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ⓘ Guerre pirriche




Guerre pirriche
                                     

ⓘ Guerre pirriche

Le Guerre pirriche furono un conflitto che vide tra il 280 a.C. ed il 275 a.C. la Repubblica romana dovette affrontare lesercito del re epirota, Pirro, a capo di una coalizione greco-italica. Ebbero luogo nellItalia meridionale e coinvolsero anche le popolazioni italiche del posto. Generata dalla reazione di Taranto, città della Magna Grecia, allespansionismo romano, la guerra coinvolse presto anche la Sicilia greca e Cartagine. Dopo alterne vicende, i Romani riuscirono alla fine a battere Pirro, costretto a lasciare definitivamente lItalia; lesito fu legemonia romana sullintera Magna Grecia.

                                     

1.1. Contesto storico Roma

Dopo il superamento del pericolo costituito dalla presenza delle popolazioni galliche a Nord, temporaneamente respinte grazie alla battaglia dellAniene, le vittorie su Volsci ed Equi e gli accordi stipulati con Etruschi e Latini, Roma poté avviare, nella seconda metà del IV secolo a.C., un intenso processo di espansione verso il Meridione della penisola italica. La vittoria romana nelle tre guerre sannitiche 343-341; 326-304; 298-290 a.C. e nella guerra latina 340 a.C 338 a.C. assicurò dunque allUrbe il controllo di buona parte dellItalia centro-meridionale; le strategie politiche e militari attuate da Roma - quali la fondazione di colonie di diritto latino, la deduzione di colonie romane e la costruzione della via Appia - testimoniano la potenza di tale spinta espansionistica verso Sud. Linteresse per il dominio territoriale non era infatti una semplice prerogativa di alcune famiglie aristocratiche, tra cui la gens Claudia, ma investiva tutta la scena politica romana, e a esso aderiva lintero senato assieme alla plebe. A sollecitare lavanzata verso Sud erano infatti interessi di tipo economico e culturale; a frenarla contribuiva invece la presenza di una civiltà, quella della Magna Grecia, ad alto livello di organizzazione, militarmente, politicamente e culturalmente capace di resistere allespansione romana.

                                     

1.2. Contesto storico Avvicinamento alla Magna Grecia

La strategia romana si basava dunque sulla capacità di rompere i legami di solidarietà tra popoli diversi o tra città, in modo tale da indebolire le capacità di resistenza dei nemici: a tale fine puntavano le deduzioni coloniarie in terra straniera Luceria nel 315 o 314; Venusia nel 291 a.C. e lavanzamento verso Sud della via Appia. A tali processi, che non erano direttamente rivolti verso i centri della Magna Grecia, aveva contribuito in particolare lopera di Appio Claudio Cieco, che, caratterizzato da una forte sensibilità verso la società greca, fu tra i primi ad intendere la fusione tra di essa e il mondo romano come unoccasione di profondo arricchimento per lUrbe. Egli si era reso, in particolare, interprete delle esigenze della plebe urbana, interessata a intessere rapporti commerciali con i mercanti greci e oschi.

Durante e subito dopo le Guerre sannitiche, Roma mantenne un atteggiamento ambiguo nei confronti dei popoli italici più meridionali, i Lucani, che ora appoggiò ora osteggiò secondo le convenienze del momento. Intorno al 303 a.C. siglò un trattato con i Lucani, incoraggiandone le aspirazioni contro Taranto, salvo accordarsi anche con la stessa città greca e sostenerne indirettamente la lotta contro gli Italici. Il doppio gioco era motivato dalla volontà di includere comunque i Lucani nella propria rete diplomatica, in quel momento tutta tesa a piegare i Sanniti, ma senza che veri interessi comuni propiziassero legami più forti. Rispetto allordinamento che Roma stava dando alla Penisola, lassetto dei territori occupati dai Lucani rimase in uno stato fluido, basato su semplici alleanze, fino alle guerre puniche.

Non è possibile determinare con precisione quali fossero i rapporti commerciali che univano Roma con i centri della Magna Grecia, ma risulta probabile una certa compartecipazione di interessi commerciali tra lUrbe le città greche della Campania, testimoniata dallemissione, a partire dal 320 a.C., di monete romano-campane. Non è tuttavia chiaro se tali intese commerciali siano state il fattore o il prodotto delle guerre sannitiche e dellespansione romana verso Meridione, e non è dunque possibile determinare quale sia stato leffettivo peso dei negotiatores nella politica espansionistica, almeno fino alla seconda metà del III secolo a.C. A determinare la necessità di unespansione territoriale verso Sud erano, però, anche le esigenze della plebe rurale, che richiedeva nuove terre coltivabili che lespansione nellItalia centrale e settentrionale non era bastata a procurare.

