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ⓘ Andragogia




                                     

ⓘ Andragogia

L andragogia è una teoria dellapprendimento ed educazione degli adulti nata nel 1980. Il termine è stato coniato in analogia a quello di pedagogia, che deriva dal greco παῖς pais, bambino, e ἄγω ago, condurre. Si tratta di un modello incentrato sui bisogni e gli interessi di apprendimento degli adulti, che ha trovato in Malcolm Knowles il suo massimo esponente.

                                     

1. Storia

Il termine andragogia viene considerato allinterno di una categoria molto più vasta, che è quella delleducazione degli adulti EDA, la quale è stata da sempre unimportante forma di educazione sistematica. Già i grandi maestri filosofi pongono lattenzione sulladulto, come un soggetto ancora in apprendimento nonostante non sia più bambino. Tra i nomi più illustri che si sono interessati di educazione degli adulti rientrano Socrate 469 a.C. - 399 a.C. il quale riflette sulla qualità e non sulla quantità dellapprendimento: le persone sanno di non sapere e di conseguenza devono saper partire da se stessi per educarsi e conoscere, come sostiene la moderna autoeducazione. Di fatto, luomo deve imparare a riconoscersi e a conoscere i suoi limiti ed essere solidale con gli altri. Platone nella sua opera la Repubblica 390 a.C. - 360 a.C., afferma che luomo saggio è il filosofo, quindi una figura adulta, Aristotele 383 a.C. - 322 a.C. nello stato ideale che identifica e SantAgostino 354 d.C 430 d.C. affermano che ladulto è in grado di apprendere nuovamente e di rieducarsi. Successivamente vi sono altri filosofi dei tempi antichi che considerano ladulto come un essere in grado di apprendere, tra questi Confucio, Lao Tzu, Gesù e Cicerone. Grazie alle loro esperienze con gli adulti, questi maestri considerano lapprendimento come un processo di ricerca attiva, non come una ricezione passiva di contenuti, e inventano tecniche per coinvolgere attivamente i discenti. Al contrario, nelle scuole per bambini e per ragazzi attive in Egitto fin dal IV millennio a.C. si sviluppa una pedagogia "gerarchica" e "verticale" che attribuisce allinsegnante la piena responsabilità delle decisioni riguardo ai contenuti, le modalità e la valutazione di tutto quello che è oggetto di apprendimento. Si tratta di unistruzione guidata dal docente, che lascia al discente il ruolo subordinato di seguire le istruzioni impartite.

Nelletà moderna leducazione viene vista come necessità di alfabetizzazione, ciò che ridimensiona ladulto e gli dà dignità. I protagonisti di questa corrente sono Martin Lutero 1456-1546, che pubblica le 95 tesi a Wittenberg in cui sostiene che luomo deve essere in grado di poter leggere la Bibbia in maniera autonoma, senza la presenza della Chiesa intesa come intermediaria tra luomo e Dio; allo stesso modo il teologo Melantone 1497-1560 organizza dei programmi di educazione degli adulti: di scrittura e di lettura. Unaltra figura importante di questo periodo è Comenio 1592-1679 che, consapevole della situazione del suo tempo, decide di aprire le porte delleducazione a tutti sia ai bambini che agli adulti cominciando prima con lacquisizione dellalfabeto e poi di tecniche per un ascolto attivo, per saper scrivere e saper parlare in pubblico. Lalfabeto da lui utilizzato si organizza con la relazione tra la parola e il disegno di questa così che i discenti siano più facilitati nellapprendimento.

