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ⓘ Gianfranco Bertoli




Gianfranco Bertoli
                                     

ⓘ Gianfranco Bertoli

Gianfranco Bertoli è stato un terrorista italiano, ex militante/infiltrato del PCI, informatore dei carabinieri e da più fonti indicato anche come informatore dei servizi segreti. Fu autore della strage della Questura di Milano, venendo condannato allergastolo per la morte di 4 persone. Allatto dellattentato che lo rese noto si dichiarò anarco individualista e seguace delle teorie di Max Stirner.

                                     

1. Biografia

Il passato di Gianfranco Bertoli, prima dellattentato, era confuso e contraddittorio: dapprima, negli anni cinquanta, fu un militante del PCI e informatore dei carabinieri, in seguito commise piccoli reati, divenne tossicodipendente, e frequentò gli ambienti anarchici. Bertoli sarebbe stato un civile arruolato nellorganizzazione Gladio, anche se lo ha smentito in unintervista rilasciata al quotidiano La Stampa. Nellelenco dei 622 "gladiatori" effettivi reso pubblico nel 1990 il suo nome non è presente, ma la Commissione Stragi ha specificato: "Un cenno a parte merita il rapporto con Gladio, nella cui rete Bertoli è stato quasi certamente reclutato, pur se inserito tra i "negativi". Benché la VII divisione del SISMI e i responsabili di Gladio abbiano a lungo sostenuto trattarsi di una semplice omonimia, gli accertamenti esperiti hanno consentito di smentire questa ipotesi, confermando la presenza di Bertoli tra coloro che furono inseriti, pur se con esito negativo, nella struttura di Gladio".

                                     

2. La strage

Il 17 maggio 1973 Bertoli lanciò una bomba a mano di fabbricazione israeliana portata in Italia da lui stesso, reduce da un soggiorno in un kibbutz israeliano nel cortile della Questura di Milano di via Fatebenefratelli, durante linaugurazione di un busto in memoria del commissario Luigi Calabresi, alla presenza dellallora Ministro dellInterno Mariano Rumor. La bomba non colpì il Ministro, che si era già allontanato, ma uccise 4 persone ne ferì 52.

Lattentatore fu subito arrestato. Si proclamò anarchico individualista, seguace delle teorie di Max Stirner. Dichiarò di aver voluto punire il Ministro Rumor per la morte dellanarchico Giuseppe Pinelli subito dopo la strage urlò "Morirete tutti come Calabresi e ora uccidetemi come Pinelli". Al processo negò il coinvolgimento di altri nellattentato, assumendosi tutte le responsabilità. Nel 1975 fu condannato allergastolo.

                                     

3. Rapporti con lanarchismo

Il movimento anarchico condannò allunanimità il suo gesto. Venne in seguito "riabilitato", pur senza accettazione del gesto, da una parte del movimento anarchico, tra cui lideologo anarco-insurrezionalista ed editore Alfredo Maria Bonanno, con cui ebbe un rapporto epistolare le cui lettere furono pubblicate in seguito.

Lo stesso Bertoli ammise che il suo gesto era errato:

Dal carcere riallacciò i rapporti con gli anarchici e collaborò alla rivista anarchica A/Rivista Anarchica con molti articoli assai valutati dagli anarchici. I suoi articoli, assai lucidi sulla situazione carceraria, furono apprezzati: alcuni di essi furono raccolti nel volume Attraversando larcipelago. Pubblicò anche il libro intervista Memorie di un terrorista. Talvolta anche Senzapatria e Umanità Nova pubblicarono alcuni suoi interventi.

Lattentato fu oggetto di molte strumentalizzazioni, che cercarono di attribuire al Bertoli molte qualifiche ideologiche alle quali si disse estraneo. Egli reagì riaffermando sempre, costantemente, la sua versione originale.

Furono avanzate ipotesi che il Bertoli avesse agito aiutato da complici e alcuni procedimenti giudiziari cercarono di far luce sullesistenza di tali presunte complicità, ma i procedimenti si conclusero senza risultati. Il 21 luglio del 1998 sono rinviati a giudizio i neofascisti Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, lex colonnello Amos Spiazzi, accusati di concorso in strage, e Gianadelio Maletti, ufficiale dei servizi segreti, per omissione di atti dufficio, soppressione e sottrazione di atti e documenti riguardanti la sicurezza dello Stato. Si scopre che l "anarchico" è stato un agente del SIFAR nome in codice "Negro", è stato infiltrato nel Partito Comunista Italiano e dal 1966 al 1971 ha preso ordini dal Servizio Informazioni Difesa SID. L11 marzo del 2000, la Corte dassise di Milano condanna i tre imputati allergastolo e Maletti a 15 anni. Il verdetto sarà poi ribaltato in appello dopo la morte di Bertoli e in Cassazione nel 2005: tutti assolti per insufficienza di prove. Furono espressi dubbi sulla sua coerenza di anarchico.

