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ⓘ Teoria dell'identità




                                     

ⓘ Teoria dellidentità

La teoria dellidentità sostiene che ci sia solo una realtà sostanziale: la realtà fisica, materiale. Perciò la mente non può che essere qualcosa di materiale. La mente quindi viene considerata come identica al cervello: tutti i fenomeni mentali in realtà si identificherebbero con particolari stati o processi neurali. Così un preciso stato cerebrale è un preciso stato mentale. In questo modo si pensava di poter risolvere lannoso problema dellinterazione mente-corpo.

I più importanti teorici della teoria dellidentità, diffusa negli anni cinquanta, sono stati Ullin Place e John J. C. Smart. Tra i simpatizzanti troviamo anche Gilbert Ryle e B.F. Skinner. Non stupisce pertanto se la teoria dellidentità abbia trovato grande appoggio dal cosiddetto comportamentismo.

                                     

1. Punti fondamentali

Gli attacchi critici dei teorici dellidentità erano rivolti soprattutto contro il dualismo di René Descartes, il quale, a loro avviso, non risolveva il problema mente-corpo in quanto si limitava a spiegare la mente con il concetto ad hoc di res cogitans. Esso infatti non spiegava come fosse possibile che una sostanza immateriale ed inestesa res cogitans potesse agire su qualcosa di esteso e materiale res extensa e come, a sua volta, una sostanza corporea potesse influenzare una sostanza incorporea.

I teorici dellidentità, al contrario, pensano di superare questo problema affermando che gli stati mentali non sono altro che stati cerebrali e quindi tutte le proprietà della mente sono in realtà possedute dal cervello.

Questo poneva i teorici dellidentità nella particolare situazione di negare lesistenza dellintrospezione soggettiva e delle qualità esperite "fenomenologicamente" dal soggetto. In tal senso, gli stati mentali non erano altro che disposizioni a fare azioni peculiari determinate dagli stati cerebrali. Questo significava che lo stato mentale di un individuo si riduce allo stato cerebrale e al comportamento che questo stato determina.

La teoria dellidentità accolse anche la sfida dei qualia e cercò di darne una soluzione compatibile con la propria epistemologia. Così, lo stato mentale del dolore è uno stato cerebrale che può consistere, per esempio, nella scarica di specifiche fibre nervose fibre-C. Da questo punto di vista avvertire del dolore è avere le fibre-C che scaricano o vedere il rosso è avere certe cellule della corteccia cerebrale in uno stato specifico teoria dellidentità tipo-tipo.

                                     

2. La critica funzionalista

A partire dallo scritto del filosofo Hilary Putnam, Brains and Behavior 1963, si attacca il comportamentismo e la teoria dellidentità.

Secondo Putnam non necessariamente gli stati mentali sono "esterni", cioè si manifestano sotto forma di comportamento verificabile intersoggettivamente. La connessione tra comportamento e stato mentale è meno stretta di quanto si possa pensare. Non è, infatti, necessariamente vero che una persona che avverte del dolore si metta a gemere o urlare, dando manifestazione del "dolore". Alcune persone potrebbero avvertire del dolore senza comportarsi minimamente nei modi comunemente associati al dolore ad esempio, una persona allevata in una cultura analoga a quella dellantica Sparta. Questo significa che se un soggetto X può reagire alla stimolazione delle fibre-C in modo diverso rispetto a quello comunemente riconosciuto, allora la stimolazione delle fibre-C non può essere identificata con il dolore, giacché, in questo caso specifico, il suo output non è riconducibile alla nostra categoria di "dolore".

In un altro scritto chiamato Psychological Predicates 1967, Putnam attacca direttamente la teoria dellidentità affermando che se lo stato mentale del dolore fosse identificabile con uno stato cerebrale, allora tale stato cerebrale dovrebbe essere identico per tutte le specie animali, cosa che non è affatto vero dato che ci sono animali, come il polpo, che avvertono dolore ma non hanno la medesima configurazione neurale della specie umana. Pertanto il dolore non è identificabile in uno stato cerebrale specifico, bensì corrisponde ad un processo funzionale. Essendo un processo funzionale e quindi formalizzabile è, in via teorica, eseguibile anche da una macchina a prescindere dal materiale che la costituisce.

Di fatto il funzionalismo introduce nella spiegazione degli stati mentali non solo la componente input\output, tipica del comportamentismo e della teoria dellidentità, ma anche quella degli stati interni i quali, in base a procedure di elaborazione algoritmi su base neurale, sono in grado di determinare output specifici e adattativi.

                                     
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