Lo sviluppo economico che interessò lUrbe tra IV e III secolo a.C. portò, comunque, ad un progressivo avvicinamento di Roma allarea magnogreca, ed ebbe, dunque, anche pesanti ripercussioni sugli aspetti istituzionali, culturali e sociali della vita nellUrbe. Il contesto culturale romano fu fortemente influenzato dalla penetrazione della filosofia pitagorica, presto accettata dalle élite aristocratiche, e dal contatto con la storiografia greca, che modificò profondamente la produzione storiografica romana. Contemporaneamente, lo sviluppo economico favorì lelevazione politica e sociale di una parte della classe plebea e portò alla scomparsa o allattenuazione delle antiche forme di subordinazione sociale, come la schiavitù per debiti, garantendo dunque una maggiore mobilità sociale che causò la nascita del proletariato urbano: essa comportò a sua volta un forte aumento della popolazione di Roma, favorì la costruzione di nuove strutture nella città e modificò profondamente gli equilibri sociali.

Al periodo tra il IV secolo e il III secolo a.C. risalgono infine alcuni mutamenti nelle istituzioni militari: al tradizionale schieramento oplitico-falangitico basato sulla centuria, si sostituì lordinamento manipolare, che rendeva più agile e articolato limpiego tattico della legione romana. Contemporaneamente, alla suddivisione delle milizie secondo la classe di appartenenza, prevista dallordinamento serviano, si sostituì quella secondo il criterio dellanzianità, e la base del reclutamento fu allargata, per la prima volta tra il 281 e il 280 a.C., anche ai proletari.

                                     

1.3. Contesto storico Magna Grecia

A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., le città della Magna Grecia cominciarono lentamente a tramontare sotto i continui attacchi delle popolazioni sabelliche di Bruzi e Lucani. Le città più meridionali, tra cui Taranto era la più importante grazie al commercio con le popolazioni dellentroterra e la Grecia stessa, furono più volte costrette a chiedere soccorso a condottieri provenienti dalla madrepatria greca, come Archidamo III di Sparta negli anni 342-338 a.C. o Alessandro il Molosso negli anni 335-330 a.C., per difendersi dagli attacchi dalle popolazioni italiche che, con la nuova federazione dei Lucani, alla fine del V secolo a.C. si erano espanse fino alle coste del Mar Ionio. Nel corso di queste guerre i Tarantini, nel tentativo di far valere i propri diritti sullApulia, stipularono un trattato con Roma, di consueto collocato nellanno 303 a.C. ma forse risalente già al 325 a.C., secondo il quale alle navi romane non era concesso di superare ad Oriente il promontorio Lacinio oggi capo Colonna, presso Crotone. La successiva alleanza di Roma con Napoli nel 327 a.C. e la fondazione della colonia romana di Luceria nel 314 a.C. preoccuparano non poco i Tarantini che temevano di dover rinunciare alle loro ambizioni di conquista sui territori dellApulia settentrionale a causa dellavanzata romana.



                                     

1.4. Contesto storico Linizio della decadenza

Nuovi attacchi da parte dei Lucani costrinsero, ancora una volta, i Tarantini a chiedere aiuto ai mercenari della madrepatria: fu ingaggiato questa volta un certo Cleonimo di Sparta 303-302 a.C., che fu, però, sconfitto dalle popolazioni italiche, forse sobillate dagli stessi Romani. Il successivo intervento di un altro paladino della grecità, Agatocle di Siracusa, portò di nuovo lordine nella regione con la sconfitta dei Bruzi 298-295 a.C., ma la fiducia dei Greci delle piccole città dellItalia meridionale in Taranto e Siracusa iniziò a svanire a vantaggio di Roma, che nel contempo si era alleata con i Lucani ed era risultata vittoriosa a settentrione su Sanniti, Etruschi e Celti vedi terza guerra sannitica e guerre tra Celti e Romani.

Morto Agatocle di Siracusa nel 289 a.C., i Lucani, un tempo alleati di Roma, si ribellarono insieme ai Bruzi ed iniziarono ad avanzare nel territorio di Thurii devastandolo; gli abitanti della città, consci della propria debolezza inviarono due ambasciate a Roma per chiedere aiuto, la prima nel 285 a.C. e poi nel 282 a.C.

Solo in questa seconda circostanza Roma inviò il console Gaio Fabricio Luscino il quale, posta una guarnigione a Thurii, avanzò contro i Lucani sconfiggendo il loro principe Stenio Stallio, come riportano i Fasti triumphales. A seguito di questo successo, le città di Reggio, Locri e Crotone chiesero di essere poste sotto la protezione di Roma la quale inviò una guarnigione di 4.000 uomini a presidio di Reggio: Roma si proiettava, ormai, verso il Meridione dItalia.

                                     

2.1. Casus belli La provocazione dei Romani

Laiuto accordato da Roma a Thurii fu visto dai Tarantini come un atto compiuto in violazione dellaccordo che le due città avevano firmato diversi anni prima: sebbene le operazioni militari romane fossero state compiute per via di terra, Thurii gravitava pur sempre sul golfo di Taranto, a nord della linea di demarcazione stabilita presso il capo Lacinio; Taranto temeva dunque che il suo ruolo di patronato nei confronti delle altre città italiche venisse meno.

Roma, tuttavia, in aperta violazione degli accordi, forse per la forte pressione esercitata dai negotiatores o forse perché gli accordi stessi erano ritenuti decaduti, nellautunno del 282 a.C. inviò una piccola flotta duumvirale composta da dieci imbarcazioni da osservazione nel golfo di Taranto che provocò i tarantini; le navi, guidate dallammiraglio Lucio Valerio Flacco o dallex console Publio Cornelio Dolabella, erano dirette a Thurii o verso la stessa Taranto, con intenzioni amichevoli. I Tarantini, che stavano celebrando in un teatro affacciato sul mare delle feste in onore del dio Dioniso, in preda allebbrezza, scorte le navi romane, credettero che esse stessero avanzando contro di loro le attaccarono: ne affondarono quattro e una fu catturata, mentre cinque riuscirono a fuggire; tra i Romani catturati, alcuni furono imprigionati, altri mandati a morte.

Dopo lattacco alla flotta romana, i Tarantini, resisi conto che la loro reazione alla provocazione romana avrebbe potuto condurre alla guerra e convinti dellatteggiamento ostile di Roma, marciarono contro Thurii, che fu presa e saccheggiata; la guarnigione che i Romani avevano posto a tutela della città ne fu scacciata assieme agli esponenti dellaristocrazia locale.

                                     

2.2. Casus belli Loltraggio di Filonide

Gli avvenimenti subito successivi allattacco tarantino testimoniano la cautela e laccortezza del gruppo dirigente romano, che, pur senza sottovalutare la situazione, preferì tentare unazione diplomatica piuttosto che muovere subito guerra a Taranto: da Roma, non appena si ebbe notizia di quanto era accaduto, si decise infatti di inviare a Taranto unambasceria guidata da Postumio, per chiedere la liberazione di coloro che erano stati fatti prigionieri, il rimpatrio dei cittadini aristocratici espulsi da Thurii, la restituzione dei beni a loro depredati e la consegna di coloro che erano responsabili dellattacco alle navi romane: dal rispetto di tali condizioni sarebbe dipeso il futuro svolgimento delle relazioni tra le due potenze. I diplomatici romani, giunti a Taranto, furono ricevuti non senza riserve nel teatro da cui i Tarantini avevano scorto le navi attraversare il golfo; il discorso di Postumio, tuttavia, fu ascoltato con scarso interesse da parte delluditorio, più attento alla correttezza della lingua greca parlata dallambasciatore romano che alla sostanza del messaggio. Vittime di risate di scherno da parte dei Tarantini, che si prendevano gioco delleloquio scorretto e delle loro toghe dalle fasce purpuree, gli ambasciatori furono condotti fuori dal teatro; nel momento in cui ne stavano uscendo, tuttavia, un uomo chiamato Filonide, in preda allubriachezza, si sollevò la veste e orinò sulla toga degli ambasciatori con lintento di oltraggiarli. A tale atto, che ledeva il diritto allinviolabilità degli ambasciatori, Postumio reagì tentando di suscitare lo sdegno della folla dei Tarantini verso il concittadino; tuttavia, accortosi che tutti coloro che erano presenti nel teatro sembravano aver apprezzato latto di Filonide, li apostrofò, secondo Appiano di Alessandria, promettendo loro che avrebbero pulito con il sangue la toga sporcata da Filonide, o dicendo, secondo la testimonianza di Dionigi di Alicarnasso, "Ridete finché potete, Tarantini, ridete! In futuro dovrete a lungo versare lacrime!". Detto ciò, gli ambasciatori lasciarono dunque la città di Taranto per rientrare in Roma, dove Postumio mostrò ai concittadini la toga sporcata da Filonide.



                                     

2.3. Casus belli Le conseguenze

Gli ambasciatori giunsero a Roma, senza portare risposte, nel 281 a.C., nei giorni in cui i nuovi consoli, Lucio Emilio Barbula e Quinto Marcio Filippo, entravano in carica; Postumio riferì lesito della sua ambasceria e loffesa che aveva subito: i consoli, dunque, convocarono il senato, che si riunì per più giorni dallalba fino al tramonto, per decidere sul da farsi. Un certo numero di senatori riteneva poco prudente intraprendere una spedizione militare contro Taranto quando le ribellioni dei popoli italici non erano ancora state del tutto sedate, ma la maggior parte preferì che la decisione di dichiarare guerra a Taranto venisse messa subito ai voti: risultarono essere in maggioranza coloro che volevano che Roma si impegnasse allistante in unazione militare, e la popolazione ratificò la decisione senatoria. Lo storico Marcel Le Glay pone laccento sulle pressioni di una parte dei politici romani e delle grandi famiglie, tra cui la gens Fabia, per lespansione territoriale di Roma verso il sud Italia.

Lucio Emilio Barbula fu dunque costretto a sospendere temporaneamente la campagna che aveva intrapreso contro i Sanniti e fu incaricato dal popolo di riproporre a Taranto, per salvare la pace, le stesse condizioni proposte da Postumio. I Tarantini, impauriti dallarrivo dellesercito consolare romano, si divisero tra coloro che sarebbero stati intenzionati ad accettare le condizioni di pace offerte dai Romani e coloro che avrebbero invece voluto dare inizio alle ostilità.

Barbula cominciò a devastare le campagne circostanti la città, tanto che i Tarantini, consci di non poter affrontare a lungo lassedio romano, cercarono nuovi aiuti questa volta in Epiro, richiedendo lintervento del re Pirro. Questultimo, che aveva avuto uneducazione militare dallallora sovrano di Macedonia, Demetrio I Poliorcete, accolta la richiesta di aiuto dei Tarantini, desideroso di ampliare il proprio regno ed incorporare nella propria sfera dinfluenza la Magna Grecia, compresa la Sicilia contesa dai Cartaginesi e dalla città greca di Siracusa fondando uno stato nellItalia meridionale, inviò Cinea per comunicare la sua decisione, poco prima che Taranto capitolasse. Pirro non poteva respingere la richiesta di aiuto fatta da Taranto poiché questultima aveva dato un contributo importante per la conquista di Corfù e per la riconquista della Macedonia, persa nel 285 a.C.

Scullard scrive che se Pirro non avesse aderito alla richiesta dei Tarantini, il dissidio tra Taranto e Roma si sarebbe risolto facilmente e velocemente. E invece fu la guerra.

                                     

3.1. Forze in campo Soldati al seguito di Pirro

Considerando i rinforzi che Pirro ottenne, egli si pose a capo di un esercito di 31500 soldati e 22 elefanti. 3.000 uomini furono lasciati a presidio di Taranto, quindi le unità effettive che si scontrarono coi Romani nella battaglia di Eraclea, stando a Plutarco, furono 28.500 uomini e 22 elefanti.

                                     

3.2. Forze in campo Epiro

Il re epirota sbarcò in Italia nel 280 a.C. con circa 25.500 uomini e 20 elefanti:

  • 3.000 cavalieri comprendenti truppe provenienti dalla Tessaglia
  • 2.000 arcieri greci
  • 20.000 opliti addestrati alla formazione a falange
  • 500 frombolieri rodensi
  • 20 elefanti da guerra

Tra i rinforzi inviati dallEpiro al servizio di Pirro, secondo Plutarco ci furono:

  • 3.000 uomini erano giunti al comando di Cinea in aiuto a Taranto.

In totale le truppe al seguito di Pirro, giunte dallEpiro, furono 28.500 uomini e 20 elefanti.

                                     

3.3. Forze in campo Italioti

Sappiamo che gli Italioti ovvero i Greci della Magna Grecia, da non confondere con la Sicilia greca conferirono a Pirro il comando supremo. Tra le promesse che adularono e convinsero il re dEpiro a giungere in soccorso degli Italioti, fu lofferta di porsi generale di 350.000 armati e 20.000 cavalieri. I rinforzi effettivamente giunti sono:

  • 3.000 uomini e 2 elefanti con pochi cavalieri dai Messapi.
                                     

3.4. Forze in campo Macedonia e Grecia

Il re dEgitto, Tolomeo II, inviò nel maggio del 280 a.C., in Epiro, secondo Giustino: 5.000 uomini, 400 cavalieri e 50 elefanti. Alcuni storici vedono la cifra al ribasso e credono che le reali proporzioni del contingente si limitarono a 20 elefanti di sostegno. In ogni caso Pirro, durante la sua spedizione, non poté usufruirne perché questi rinforzi restarono in Epiro per tenere sotto controllo la regione.

                                     

3.5. Forze in campo Gli alleati di Pirro

Dopo aver lasciato lEpiro, Pirro avanzò richieste di aiuti militari a vari sovrani ellenistici, in quanto lEpiro era un regno montanaro e da solo non aveva sufficienti mezzi per condurre una lunga e dispendiosa campagna contro Roma. Chiese aiuti ad Antioco I re del regno seleucide e ad Antigono II Gonata figlio di Demetrio I Poliorcete, nonché al re di Macedonia, Tolomeo Cerauno, al quale chiese sostegno finanziario e marittimo. Pirro aveva trascorso alcuni anni ad Alessandria dEgitto con il cognato Tolomeo II, che gli promise aiuti militari. Analogamente, Pirro reclutò anche altre forze mercenarie, tra cui i cavalieri di Tessaglia e i frombolieri di Rodi. In Italia godette del supporto di Lucani, Messapi, Sanniti, Apuli e Campani.

Dopo aver atteso larrivo delle restanti navi, Pirro lasciò a Taranto un presidio di 3.000 uomini con il suo fidato ambasciatore Cinea e si spostò verso sud, accampandosi nei pressi di Heraclea con un esercito forte di circa 25.500 uomini.



                                     

3.6. Forze in campo Repubblica romana

I Romani furono costretti a dividersi su due fronti, poiché la guerra etrusca a settentrione non era ancora stata portata a termine. Nel 280 a.C. lesercito romano del fronte meridionale, schierato contro Pirro, era composto da circa 20.000 armati ed affidato al console di quellanno Marco Valerio Levino, così suddivisi:

  • 2 legioni di cittadini romani e 2 Alae di Socii alleati italici, che erano posti alle ali dello schieramento, composte ciascuna da 4.200/5.000 fanti per un totale di 16.800 / 20.000 fanti;
  • 600 cavalieri legionari e 1.800 alleati, pari a 2.400 complessivi.

A questo esercito consolare andrebbe aggiunto un contingente di 4.000 armati, inviato a Reggio nel 280 a.C., a protezione della città alleata.

Per un totale di circa 20.000 uomini, allincirca pari allentità dellesercito di Pirro.

                                     

4.1. Fasi del conflitto Assedio di Taranto

Si dice che i Tarantini e i loro alleati si vantassero di poter disporre di 350.000 uomini e 20.000 cavalieri reclutati tra Sanniti, Lucani e Bruzi. Nel 281 a.C. le legioni romane, al comando di Lucio Emilio Barbula, entrarono in Taranto e la conquistarono, malgrado i rinforzi dei Sanniti e dei Messapi. Allindomani della battaglia i Greci chiesero una breve tregua e la possibilità di intavolare delle trattative con i Romani.

I negoziati vennero bruscamente interrotti con larrivo a Taranto dellambasciatore Cinea che precedeva o accompagnava 3.000 soldati, forza davanguardia di Pirro posta sotto il comando del generale Milone di Taranto. Il console romano Barbula, che si era spinto nel Metapontino, si ritrovò sotto il tiro delle macchine da guerra delle navi nemiche che erano disposte lungo la costa a presidiare il golfo. Nella battaglia che ne scaturì, Barbula riuscì a subire perdite minori del previsto poiché aveva astutamente disposto sul lato destro della colonna, esposto ai colpi, i prigionieri di guerra.

Il piano di Pirro era quello di aiutare Taranto e respingere i Romani al di là del meridione italiano, per poi iniziare ad espandere la propria influenza in Sicilia e quindi attaccare Cartagine, nemica storica dei greci della Magna Grecia. Così fece nel 278 a.C. aiutando i Siracusani in guerra contro Cartagine. Ma dopo la campagna in Sicilia, fu costretto ad abbandonare il suo progetto, sia per la forte resistenza dei Cartaginesi a Lilibeo, sia perché le città greche sue alleate non riuscivano ad accordarsi fra di loro e non mandarono i contingenti promessi e sia per il malcontento che scatenò sulla popolazione del luogo per la sua avida gestione delle risorse.

                                     

4.2. Fasi del conflitto Gli alleati di Pirro

Dopo aver lasciato lEpiro, Pirro avanzò richieste di aiuti militari a vari sovrani ellenistici, in quanto lEpiro era un regno montanaro e da solo non aveva sufficienti mezzi per condurre una lunga e dispendiosa campagna contro Roma. Chiese aiuti ad Antioco I re del regno seleucide e ad Antigono II Gonata figlio di Demetrio I Poliorcete, nonché al re di Macedonia, Tolomeo Cerauno, al quale chiese sostegno finanziario e marittimo. Il re dellEgitto Tolomeo II promise linvio di una forza di 4.000 soldati, 5.000 cavalieri e 50 elefanti da guerra destinata a difendere lEpiro durante la campagna d’Italia. Analogamente, Pirro, reclutò anche altre forze mercenarie, tra cui i cavalieri di Tessaglia e i frombolieri di Rodi.