In carcere tenterà anche il suicidio per discolparsi da tali accuse di connivenza con la strategia della tensione in Italia. Dopo numerosi anni di detenzione e di isolamento, Bertoli ottenne il regime di semilibertà, ebbe un modesto lavoro, ma ripiombò immediatamente nella tossicodipendenza da eroina.

Anche in seguito, quando si stabilì giudizialmente che la regia della strage poteva essere maturata allinterno del movimento neofascista Ordine Nuovo e che lui poteva essere un infiltrato come accaduto con Mario Merlino e Antonio Sottosanti, Bertoli, ormai libero e in stato di forte prostrazione psicofisica e dopo aver più volte dichiarato le sue intenzioni autolesioniste, cercò di uccidersi tramite overdose di eroina, ritenendo di essere stato diffamato o secondo altri manipolato e ingiustamente accusato di terrorismo nero o terrorismo di Stato. Fu trovato in stato di incoscienza in un centro per senzatetto di Livorno, dove viveva, il 21 giugno 1997, ma fu salvato dalla polizia che allertò lambulanza; accanto a lui cera un biglietto scritto di sua mano:

In ospedale rilasciò la sua ultima intervista al giornale Il Tirreno:

Nei suoi ultimi anni frequentò ambienti cattolici e gli ultras di estrema sinistra della squadra locale di calcio. Bertoli morì per cause naturali alla fine del 2000 a Livorno.



                                     

4. I rapporti con i servizi di sicurezza

Bertoli pare fosse stato un informatore del SIFAR e che avesse avuto contatti con simpatizzanti di destra. Rinforzano tali ipotesi le testimonianze di Gianfranco Belloni, Vincenzo Vinciguerra, Martino Siciliano, Carlo Digilio, Pietro Battiston, Ettore Malcangi, Roberto Cavallaro, e, soprattutto, Franco Freda, con il quale Bertoli condivise la detenzione nel carcere di San Vittore nei primi anni settanta. La copia dellopera stirneriana LUnico e la sua proprietà trovata in possesso di Bertoli era pubblicata dalle edizioni di Ar, casa editrice di estrema destra di proprietà di Freda.

Bertoli rifiuterà di testimoniare al secondo processo, adducendo come giustificazione limpossibilità di parlare sotto leffetto della droga. Tutti gli indagati furono alla fine assolti.

Bertoli venne coinvolto marginalmente anche nel processo per lomicidio Calabresi, nel 1990. Secondo il perito Renato Evola, uno degli identikit, da lui eseguiti in seguito, del killer di Calabresi era simile alle fattezze di Gianfranco Bertoli, il quale si trovava però in Israele nel 1972.

Nel 2002 il generale Nicolò Pollari ex direttore del SISMI, sentito dai giudici della terza Corte dappello di Milano ha confermato che Bertoli è stato un informatore del SIFAR prima, e del SID in seguito. Il generale ha anche confermato che Bertoli ha avuto rapporti con i servizi segreti negli anni cinquanta fino al 1960. Nessuna conferma sul fatto che Bertoli abbia o meno ripreso a collaborare con il servizio nel 1966. Esiste, infatti, agli atti la copertina di un fascicolo con il titolo Fonte Negro cioè il nome di copertura di Bertoli datato 1966. Secondo tre ex ufficiali del SID, che avevano parlato della collaborazione di Bertoli negli anni cinquanta Viezzer, Genovesi e Cogliandro la fonte Negro poteva essere stata riattivata nel 1966. Pollari ha spiegato che con ogni probabilità questultimo fascicolo è in realtà stato aperto dopo la strage alla Questura nel 1973, e che la data 1966 fa riferimento alle norme di archiviazione.

Bertoli fu associato anche al gruppo Pace e Libertà di Edgardo Sogno, circostanza probabilmente errata e frutto di omonimia come sostenuto da lui stesso: