangelista

Sul lato sinistro dell’aula principale lunga e stretta, è visibile un dipinto che raffigura la Madonna con il bambino, Sant’Antonio da Padova e San Giovanni Evangelista, riconoscibili dagli elementi iconografici a loro attribuiti. Il dipinto è stato restaurato nel 2015.

Antonio di Padova, o da Lisbona, al secolo Fernando Martins de Bulhões, fu un religioso francescano portoghese, proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1232 e dichiarato dottore della Chiesa nel 1946. Da principio canonico regolare a Coimbra dal 1210, poi dal 1220 frate francescano. Viaggiò molto, vivendo prima in Portogallo quindi in Italia e in Francia. Fu dotato di grande umiltà, ma anche di grande sapienza e cultura, per le sue valenti doti di predicatore, mostrate per la prima volta proprio a Forlì nel 1222, fu incaricato dellinsegnamento della teologia e inviato dallo stesso san Francesco a contrastare la diffusione delleresia catara in Francia. Fu poi trasferito a Bologna e quindi a Padova. Morì alletà di 36 anni. Rapidamente canonizzato in meno di un anno il suo culto è fra i più diffusi del cattolicesimo. È rappresentato in abito francescano con un libro e un giglio bianco simbolo della verginità e del bambino in ricordo di una visione in questa raffigurazione tali elementi sono posti in basso. Altri elementi iconografici riconducibili al Santo sono la fiamma e il cuore.

San Giovanni Evangelista era il figlio di Zebedeo e Salome e pescatore a Betsaida, fratello dellapostolo Giacomo il Maggiore, fu un apostolo di Gesù. È tra i primi a seguire Cristo nel suo lungo cammino fino alla Croce, sempre pronto all’ascolto e alla interiorizzazione di ciò che Gesù diceva e l’unico a seguirlo fisicamente attraverso la via dolorosa, dal processo fino al calvario. A lui che nel suo Vangelo si definisce" il discepolo che Egli amava”, Gesù, per la sua lealtà e trasparenza, per la predilezione che gli suscita la sua purezza d’animo ed il suo affetto, affiderà la Madre che Giovanni, simbolo di tutti i cristiani di cui Maria è Madre, accoglierà nella sua casa. Insieme con Pietro è colui che più volte viene menzionato nel Vangelo e che con il discepolo più anziano e più autorevole, sarà testimone dei numerosi miracoli di Gesù e dei momenti più salienti della Sua vita. Raffigurato come giovane imberbe con l’aquila e il libro; il calice con il serpente deriva da fonte apocrifa: costretto a bere un veleno per non aver sacrificato agli dei, benedisse il calice da cui uscì un serpente.

                                     

8. Il Martirio di Santo Stefano

Sul lato destro dellaula principale è visibile un quadro con Santo Stefano posto al centro della raffigurazione con ai lati i due aguzzini e in alto Gesù Cristo e Dio Padre circondati dal coro celeste. Viene Rappresentato giovane con abiti da diacono; i suoi attributi visibili, sono le pietre con cui viene lapidato, la palma del martirio e il libro.

                                     

9. Madonna con il Bambino, san Giovanni Battista e santElena

Nella cappella di destra si può ammirare il dipinto raffigura la Madonna con Bambino posti in posizione centrale, ai loro piedi quattro santi, da sinistra: il primo di difficile riconoscibilità, il secondo probabilmente San Giovanni Battista, il terzo un santo con la spada e palma, quindi un martire, ma anch’esso di difficile riconoscibilità e l’ultima farebbe pensare a Sant’Elena per gli elementi iconografici a lei appartenuti. In basso a sinistra è anche visibile uno stemma, anch’esso non di facile riconoscimento.

San Giovanni Battista: è rappresentato come eremita, vestito di pelli. Suoi attributi sono l’agnello, per la frase pronunciata quando vide Gesù" ecco l’agnello di Dio", e una croce con spesso un cartiglio come in questo dipinto in cui sono state scritte in latino" Ecce Agnus Dei”. I vangeli riportano che Giovanni era figlio di Zaccaria ed Elisabetta, cugina di Maria e che nacque circa sei mesi prima di Gesù. Secondo la tradizione apocrifa, alla nascita l’avrebbe tenuto in braccio Maria che si era recata in visita all’anziana cugina. Fu precursore di Gesù, vivendo come un eremita ne deserto, predicando la conversione e battezzando sul fiume Giordano. Da lui si presentò Cristo per essere battezzato. Giovanni morì poco tempo dopo, decapitato per ordine di Erode Antipa che lo aveva fatto incarcerare perché egli lo aveva rimproverato sulla sua condotta. Sant’Elena: nata in Bitinia, era forse figlia di un oste. Nel 270 circa sposò un generale romano, Costanzo Cloro, e gli diede un figlio Costantino. Fu ripudiata dal marito nel 292, quando divenne imperatore dell’Impero romano d’Occidente e sposò Teodora, la figliastra dell’imperatore Massimiliano. Ormai sessantenne, intorno al 312, Elena si convertì al cristianesimo, dimostrando una profonda devozione. Dopo aver raggiunto suo figlio Costantino alla corte di Treviri e dopo che quest’ultimo divenne imperatore, Elena andò in pellegrinaggio nella Terra Santa e fece costruire la chiesa della Natività e quella del Santo Sepolcro. Fu Sant’Ambrogio il primo a sostenere il ruolo di Elena nel ritrovamento della Santa Croce di Cristo. Vestita solitamente con abiti imperiali con la corona; tra i suoi attributi la croce come la raffigurazione di questo dipinto, i chiodi della croce e un modellino della chiesa.

                                     

10. IL tabernacolo

Il tabernacolo, risalente al XVII secolo, è un manufatto realizzato in legno, assemblando più assi per mezzo di incastri, perni e colla animale, successivamente ingessato e decorato per mezzo di tempere e lamine di metallo pregiato. Simmetrico, ispirato al repertorio architettonico, con nicchia a edicola, contenente un calice ad alto rilievo tra colonne, fregi, volute e telamoni laterali il tutto culminante in un timpano spezzato. Il tabernacolo poggia su un basamento e due gradini laterali intagliati a girali floreali.

                                     

11. Gli affreschi

Nel XII sec. Nella Confinante Azzano prospera il monastero di S. Bartolomeo, una comunità monastica che si è espansa in modo particolare verso la zona orientale della città. All’inizio del XIII sec. San Bartolomeo è un monastero ricco, come testimonia una bolla papale di Innocenzo IV 1247, dalla quale emerge che l’abbazia possiede chiese e case parrocchiali, ed incamera le decime ad esse pertinenti. Probabilmente, quindi, tutte le chiese e cappelle intorno ad Azzano erano possedimento del monastero, compresa S. Stefano. Ma accanto all’espansione territoriale San Bartolomeo si preoccupa anche del suo sviluppo spirituale: l’opera evangelica si dispone in quei tempi attraverso le immagini, che richiamano i fedeli ai momenti più alti della vita di Gesù e dei santi. È lecito supporre, dunque, che gli affreschi presenti nell’abside della chiesetta siano stati appositamente commissionati dall’abate del monastero. Daltronde una lettura stilistica degli stessi indirizzano la datazione proprio verso l’inizio del XIII sec., quando in un atto del 1237 compare un Guillelmus, chierico della chiesa di S. Stefano della Rocca il pittore? Committente ed autore rimangono anonimi, ma l’eccellente lavoro, la bellezza artistica delle pitture, sono tuttora il patrimonio più suggestivo ed ammirato della pieve.

L’affresco nella calotta absidale della chiesa di Santo Stefano rappresentante" Cristo in Gloria fra Maria e San Giovanni Evangelista”, che testimonia il passaggio dal Romanico al Gotico. La bufera che in una giornata d’estate del 1966 si è abbattuta sull’astigiano, ha portato alla scoperta delle antiche pitture murali. Le folate di vento impetuose, penetrate dalle monofore dell’abside, hanno fatto cadere uno strato di intonaco di notevole spessore, che copriva la calotta, in parte forse già staccate in seguito ai movimenti del terreno. Sono così ricomparsi dall’oblio dei secoli affreschi quattrocenteschi, insieme ad altri romanici attribuiti al XIII secolo.

Nell’abside due monofore danno luce a tracce di un affresco, ornato da un fregio a nastro, raffigurante il Cristo Pantocratore in mandorla frammento del piede sinistro, con legaccio del sandalo elegantemente annodato. Alla sua sinistra Maria dal capo velato è datata alla metà del XV secolo; alla destra della mandorla compare San Giovanni Evangelista che tiene con la mano il libro chiuso del suo Vangelo la figura meglio conservata, avvolto in paludamenti violacei con ombreggiature purpuree. La lieve inclinazione del volto dell’Evangelista dai tratti molto puri, curvilinei nell’indicare gli occhi e la chioma comunica l’idea di una giovinezza meditativa e assorta. Qui, da un prestito d’età ellenistica sembra derivare, in particolare, l’impressione di prestezza che aderisce al modulo del piede. L’equilibrio armonico delle varie parti, che ricerca un’ideale bellezza di forme, ha rispondenze assai prossime con le miniature del cosiddetto gruppo di Ala, dove i colori sono altrettanto intensi e vellutati; mentre l’andamento flessuoso è già una caratteristica delle più antiche miniature di Tours. Quale sentimento del sacro rappresenta il" giovane Santo” di Rocca d’Arazzo? Non la religione della lontana Bisanzio, persa dietro al desiderio dell’oro immateriale, né quella rude, potente e plastica del romanico, ma una religiosità più confidente, interiorizzata, che non teme di compromettersi nell’accogliere modi ellenistici di visualizzazione del corpo. Ciò che si agita dentro, segno della nuova contraddizione del Gotico, trova modo di esternarsi nell’assottigliamento della persona, nel movimento franto delle vesti, in un’elevazione della propria fragilità verso l’alto.



                                     

12. I restauri

I dipinti, eseguiti con la tecnica del buon fresco, versano in condizioni disastrose sia nel supporto che nel colore…” Questo è quanto si rivela nel 1997 a seguito di un sopralluogo dei Beni culturali. I danni agli affreschi sono ben visibili. Le lesioni all’intonaco sono particolarmente estese con il rischio che ampie porzioni delle pitture cadano e vadano irrimediabilmente perse. Ci sono inoltre crepe ramificate in corrispondenza dell’abside dovute ad un assestamento del terreno. Non sono lesioni recenti: già a partire dal XV sec. vengono prodotte martellinature, per l’esecuzione e la sovraimmissione di nuovi dipinti. Inoltre nel corso del tempo si producono grossolane stuccature di manutenzione con cemento e gesso che hanno abraso ulteriormente alcune parti. Partono così i necessari ed urgenti lavori di restauro. Le varie fasi dell’intervento prevedono operazioni di consolidamento e pulitura, vengono inoltre rimosse tutte le stuccature in gesso e malta di cemento che possono compromettere la struttura., nonché la bellezza artistica dei dipinti. Oggi a restauro ultimato, la qualità dell’opera è salvaguardata, anche se il normale decadimento degli affreschi, deve responsabilizzare i rocchesi ad unopera di controllo e di intervento per garantire questo patrimonio alle future generazioni.

                                     

13. IL crociato e leremita

Un’antica leggenda vuole che il figlio cadetto di una nobile famiglia del posto di nome Defendente dei Penna, prima di partire crociato per combattere in Palestina, facesse voto, se mai fosse tornato sano e salvo dalla Terra Santa, di costruire una chiesa e di trascorrervi il resto della vita in eremitaggio. La preghiera fu ascoltata e Defendente mantenne la parola facendo erigere, sui resti di un tempio preesistente, una cappella, la cui abside circolare con dodici finestre a ricordare i dodici apostoli, ricordava nella fantasia popolare, un’antica costruzione dove ci si recava per guarire con l’acqua di una fonte. Il racconto vuole anche che l’eremita in quell’abside venisse sepolto e che il suo sepolcro celasse un passaggio sotterraneo che lo collegava al castello della Rocca. Nella chiesa davanti ai gradini che salgono all’altare, all’arrivo dell’ultimo gradino del presbiterio, vi sono tre mattoni rettangolari di grosse dimensioni con gli spigoli smussati, vi è l’accesso, murato, ad un ambiente sotterraneo o ad una sepoltura. Tra il 1962 e il 1965 viene demolita la cosiddetta casa dell’eremita, una piccola costruzione addossata al fianco Sud della chiesa che serviva da abitazione al frate che si occupava dell’edificio religioso e dell’annesso cimitero. La casupola era già descritta come" cadente” dal rapporto di una visita pastorale del 1837.

                                     

14. Il lazzaretto

Nel 600 apparve in Europa la peste, un flagello portato in Italia dai Lanzichenecchi. Della terribile epidemia ha raccontato il Manzoni ne I Promessi Sposi: una cronaca di superstizioni, orrori ed atti di pietà che travolsero la Lombardia e Milano tra il 1628 e il 1630. Anche Rocca non scampò al contagio. Molti abitanti del borgo si ammalarono. Intorno a S. Stefano venne allora allestito un lazzaretto, un ospedale cioè più di speranza che di cura. Date le scarse conoscenze mediche del tempo, infatti, c’è da pensare che la maggior parte degli infermi non sopravvivesse alla pestilenza. Lo testimonia il fatto che il terreno attorno alla chiesa fu adibito a cimitero; tant’è vero che, nel 1669, a seguito di lavori di rifacimento del pavimento vengono alla luce una notevole quantità di resti umani, che sono sistemati, insieme ad altre ossa disperse attorno all’edificio, nell’attiguo cimitero. Tanto si impresse nella memoria lo scampato flagello che i rocchesi vollero edificare nel 1686 unaltra chiesa, oggi scomparsa, intitolata a san Rocco come sentito voto di ringraziamento.