Successivamente anche Jean-Jacques Rousseau parlerà dellimportanza dellEDA 1712-1778 allinterno del testo intitolato Le fantasticherie del passeggiatore solitario in cui comincia a riflettere su se stesso favorendo un auto-ricostruzione di sè. Il filosofo Nicolas de Condorcet 1749-1794 parla di educazione degli adulti come espressione di libertà, dignità e autonomia. Il politico Benjamin Franklin 1706-1790 invece, istituisce la prima libreria pubblica di Philadelphia, aperta a tutti, compresi gli adulti, che vi si recano per imparare, apprendere e conoscere; il tutto finalizzato ad una riduzione dellalto tasso di lanalfabetismo esistente in quegli anni e alla condivisione e scambio di sapere. Per concludere letà moderna non si può non citare Don Giovanni Melchiorre Bosco 1815-1888 il quale riconosce leducazione come una possibilità di rieducarsi e reinventarsi.

Nelletà contemporanea rientrano importanti pedagogisti come John Dewey 1859-1952 il quale afferma che la formazione degli adulti si svolge attraverso lesperienza; leducatore Eduard C. Lindeman 1855-1953 e lo psicologo Edward Lee Thorndike 1874-1949, scrivono una rivista in cui riconoscono il fondamento scientifico delleducazione degli adulti e vedono ladulto come possessore di un sapere legato al mondo professionale. Il professore Cyrili O. Houle avrà un ruolo fondamentale in quanto applica il metodo sperimentale agli adulti e capisce che ladulto apprende per uno scopo, per risolvere problemi, per linteresse ad apprendere o per bisogni di crescita. Più tardi sarà Malcom Knowles ad approfondire questi studi sulleducazione degli adulti e a diventare il fondatore dellandragogia e del modello andragogico. In tempi più recenti autori come Erik Erikson 1902-1998 con la teoria sullo Sviluppo Psicosociale e Jack Mezirow 1923-2014 con il modello del Transformative Learning, hanno apportato importanti contributi alleducazione degli adulti. Il pedagogista Ivan Illich 1926-2002 scrive Descolarizzare la società nel 1971 in cui critica la scuola come strumento di potere che insegna la cultura delle classi dominanti.

                                     

1.1. Storia Definizione di educazione degli adulti

La principale definizione di educazione degli adulti è quella inserita nella Dichiarazione Unesco di Nairobi del 1976 che definisce lEDA come: "L’insieme dei processi educativi grazie ai quali persone considerate adulte dalla propria società di riferimento sviluppano le proprie attitudini, arricchiscono le conoscenze, migliorano le qualificazioni tecniche o professionali, fanno evolvere atteggiamenti e comportamenti nella duplice prospettiva di una crescita integrale dell’uomo e di una sua partecipazione a uno sviluppo socio-economico e culturale integrato".

Unaltra definizione viene data nel 2002 da Anna Maria Mariani che afferma "L’Educazione degli Adulti non pretende individuali titanismi di ascesa verticale su se stessi ma propone un allargamento delle risorse cui attingere: pur partendo ciascuno dal proprio lago sepolto, si possono far crescere radici che affondino da tutti i lati possibili… affinché l’adulto possa rinascere più volte coinvolgendo identità personale e professionale, stili di vita e rapporti interpersonali nella paradossale ma non insensata capacità di modificare il proprio passato, oltre che di dirigere il presente e d’incidere sul proprio futuro. È questo che dovrebbe spingere l’adulto sulle vie della trasformazione". In Italia leducazione degli adulti compare grazie a Duccio Demetrio che attraverso la rivista Adultità si interessa dellapprendimento delladulto e definisce questo come costruttore della sua identità mediante un percorso continuo di adultizzazione. Questo processo avviene durante tutto il corso di vita 20-80 anni con scopi e valori diversi. Nel 2003 lautore afferma: "Leducazione degli adulti è quellattività spontanea, casuale o progettata nel corso della quale, o dopo la quale, si avverta di aver appreso nozioni, metodi, modalità cognitive, comportamenti, significati prima sconosciuti o conosciuti non direttamente o per approssimazione. In grado di problematizzazione critica livello concettuale, di fornire suggerimenti per esplorare la realtà livello empirico e dare orientamenti per lazione livello pragmatico" e continua poi nel 2011 sostenendo che "Non è possibile limitarsi soltanto a considerare scopi e criteri di natura trasmissiva per lo più connessi con le ingegnerie della formazione, ai pacchetti di skills. azioni in grado di introdurre nella vita dei soggetti variazioni esistenziali e comportamentali di più ampio peso."