Nel 280 a.C. Pirro salpò verso le coste italiche ma, durante la traversata, fu sorpreso da una tempesta che arrecò danni alle navi e lo indusse a sbarcare le truppe, probabilmente nei pressi di Brindisi. Era a capo di 28.500 armati e 20 elefanti. Di lì proseguì via terra verso Taranto dove si acquartierò, aiutato dai Messapi.

Dopo aver atteso larrivo delle restanti navi, Pirro lasciò a Taranto un presidio di 3.000 uomini con il suo fidato ambasciatore Cinea e si spostò verso sud, accampandosi nei pressi di Heraclea con un esercito forte di circa 25.500 uomini.

                                     

4.3. Fasi del conflitto Tattica dei Romani

I Romani avevano previsto limminente arrivo di Pirro e mobilitarono otto legioni. Queste comprendevano circa 80.000 soldati divisi in quattro armate:

  • la prima armata, comandata da Barbula, si stanziò a Venosa per impedire ai Sanniti e ai Lucani di congiungersi con le truppe di Pirro;
  • la terza armata, comandata dal console Tiberio Coruncanio, aveva il compito di attaccare gli Etruschi per scongiurare che si alleassero con Pirro;
  • la seconda armata fu schierata a protezione di Roma nelleventualità che Pirro tentasse di attaccarla;
  • la quarta armata, comandata da Publio Valerio Levino, avrebbe dovuto attaccare Taranto ed invadere la Lucania.

Difatti, Levino invase la Lucania ed intercettò Pirro nei pressi di Heraclea, città alleata dei Tarantini, con lintento di bloccare la sua avanzata verso sud, scongiurando in questo modo una sua alleanza con le colonie greche di Calabria. Pirro si dispose alla battaglia organizzando una "falange articolata" con divisioni di fanteria leggera fra i falangiti, per renderla più mobile sul collinoso territorio italiano, e gli elefanti a sostegno della fanteria.

                                     

4.4. Fasi del conflitto La prima sconfitta romana ad Eraclea 280 a.C.

Il primo scontro tra gli Epiroti ed i Romani avvenne in Basilicata, nella piana di Eraclea presso lodierna Policoro, nello stesso 280 a.C. Nonostante la sorpresa di trovarsi di fronte gli elefanti, animali mai visti in precedenza, i Romani ressero bene lurto fino a sera, anche se la battaglia alla fine si risolse con una sconfitta in cui ne morirono 7.000 circa un terzo, dei 20.000 iniziali e 1.800 furono fatti prigionieri. Pirro lasciò invece sul campo 4.000 armati dei 25.000 iniziali: troppe perdite per il contingente epirota, che difficilmente poteva ottenere rinforzi al contrario di Roma che poteva reclutare in fretta nuove truppe; ma, fortunatamente per Pirro, queste perdite vennero rimpiazzate dai soldati di Lucani, Bruzi e Messapi, assieme ad alcuni rinforzi mandati dalle città greche Crotone, Locri Epizefiri che alla notizia della vittoria decisero di unirsi a lui.

                                     

4.5. Fasi del conflitto Tentativi di ribellioni di Pirro tra gli alleati dei Romani

Dopo la battaglia, sembrò finalmente cementarsi quellintesa tra Greci ed Italici in funzione antiromana, che parte dellaristocrazia tarentina si augurava da tempo. Rinforzi provenienti dalla Lucania e dal Sannio si unirono allesercito di Pirro. Anche i Bruzi si ribellarono. Le città greche dItalia si allearono con Pirro e a Locri fu cacciata la guarnigione romana. Una scelta analoga sembra si verificò nella stessa Crotone poco dopo. A Reggio, ultima posizione della costa ionica ancora controllata da Roma, il pretore campano Decio Vibellio, che comandava la guarnigione cittadina, massacrò una parte degli abitanti, cacciò i restanti e si proclamò amministratore della città, ribellandosi allautorità di Roma.

