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ⓘ Storia dell'economia di Siracusa




                                     

ⓘ Storia delleconomia di Siracusa

L economia di Siracusa è odiernamente suddivisa nei tre settori produttivi: primario, secondario e terziario; con la prevalenza di questultimo rispetto agli altri due. La complessa e longeva storia di Siracusa ha influenzato notevolmente anche la sua vita economica: nellantichità essa era una delle più vaste e ricche metropoli del Mediterraneo: a tal punto che si coniavano proverbi sulla ricchezza e sul benessere sociale dei siracusani.

Lo spartiacque può essere individuato nella conquista araba dell878, che tolse a Siracusa il titolo di capitale della Sicilia, cancellò la sua secolare zecca monetaria ne deportò gli antichi abitanti, vendendoli come schiavi in giro per il Mediterraneo. Da quel momento in avanti leconomia della città, così come i suoi vari settori sociali, fecero molta fatica a riprendersi. La città mutò pian piano il proprio volto, preparabdosi a divenire con lepoca spagnola una poderosa e munita fortezza militare, isolata e quasi del tutto priva di commercio; situazione che si protarrà, immutata, almeno fino alla metà del XIX secolo.

                                     

1.1. Nellepoca moderna Nel XIX secolo

Nel XIX secolo Siracusa non disponeva di notevoli risorse economiche: né industriali né commerciali. Il suo principale sbocco era dato dal mercato inglese, soprattutto di contrabbando, dellisola di Malta.

Agli inglesi di Malta conveniva vendere la loro merce nel siracusano, non solo per la vicinanza fisica ma anche per evitare i dazi che avrebbero altrimenti trovato negli altri porti siciliani eccettuato il porto franco di Messina. Nonostante questo mercato illegale, va comunque notato che la Siracusa borbonica era una delle tre sole dogane siciliane di prima classe adibite allimportazione estera con lei vi erano Catania e Messina, solo che, ufficialmente, il suo porto non era frequentato dalle navi battenti bandiera britannica, poiché queste andavano a smerciare, almeno sulla carta, unicamente nel porto franco messinese per evitare la tassazione.

Se si esclude il commercio di contrabbando con la Malta inglese che dominava ampiamente la sua economia marittima, Siracusa, in sfregio alle dimensioni generose del suo porto naturale, non commerciava praticamente con nessuno che provenisse dal mare aperto; ciò le accadeva per due peculiari motivi: anzitutto continuava ad affliggerla la sua fattezza di base militare, inoltre la concorrenza degli altri porti siciliani a lei più vicini il giovane porto di Catania e lo sperimentato porto franco peloritano contribuivano alla sua emarginazione). In sostanza, i siracusani dovevano accontentarsi di avere un traffico marittimo detto di cabotaggio, cioè sottocosta, che essi svilupparono più che altro verso Messina non considerando in questa dissertazione il nero di Malta.

I siracusani avevano già fatto diverse richieste per ottenere anchessi il porto franco, ma per ovvie ragioni militari era sempre stato loro negato dai vari governi. Lultima richiesta in tal senso lavevano fatta gli inglesi durante le guerre napoleoniche: per agevolare le truppe doccupazione di Sua Maestà Britannica avevano domandato ai Borbone listituzione del porto franco a Milazzo, Augusta e Siracusa, ma non ottennero il permesso.

Gli inglesi smerciavano con i siciliani rum, spezie, caffé e cacao, che giungevano dai loro possedimenti coloniali, e poi materiali industriali già finiti come ferro, piombo, rame e stoffe. I siracusani a loro volta davano alle navi britanniche prodotti agroalimentari come limoni e varie sue lavorazioni culinarie, pasta di liquirizia, olio doliva, pesce, oltre a prodotti della lavorazione artigianale derivati dalla canapa.

Per quel che concerne il menzionato vino di Siracusa, specialmente il suo moscato, esso era molto rinomato in Europa; numerose le citazioni storiche al riguardo: ad esempio, larcheologo tedesco Johann Joachim Winckelmann ancora prima che si consolidasse la tappa di Siracusa nel Grand Tour disse che nel suo viaggio tra Napoli e Taranto avrebbe brindato alle sue nuove scoperte con "il miglior vino di Siracusa". Tuttavia, nonostante lampia gamma di vini che si imbottigliavano nellintera provincia siracusana e nonostante la loro buona reputazione, almeno nella prima metà dell800 non vi era notevole esportazione vinicola. Si smerciava vino soprattutto con la Francia. Nella seconda metà dell800, invece, crebbe lesportazione del vino aretuseo, e lacquirente principale divenne lInghilterra gli inglesi preferivano un vino siracusano secco chiamato Isola, che prendeva il nome dal luogo nel quale veniva prodotto lIsola del Plemmirio, penisola della Maddalena.

Il territorio siracusano non possedeva rilevanti miniere di zolfo, che allepoca era il prodotto più smerciato dai siciliani, i cui giacimenti si trovavano quasi tutti nel sottosuolo della Sicilia centrale, tra lagrigentino, lennese e il nisseno; Siracusa era però sede degli uffici commerciali inglesi, nei quali si discuteva sulle zolfare e sullesportazione del prezioso manufatto; ciò non la rese immune quando scoppiò la questione degli zolfi.

Nei primi decenni borbonici larea siracusana era isolatissima, poiché del tutto priva di strade; lammiraglio Cuthbert Collingwood, che durante loccupazione aveva avuto il compito di difenderla via mare dai francesi, definì ciò che la circondava un deserto: niente strade rotabili, voleva significare niente commercio. Ciononostante, proprio Siracusa divenne negli anni pre-rivoluzionari del 48 la regione fisica della Sicilia con la più sviluppata rete stradale: "164 miglia su di un totale regionale di 477 miglia, pari al 35%" dellintera rete siciliana; ciò fu il frutto sia di una posizione naturale privilegiata, essendo larea siracusana in buona parte 43% situata su di una pianura costiera, e sia di un progetto dei cittadini aretusei più in vista che cercarono di farsi valere in un governo regionale che molto spesso li aveva lasciati indietro poterono farlo anche grazie alla sollecitazione del mercato estero, che voleva investire su questo specifico territorio. Siracusa infatti voleva di più: desiderava collegarsi direttamente alla via degli zolfi che dalla Sicilia centrale dovevano lasciare lisola via mare, ma come più tardi osserverà lo studioso Romualdo Bonfadini: "illusione è quella di Siracusa se crede di condurre al suo magnifico porto gli zolfi dei bacini del Salso" Leconomia siracusana ancora una volta fece troppa fatica ad emergere e perse loccasione di dare un più ampio respiro al suo sbocco marittimo.

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