I due termini "educazione" e "adulti", sono spesso considerati opposti tra loro, andando a creare così un ossimoro che Elena Marescotti nel 2012 esplicita affermando che spesso si intende ladulto come un uomo cresciuto e maturo che per questa sua condizione non ha necessità dapprendimento in quanto leducazione è intesa come crescita, sviluppo e maturazione. In realtà, ladulto ha bisogno di venir educato per una formazione auto-formativa in cui devessere in grado di acquisire autonomia e capacità di imparare ad imparare come si afferma nel Rapporto Delors del 1996. Leducazione secondo Jacques Delors deve far emergere i talenti nascosti intesi come potenziali della persona per favorirne il suo pieno sviluppo.

LUNESCO, a partire dal 1949 indice la prima Conferenza Mondiale sullEducazione degli Adulti che si susseguirà poi circa ogni dodici anni. La Conferenza di Parigi del 1985 dichiara limportanza del Right to learn in quanto questo viene definito come la chiave per la soluzione allanalfabetismo e per lo sviluppo della persona e, inoltre, gli adulti vengono invitati a prendere nuovamente in mano il loro destino. Nel 2009 invece si discute del Right to literacy nella Conferenza di Belém in cui vengono definite delle linee guida sulleducazione degli adulti per il futuro.

A questo punto è importante specificare che leducazione degli adulti racchiude landragogia. Questultima infatti, è una tecnica di apprendimento, un modello, anzi il primo modello delleducazione degli adulti ed è per questo motivo che spesso si fanno coincidere i due termini.

LEDA infatti è un sotto insieme del Life Long Learning e dellapprendimento permanente. Allinterno di questa rientrano Lifelong Education inteso come uneducazione lungo tutto larco della vita, la formazione degli adulti intesa come linsieme dei processi di insegnamento-apprendimento degli adulti, la formazione professionale intesa come linsieme delle attività di addestramento effettuate allinterno del contesto lavorativo e la formazione continua che si riferisce alla permanenza e alla continuità nel tempo di attività formative.

Leducazione degli adulti interviene per risolvere dei momenti di difficoltà che questi affrontano che vengono definiti come transizione.

                                     

1.2. Storia La transizione nelleducazione degli adulti

Il termine transizione deriva da transitio e significa passaggio, valico, movimento da.a. Le transizioni "disegnano" il corso di vita nella misura in cui la persona è in grado di costruire e gestire le stesse. Ha inoltre due valenze identificate dal prima e dal dopo in cui attraccherà la persona. Una transizione si verifica quando si rompe uno stato di stabilità, provocando dei sentimenti di instabilità, temporaneità e vuoto; la persona di conseguenza sarà dominata da incertezza e paura di ciò che potrebbe accaderle. Il transitore è colui che passa da una situazione ad unaltra, trascinando con sè qualcosa.

Per spiegare la transizione può essere utile presentare lesempio della bilancia a due piatti in cui nel primo quello più pesante viene racchiuso lesistente conosciuto, ad esempio le conoscenze le abitudini. Nel braccio definita da una linea obliqua che tende verso lalto troviamo la transizione caratterizzata da un alto livello di rischio e nel piatto della bilancia più leggero viene racchiuso il futuro promesso costituito da promozioni, cambiamenti o miglioramenti. Alla persona quindi risulterà complicato lasciarsi andare ad un futuro promesso che non si conosce e che andrebbe a sostituire il presente sicuro. Lo spostamento può venire frenato da una resistenza al cambiamento da parte dellindividuo che si focalizza nel presente senza dare una possibilità al futuro.