Pirro aveva appreso che il console Levino sostava a Venosa, impegnato ad assicurare le cure ai feriti e a riorganizzare lesercito in attesa di rinforzi, mentre il console Coruncanio era impegnato in Etruria. Pertanto avanzò verso Roma con lintento di spingere i suoi alleati alla ribellione e di sorreggere gli Etruschi contro Coruncanio. Durante lavanzata deviò su Napoli con lintento di prenderla o di indurla a ribellarsi a Roma. Il tentativo fallì e comportò una perdita di tempo che giocò a vantaggio dei Romani: quando giunse a Capua la trovò già presidiata da Levino. Proseguì allora verso Roma devastando la zona del Liri e di Fregellae giungendo così ad Anagni e forse anche a Preneste. Qui ebbe sentore di una manovra a tenaglia progettata dai Romani: gli Etruschi avevano appena concluso la pace, liberando le forze di Coruncanio, che ora stavano muovendo dal nord dellEtruria contro di lui. Consapevole di non disporre di forze sufficienti per affrontare le armate di Coruncanio, di Levino e di Barbula, decise di ritirarsi.

                                     

4.6. Fasi del conflitto Proposta di tregua

In seguito, Gaio Fabricio Luscino venne inviato come ambasciatore presso Pirro per trattare lo scambio dei prigionieri. Pirro fu favorevolmente attratto dalle qualità dellambasciatore, il quale non si piegò ad essere corrotto dal re epirota che gli offrì la quarta parte del suo regno. Il re epirota, non avendo ottenuto ciò che voleva da Fabricio, inviò a sua volta a Roma, il suo fidato consigliere, Cinea, per chiedere le pace, affidandogli anche quei soldati romani fatti prigionieri nella battaglia di Eraclea per i quali non volle alcun riscatto. Lobiettivo del re epirota era di ottenere lassenso dal Senato romano a mantenere il dominio sui territori meridionali del suolo italico, finora conquistati. Il Senato respinse la richiesta di Pirro e considerò i prigionieri romani "infami", poiché erano stati catturati con le armi in pugno, e perciò allontanati. Questi ultimi avrebbero potuto essere reintegrati nello Stato romano solo nel caso in cui ciascuno di loro avesse consegnato le spoglie di due nemici uccisi.

Pirro, a questo punto, si trovava in seria difficoltà per gli approvvigionamenti: riceverli via mare dallEpiro era troppo dispendioso. Prelevarli in loco dagli alleati italici gli avrebbe alienato la loro benevolenza e scatenato probabilmente qualche azione di guerriglia a vantaggio dei romani. Il re epirota si risolse così a tentare un accomodamento diplomatico col senato romano. Roma venne minacciata di occupazione se non avesse ritirato il suo esercito al di qua del fiume Garigliano e non avesse smesso di compiere sortite con azioni di guerriglia ai danni di epiroti e di tarantini. Ma lanziano console Appio Claudio Cieco, capofila degli intransigenti, fece fallire le trattative, consapevole dellappoggio logistico e finanziario di Cartagine, che non desiderava lo sbarco dellesercito epirota in Sicilia, e conscio della capacità dellesercito romano nel rimpiazzare le perdite senza problemi, a differenza dellesercito di Pirro. A Pirro non rimaneva che cercare uno scontro decisivo che obbligasse Roma a piegarsi.

                                     

4.7. Fasi del conflitto La seconda sconfitta romana ad Ascoli di Puglia 279 a.C.

Nel corso del 279 a.C. i Romani si scontrarono con Pirro ad Ascoli di Puglia, dove furono nuovamente sconfitti persero 6.000 uomini infliggendo tuttavia, in proporzione, perdite talmente alte alla coalizione greco-italico-epirota 3.500 soldati che Pirro fu costretto a ripiegare per evitare ulteriori scontri coi romani che avrebbero assottigliato ulteriormente le sue forze. Si narra abbia dichiarato, alla fine della battaglia, "Ἂν ἔτι μίαν μάχην νικήσωμεν, ἀπολώλαμεν" "unaltra vittoria così sui Romani e sarò perduto ¹". Da questo episodio luso del termine "vittoria di Pirro" o "vittoria pirrica" divenne proverbiale.

È forse in seguito a questi eventi che Romani e Cartaginesi decisero di stipulare un trattato di alleanza contro il comune nemico epirota. Polibio ci racconta infatti:

                                     