                                     

15. Leditto di Saint Cloud

Nel 1804 l’editto di Saint Cloud, promulgato da Napoleone Bonaparte obbliga i centri abitati a destinare alla sepoltura dei defunti un luogo ai margini dell’abitato per esigenze igieniche e sanitarie. Visto il divieto di utilizzare il cimitero all’interno del paese, dal 1805 i rocchesi rimettono in funzione quello di Santo Stefano, preesistente da secoli. Ma, sia perché troppo vicino ai fabbricati, sia perché la natura del terreno rendeva difficile lo scavo delle fosse, nel 1819 viene dismesso in favore di quello attuale.

                                     

16. La vigna

Gli eremiti che si succedono nel tempo hanno cura della cappella campestre. Ai frati erano infatti affidati lavori di manutenzione, come pure il trasporto delle vettovaglie, del fieno, delle messi raccolte nell’eremitaggio. Inoltre custodivano la chiesa, provvedevano alle riparazioni e si procuravano gli approvvigionamenti necessari in parte con l’aiuto della comunità e in parte con le elemosine, non avendo loro alcun reddito salvo una piccola vigna all’intorno.

                                     

17. L’inverno del 44 Testimonianza di Giuseppe Palladino, raccolta da Alessia Rosso

Ero con un gruppo di partigiani appostati non ricordo più dove e non so come avvenne, ma i Tedeschi ci catturarono. Io mi dimenai, ma un soldato mi dette un colpo in testa. Mi ritrovai sul treno con i miei compagni in un vagone sporco, con le inferriate e un’infinità di soldati tedeschi appostati sul tetto. Ci tenevano a pane e acqua; nella cella eravamo in cinque: tre vennero uccisi, non ricordo più per cosa. Una sera la guardia scese nella nostra cella, la catturammo stordendola con un colpo in testa e uscimmo sul tetto del vagone. Approfittando di una fermata, saltammo giù dal treno e strisciando velocemente raggiungemmo un bosco dove passammo la notte. Viaggiavamo solo con il buio, evitando i casolari e dormendo dove capitava….eravamo in Veneto. Riuscimmo a prendere un treno che ci portò in Lombardia; da lì con mille precauzioni continuammo la strada che ci portò a casa. Nel frattempo, fin dal giorno della mia cattura, la mamma e la zia per nove sere recitarono la novena a Santa Libera eseguendo il rito in ginocchio nella neve".

                                     

18. Anno 2014: inizia la rivalorizzazione della Pieve

Grazie all’impegno e alla serietà del sacerdote Padre Giancarlo DUgo, Parroco della Parrocchia dei Santi Stefano e Genesio di Rocca d’Arazzo, dopo anni di abbandono, la Chiesa ha il suo primo Rettore nella persona di Davide Forno, nominato dal Consiglio Parrocchiale e un piccolo gruppo di volontari sempre molto disponibili. Si è provveduto alla rivalorizzazione della Chiesa con manutenzioni ordinarie e migliorie. La Chiesa di Santo Stefano, ha subito una profonda trasformazione: è stata disboscata l’intera selva che nascondeva il suo splendore; ora è circondata da ulivi e raggiunta la vetta è possibile godere di un panorama mozzafiato.

Esternamente e internamente è stata ristrutturata con piccoli lavori di consolidamento e stuccatura della fascia perimetrale più bassa; inoltre ora di notte è visibile da molto lontano grazie ad una moderna illuminazione a led. All’interno sono stati riportati: il tabernacolo, la statua lignea di santo Stefano, i candelabri, i quadretti della Via Crucis, i quadretti ex voto e tutti i dipinti ad olio su tela, dopo unaccurata opera di conservazione e restauro ad opera di Nelson Restauri s.r.l., autorizzata dalle Belle arti di Torino. Per festeggiare la ricorrenza di santa Libera il 24 gennaio 2016 è stato benedetto il nuovo altare costruito con le pietre che costituivano parte del parapetto del ponte sul Tanaro di Castello di Annone, donate dal Sindaco Valter Valfrè, insieme alle panchine in pietra disposte intorno alla chiesa.

                                     

19. Citazione di fonti

G. Riccardi, Rocca dArazzo attraverso i secoli - Cenni storici su Rocca dArazzo, Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1925

Domenico Testa, Tra lalto ed il basso Monferrato - Vicende storiche medievali, Asti, Tipografia Astese di Bona e Dellarovere, 1971.

Vanni Cornero, Rocca dArazzo storia tradizioni leggende, Canove di Govone, Edizioni G. Pelazza, 1994.

Provincia di Asti, Le chiese romaniche delle campagne astigiane, Torino, 1998, ISBN 88-88491-00-7.

Milena Audenino, Storie di Rocca, Asti, B.d.T. Editrice, 2006.

Comune di Rocca dArazzo, Rocca dArazzo racconta 150 anni della sua storia, Asti, Team Service Editore, 2013.

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