Leducazione e la formazione sono gli strumenti per procedere al cambiamento, in modo graduale, e per affrontare situazioni di difficoltà che caratterizzano la transizione.

Ci sono diversi autori che hanno definito vari modelli di transizione:

  • Transition Curve di Hopson 1976: identifica la transizione come un motore di cambiamento. Istituisce sette fasi per spiegare il fenomeno che sono: immobilizzazione, reazione, dubbio su di sè, accettazione della realtà e lasciarsi andare, tentativi, ricerca di significato e integrazione;
  • Transtheoretical Model of Change di Prochaska e Di Clemente 1994: per loro il cambiamento può avvenire in un tempo a sei fasi a forma di spirale poiché tiene conto delle possibili regressioni o dei possibili limiti riscontrabili. Queste fasi sono: pre-contemplazione che è una fase esterna alla spirale ed è intenzionale, avviene quando la persona ha paura di sbagliare e quindi pone una certa resistenza, contemplazione quando la persona ha voglia e intenzione a cambiare e va incoraggiata, preparazione per effettuare il cambiamento, azione inteso come il vero momento della transizione, mantenimento del cambiamento avvenuto e infine termine in cui il cambiamento è stabile nel tempo.
  • Transition Model di William Bridges 1991: il modello evidenzia come la persona debba lasciare andare il passato e aprirsi verso una zona definita "grigia" o neutra caratterizzata da sensazioni di incertezza, senso di vuoto e caduta della motivazione, per giungere nel nuovo inizio inteso come un rinnovamento inevitabile;


                                     

1.3. Storia Definizione di adulto

Adulto deriva dal latino adultus e significa cresciuto, sviluppato; ladulto è colui che ha compiuto la maggiore età e che è quindi in grado di compiere atti giuridicamente validi. Essere adulti è la capacità di agire responsabilmente per sé e verso altri.

Quando si parla di educazione si pensa ad un processo presente durante la vita in specifiche fasce di età: età scolare, adolescenza e giovane adultità. In realtà invece leducazione è un processo, un insieme di fattori, che influenzano e modificano luomo durante tutto il corso della vita. Leducazione degli adulti, riguarda specifici destinatari e si avvale di particolari modalità didattico-metodologiche.

Ci sono varie motivazioni per cui è importante investire in questo processo:

  • Per ridurre il numero di persone sotto-qualificate da un punto di vista professionale
  • Per aumentare la capacità di partecipazione sociale e di impegno civico
  • Per rendere disponibile il capitale sociale, precondizione per la crescita
  • Per sviluppare l’apprendimento lavorativo e l’apprendimento nei contesti formali e informali
  • Per favorire l’innovazione
  • Per trasformare il mercato del lavoro
  • Per generare coesione sociale

Come spiega Anna Maria Mariani nel 2002, investire sulleducazione degli adulti vuol dire dare una possibilità in più, perché ladulto ha caratteristiche differenti da quelle del bambino: è dotato di autonomia, riflessività, pienezza di vita personale e sociale. Tutto questo non fa che arricchire il processo educativo proprio. Il processo di cui si parla può quindi essere definito problematizzante, poiché apre a nuove prospettive, consapevolezze ed incertezze.

La complessità del profilo delladulto può essere definita attraverso sei sotto-categorie:

  • Sviluppo cognitivo e psicologico: lo sviluppo non dipende dalletà o dallo stadio di vita, né dalla sfida in sé, ma dallinterazione tra le risorse possedute dalladulto, le richieste o il compito che ha di fronte le circostanze tras-formative cui è sottoposto. In linea generale, per dare una localizzazione temporale, ci riferiamo alladulto quando parliamo di una persona nel lasso di tempo che va dai 20 ai 64 anni;
  • Caratteristiche di personalità: tratti e variabili individuali che rendono specifica la/ogni condizione adulta.
  • Caratteristiche di ruolo: modificazione, perdita, acquisizione e ridefinizione dei ruoli sociali influiscono sullo sviluppo adulto lavoratore/disoccupato; moglie/suocera; studentessa/figlia. A questi aspetti vanno a sommarsene altri quali: pressione, dissonanza, conformismo, anticonformismo, riconoscimento, accettazione allinterno di gruppi;
  • Caratteristiche esperienziali e biografiche: eventi-chiave, traiettorie di vita, esperienze personali, storia familiare, storia formativa, esperienze del passato, ambiente relazionale e scolastico influenzano il posizionamento dell’adulto rispetto a sé/altri/realtà e la sua visione dell’educazione/apprendimento che lo riguarda;
  • Fattori socioculturali: è linsieme di fattori socioculturali che prescrivono uno specifico impatto nello sviluppo/idea dell’adulto, dell’apprendimento e dell’educazione degli adulti;
  • Sviluppo bio-fisiologico: in questa sotto-categoria si prende in considerazione luomo come organismo, pertanto come massa sottoposta ad un processo biologico cellulare naturale denominato invecchiamento;

Ladulto in formazione ha determinate caratteristiche che determinano la sua esperienza in educazione, e sono:

  • Ha un bagaglio di esperienze, conoscenze, valori package.
  • Cerca uno scopo nella formazione intention
  • Ha propri/precisi interessi, anche per nulla attinenti alla formazione interest
  • E già allinterno non allinizio di un processo continuum di crescita/sviluppo, anche se non ne è consapevole process.
  • Non si considera più come un bambino a scuola adult.
  • Ha aspettative verso la formazione, non vuole perdere tempo expectations
  • Ha già un proprio set di apprendimenti – formali, informali, non formali, taciti, nascosti - pattern

Per tutte queste ragioni ladulto può porre anche delle resistenze, in forma di mislearning quando una persona impara qualcosa in maniera non corretta, superficiale o non si impegna per impararla a fondo, di difesa quando una persona rigetta l’idea di imparare qualcosa, erge uno scudo che protegge dal nuovo/ulteriore apprendimento percepito come destabilizzante o di resistenza vera e propria.

                                     

2. Il modello andragogico

Landragogia, secondo il suo autore di riferimento Malcom Knowles, è "Larte e la scienza per aiutare ladulto ad apprendere". Il termine andragogia venne ufficialmente coniato nel 1833 in Germania, ad opera di Alexander Kapp e quindi riconsiderato in Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna e negli Stati Uniti solamente più di un secolo dopo. Lautore lo utilizza per la prima volta nel 1968, quando intitolerà un suo articolo Androgogy to Pedagogy, scrivendo il vocabolo in forma sbagliata. Nel 1981 il termine, dopo essere stato utilizzato nel titolo del suo libro The modern Practice of Adult Education. From Pedagogy to Andragogy diventa ufficiale e viene inserto allinterno del Webster Dictionary. Landragogia quindi diventa una nuova pratica di educazione degli adulti che si basa sulla spiegazione di come ladulto apprende e fornisce indicazioni sulla pratica da seguire per realizzare lapprendimento. È inoltre riconosciuta come la prima Teacher and Learning Theory che fornisce un profilo ideale delladulto che apprende. Il modello di formazione proposto dallandragogia si realizza a partire da una progettazione diversa dal modello tradizionale. Questultimo generalmente è costituito da fasi definite che si susseguono una dopo laltra e che vedono la figura del formatore come unico progettatore della formazione. Il modello andragogico invece pone al centro la figura del learner colui che apprende che diventa parte attiva e partecipe durante tutto il processo e che affianca il formatore anche nella progettazione del percorso formativo.

                                     

2.1. Il modello andragogico I principi dellandragogia

Numerose ricerche fanno ipotizzare che, man mano che gli individui maturano, il loro bisogno e la loro capacità di essere autonomi, di utilizzare la loro esperienza di apprendimento, di riconoscere la loro disponibilità ad apprendere e di organizzare il loro apprendimento attorno a problemi della vita reale crescano costantemente dallinfanzia fino alla preadolescenza e poi assai rapidamente durante ladolescenza. In rapporto con un alto grado di indipendenza la pedagogia viene applicata in modo inappropriato.