4.8. Fasi del conflitto Lintervento in Sicilia 278-276 a.C.

278 a.C. Pirro ricevette due offerte allo stesso tempo: da un lato, le città greche di Sicilia gli proposero di estromettere i Cartaginesi laltra grande potenza del Mediterraneo occidentale dalla metà occidentale dellisola; dallaltro, i Macedoni gli chiesero di salire al trono di Macedonia al posto di re Tolomeo Cerauno, decapitato nellinvasione della Grecia e della Macedonia da parte dei Galli. Pirro giunse a conclusione che le opportunità maggiori venivano dallavventura in Sicilia e decise, pertanto, di abbandonare lItalia meridionale e andare in aiuto dellisola, non avendo ottenuto però nessun trattato preciso dai romani. Al comando di un esercito di 37.000 uomini mosse da Agrigento verso Erice e la espugnò: caduta la città filo-cartaginese più fortificata, altre come Segesta si consegnarono allepirota. Fu così nominato re di Sicilia, e i suoi piani prevedevano la spartizione dei territori fin lì conquistati tra i due figli, Eleno a cui sarebbe andata la Sicilia e Alessandro a cui sarebbe andata lItalia. 277 a.C. Cartagine aveva deciso di non difendere città come Palermo ed Eraclea Minoa, ma concentrò i suoi sforzi su Lilibeo, città che veniva rifornita via mare: fu così possibile ai fenici di sostenere lassedio posto da Pirro. 276 a.C. Il re epirota intavolò trattative coi cartaginesi. Per quanto essi fossero già pronti a venire a patti con Pirro, e fornirgli denaro e navi quando fossero stati ripristinati rapporti amichevoli, questi richiese che tutti i cartaginesi lasciassero lisola per fare del mare una linea di confine tra punici e greci. Al loro rifiuto seguì lassedio infruttuoso di Lilibeo che, unito al suo comportamento dispotico nei confronti delle colonie siceliote, causò unondata di risentimento nei suoi confronti: Pirro fu costretto ad abbandonare la Sicilia inseguito dai Cartaginesi ed a tornare in Italia, senza fra laltro ottenere cospicui rinforzi perché fino a quel momento le città greche che aveva preteso di proteggere non riuscirono mai a concordarsi fra di loro per sostenere lo sforzo bellico comune. Il mancato successo finale produsse uno scollamento tra Pirro ed i sicelioti ed egli dovette tornare in Italia prendendo come pretesto la richiesta daiuto di Taranto.
                                     

4.9. Fasi del conflitto Fine della guerra: la battaglia di Maleventum

Nel frattempo Roma, sempre rifornita abbondantemente da Cartagine, rioccupava senza colpo ferire tutto il territorio precedentemente perduto in Puglia ed in Lucania. Sedata definitivamente la ribellione degli Oschi e dei Sanniti la componente stanziata al confine tra le attuali Campania e Puglia, arrivò nellinverno del 276 a.C. a porre nuovamente sotto assedio Taranto, per terra e questa volta anche per mare, complice la flotta cartaginese. I tarantini invocarono nuovamente laiuto di Pirro, che dovette dunque abbandonare la Sicilia e sbarcare in Lucania.

275 a.C. Lo scontro definitivo con Roma avvenne nel Sannio, a Maleventum nella tarda primavera di questanno. Lintento di Pirro era quello di far togliere lassedio a Taranto minacciando direttamente Roma. Ma i romani, intuita la strategia dellepirota, non solo non tolsero lassedio a Taranto, bensì risposero inviandogli contro tutte le legioni stanziate in Etruria, devastando lesercito avversario che non disponeva più degli elefanti, tutti eliminati nelle azioni di guerriglia seguite allo scontro di Ascoli, che era stato logorato da anni di guerre e che era provato nel morale per gli insuccessi strategici.

Pirro, per non cadere prigioniero dei romani, dovette far ritorno precipitosamente nel suo regno con quanto rimaneva del suo esercito.

                                     

5. Conseguenze

A causa della sconfitta Pirro abbandonò la campagna dItalia e tornò in Epiro, dove, non pago del grave prezzo in uomini, denaro e mezzi della sua avventura a Occidente, due anni dopo preparò unaltra spedizione bellica contro Antigono II Gonata: il successo fu facile e Pirro tornò a sedersi sul trono macedone, dove morì di lì a poco mentre tentava di conquistare il Peloponneso. Taranto rimase sotto assedio altri tre anni, capitolando nel 272 a.C., e di lì a poco tutto il resto dellItalia meridionale passò nellorbita dellUrbe Reggio fu presa nel 271 a.C.: Roma aveva completato la sottomissione della Magna Grecia e la conquista di tutta lItalia meridionale. In seguito alla vittoria romana la città di Maleventum divenne colonia 268 a.C. e ribattezzata Beneventum da cui lodierna Benevento, nome più adeguato alla felice circostanza.

Lintegrazione della Magna Grecia nel dominio della Repubblica Romana fu linizio di varie evoluzioni sociali per la città, che accoglieva così molti più greci con la loro cultura che avrebbe in seguito influenzato la stessa società romana. Ma mise anche Roma a diretto contatto con la Sicilia, divisa fra i greci e i cartaginesi, situazione che avrebbe in seguito condotto alle guerre puniche.

A seguito della guerra vennero fatti molti prigionieri, tra cui lo scrittore Livio Andronico, che dopo la guerra divenne schiavo di Marco Livio Salinatore.

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