La teoria andragogica sviluppata da Malcolm Knowles si basa su degli assunti che hanno subito diverse modifiche nel corso del tempo: inizialmente erano soltanto quattro, che però sono stati spesso modificati tra il 1975 e il 1980. Nel 1984 lautore decise di aggiungerne un altro il numero 6 e tra il 1989 e il 1990 aggiunse lultimo il numero 1 e completò quelli che oggi sono i sei assunti fondamentali dellandragogia che ruotano attorno allapprendimento adulto.

  • Il concetto di sé del discente: man mano che una persona matura e diventa adulta, il concetto di sé passa da un senso di totale dipendenza ad un senso di crescente indipendenza ed autonomia. Ladulto deve sentire che il proprio concetto di sé viene rispettato dalleducatore e quindi deve essere collocato in una situazione di autonomia ha riscontrato che tutti gli adulti sono motivati a continuare a crescere e a evolversi, ma che questa motivazione spesso viene inibita da barriere quali un concetto negativo di sé come studente, linaccessibilità di opportunità o risorse, la mancanza di tempo e programmi che violano i principi dellapprendimento degli adulti. In questo gioca anche un ruolo fondamentale la promozione dellautodeterminazione, soddisfacendo i bisogni psicologici innati di competenza, autonomia e relazione. La competenza consiste nel sentirsi capaci di agire sullambiente sperimentando sensazioni di controllo personale. Lautonomia si riferisce alla possibilità di decidere personalmente cosa fare e come. Il bisogno di relazione riguarda la necessità di mantenere e costituire legami in ambito sociale.
  • Il bisogno di conoscere: gli adulti sentono lesigenza di sapere perché occorra apprendere qualcosa. Allen Tough 1979 ha scoperto che quando gli adulti iniziano ad apprendere qualcosa per conto loro investono una considerevole energia nellesaminare i vantaggi che trarranno dallapprendimento. Il primo compito del facilitatore dellapprendimento è aiutare i discenti in questo risveglio di consapevolezza Paulo Freire: egli può addurre come minimo degli argomenti sul valore dellapprendimento nel migliorare lefficienza della performance dei discenti o della loro qualità di vita;


                                     

2.2. Il modello andragogico Ruolo del formatore e del discente nel modello andragogico

Secondo questo modello, il formatore e il discente assumono responsabilità diverse rispetto a quelle della formazione tradizionale. Solitamente questa è di tipo contenutistico, diretta a trasmettere informazioni e abilità, ed è il formatore a progettare tutto il percorso, analizzando i bisogni, definendo gli obiettivi da raggiungere in base anche alle richieste della committenza, scegliendo metodi e strumenti da utilizzare nella scansione temporale stabilita e sarà sempre lui ad occuparsi della valutazione finale del percorso. I partecipanti devono quindi attenersi ad una esperienza già fissata. Nel modello andragogico, invece viene attribuito un ruolo centrale ai partecipanti: questi diventano parte attiva del percorso, affiancando il formatore nella realizzazione dellintera attività. Il formatore vede quindi modificato il suo ruolo: viene identificato come un facilitatore, un consulente, una guida, un accompagnatore che deve riuscire a coinvolgere le persone facendole partecipare senza però forzarle, deve sapere lavorare sulle soft skills e porsi "dietro le quinte" per lasciare la scena ai suoi discenti. Conosce gli adulti, crea con essi un legame, li assiste e li accompagna nel diagnosticare gli obiettivi e nel percorso di raggiungimento di questi facendo in modo che si crei un clima positivo e collaborativo. Cerca inoltre di alimentare in essi motivazione e spirito di partecipazione, fa in modo di renderli consapevoli dellimportanza del percorso che andranno ad affrontare dal momento che saranno loro stessi gli autori della formazione. In questo modo affronteranno con uno spirito diverso lattività e sapranno riconoscere lo sviluppo dellapprendimento che si genererà in loro mediante le varie attività che svolgeranno.

                                     

2.3. Il modello andragogico Il modello circolare a 8 fasi

Il modello andragogico è di tipo processuale, ovvero vuole fornire procedure e risorse per aiutare i discenti ad acquisire informazioni e abilità. Si concretizza in 8 fasi circolari che favoriscono la realizzazione del learning contract per sostenere la motivazione, la partecipazione, la volontà e limpegno.

  • Valutare i risultati di apprendimento: la valutazione non viene realizzata solo alla fine del percorso, ma è un processo continuo. Il formatore essendo sempre presente durante lattività, può verificare landamento del percorso in itinere, inoltre è preferibile inserire diversi momenti di riflessione e di confronto con i partecipanti per verificare i punti di forza e di debolezza della formazione. La valutazione che viene fatta riguarda quindi
  • Progettare in comune: in questa fase ci si rifà ad un meccanismo di progettazione condivisa tra discenti e facilitatore in cui tutti partecipano alla definizione del percorso che si andrà a realizzare;
  • Progettare le esperienze le attività di apprendimento: a partire dalla definizione degli obiettivi sarà necessario identificare le attività di apprendimento che si vogliono attuare per raggiungerli. Tendenzialmente si scelgono attività esperienziali che consentano ai partecipanti di essere coinvolti attivamente;
  • Gestire lattività: questa fase riguarda la realizzazione pratica delle attività scelte in precedenza. Quindi si organizzano tutte le situazioni formative che erano state identificate con i partecipanti, per porli nella condizione di fare esperienza e di incrementare il loro livello di apprendimento;
  • Formulare gli obiettivi: anche in questo caso saranno i partecipanti a formulare gli obiettivi che si vogliono raggiungere durante il percorso, che verranno definiti a partire dai bisogni manifestati nella fase precedente;
  • Diagnosticare i bisogni di apprendimento: la definizione dei bisogni viene fatta mediante unauto-valutazione, per cui lesperto fornisce ai discenti gli strumenti le procedure per raccogliere informazioni circa la loro preparazione e per individuare i gap di apprendimento esistenti. Uno strumento utile sono le scale di aiuto con cui emerge la discrepanza tra il livello di competenza esistente e quello richiesto;
  • Creare il clima: il clima della formazione vuole essere rilassato, fiducioso, rispettoso, informale. Si concretizza nella realizzazione di collaborazione, sostegno, apertura umanità e autenticità tra le parti. Nello specifico, si parla di clima fisico, relativo allambiente fisico in cui si realizza lattività la scelta della location deve essere accurata e favorire una formazione rilassata e piacevole, clima organizzativo in riferimento agli atteggiamenti del gruppo che possono ostacolare o facilitare lapprendimento e clima umano, quello più importante, che deve connotarsi di rispetto, reciprocità e giusta informalità tra le parti coinvolte;
  • Preparare i discenti: in questa prima fase il formatore fornisce informazioni, prepara alla partecipazione, aiuta a sviluppare aspettative realistiche e inizia a pensare ai contenuti di apprendimento assieme ai partecipanti. Ladulto è portato quindi a riflettere su se stesso affinché capisca il motivo della sua presenza in quel contesto e comincia un percorso di conoscenza reciproca con le parti coinvolte;
  • le reazioni al programma che si sta svolgendo: apprezzamento, sentimenti positivi o negativi,
  • i risultati: leffettiva efficacia del percorso in termini di soddisfacimento degli obiettivi definiti.
  • lapprendimento: principi, fatti, tecniche che i partecipanti hanno acquisito,
  • i comportamenti: i cambiamenti che i partecipanti manifestano nelle loro azioni durante tutto il percorso,
                                     

3. Critiche al modello andragogico di Knowles

Il modello di Knowles, così come viene definito, è stato criticato da alcuni autori contemporanei. Tra le più importanti critiche, vengono ricordate quelle mosse da Stephen Brookfield che critica tre principi del modello: self-direction, orientation e motivation, che a suo parere risultano essere problematici. Viene poi criticata la centralità attribuita allesperienza: Knowles la intende come esperienza precedente, ma la critica che viene mossa riguarda il fatto che, sebbene sia giusto valorizzare le esperienze che ladulto ha già svolto, bisogna considerare anche che esse potrebbero costituire una barriera per lapprendimento e che potrebbero renderne difficile la realizzazione. La teoria andragogica sembra poi non considerare il contesto storico-sociale in cui la persona viene collocata: è invece importante considerarlo proprio per linfluenza che questo può avere nello sviluppo della persona e per quanto possa andare ad incidere sullintero percorso di apprendimento. Inoltre ladulto definito dai sei principi, sembra essere riconosciuto come una sorta di adulto ideale e non come un ritratto concreto di adulto; come viene sostenuto nella teoria del Fully functioning person di Carl Rogers. Inoltre il modello di Knowles si trova a dover affrontare una contraddizione: da un lato vuole fondarsi sul modello umanistico, ponendo al centro lindividuo e la sua partecipazione attiva al percorso, ma dallaltro vorrebbe attribuirgli una struttura behaviorista che evidenzia limportanza del comportamento dellindividuo a scapito delle sensazioni e delle emozioni. Questo è effettivamente difficile da realizzare allinterno di un unico modello.

                                     

4. La relazione dinamica tra andragogia e pedagogia

Il modello andragogico, secondo la concezione di Knowles, non è unideologia ma un sistema di diverse ipotesi alternative ed è stato per lungo tempo messo agli antipodi della pedagogia. Sembrava infatti che inizialmente landragogia fosse un modello dedicato solo agli adulti e che la pedagogia si riferisse principalmente allapprendimento scolastico dei bambini.

Dopo la pubblicazione del 1970 The modern practice of Adult Education: Andragogy versus Pedagogy, nella quale Knowles sosteneva lopposizione esistente tra andragogia e pedagogia, vennero comunicate le esperienze di numerosi insegnanti delle scuole elementari e medie che applicavano in alcuni contesti il modello andragogico con successo, e formatori di adulti che invece sostenevano che tale modello non funzionava. A partire da queste considerazioni, lautore continuò a lavorare sul suo modello e nel 1980 pubblicò un altro testo dal titolo The modern Practice of Adult Education. From Pedagogy to Andragogy in cui i due modelli venivano adeguatamente correlati e non più visti in una prospettiva di discontinuità. Questo significa che il modello pedagogico e quello andragogico possono in qualche modo fondersi tra loro per favorire adeguati esiti di apprendimento. I formatori hanno quindi la responsabilità di verificare quali ipotesi tra i due modelli siano realizzabili in una data situazione. Per esempio, quando i discenti sono molto dipendenti come quando entrano in unarea contenutistica totalmente estranea, quando non hanno mai avuto in effetti esperienza con una certa area di contenuti, quando non ne comprendono la pertinenza con i compiti o i problemi della loro vita reale, quando hanno bisogno di accumulare un certo insieme di contenuti base per una determinata performance e quando non avvertono il bisogno di apprendere quel contenuto, allora bisogna insegnare loro applicando il modello pedagogico. Allo stesso modo gli insegnanti possono inserire assunti andragogici ai loro percorsi per renderli più efficaci e realizzare un insegnamento che non si caratterizzi solo dalla trasmissione di contenuti ma che coinvolga maggiormente i partecipanti, in un clima positivo, di rispetto e fiducia e riconoscendoli in qualche modo responsabili della loro formazione.